lunedì 29 gennaio 2018

Shangri-la


C'era una volta "Fantastica", una collana di fumetti europei di fantascienza e fantasy per edicole curata da Mondadori Comics, gemella della collana Historica, specializzata in racconti di stampo storico- biografico (questa con alcune incursioni anche nel fumetto americano), a sua volta sorella maggiore di Prima, una collana dedicata ai fumetti bd appena sfornati e non ancora raccolti in volumi "stagionali". Con Mondadori Ink virtualmente di sposta Fantastica in libreria e già sono tanti i titoli, tra riproposte e novità, che succosamente possiamo trovare in vendita, in formati e grafiche accattivanti. Shangri-la svetta con la sua copertina nero spaziale e la sua dimensione over-size, che quasi tiene una parete. Poi ci si avvicina timorosi al volume, lo si prende in mano consapevoli che è pesantissimo come ce lo saremmo immaginato, si apre timorosi il contenuto per sfogliare un paio di pagine e si viene travolti da un big bang sonico (virtuale) da urlo nel constatare quanto le tavole siano pazzesche.
Bablet, classe 1987, è uno dei più giovani e affermati autori completi del panorama europeo. Con questo volumone di 222 pagine ricche di pianeti, esoscheletri, pazzia e sangue, entra con merito nella Selezione Ufficiale del Festival Internazionale del Fumetto di Angouleme del 2017. Shangri-la è potente e disperato e ci fa tornare alla mente per cura maniacale dei dettagli, tra enormi scenari brulicanti di componenti tecnologiche e piccoli ormoni che giocoforza devono, ammassati, abitarci dentro, il capolavoro di Katsuhiro Otomo, Akira.


Ci sono le stesse architetture complesse e suggestive, c'è la stessa tensione di una umanità morente, che cerca di creare un oltre-uomo per le generazioni future. Non c'è di fatto la Terra, perché le cose sono finite male e ora la razza umana cerca nuove case nello spazio. Non c'è di fatto la Storia o la cultura, perché questa "umanità in viaggio" vive in uno straordinario ma asettico mondo - astronave dove si rincorre all'infinito solo la tecnologia stessa di hi-phone e ammennicoli pesantemente pubblicizzati sulle più grandi pareti della struttura. La morte è dietro l'angolo e si respira aria di rivoluzione tra le nuove specie - cavie meta / umane. C'è molta carne al fuoco e se possibile la storia allestita da Bablet è anche più sorprendete dei suoi disegni, sa costruire una tensione palpabile e pone interrogativi non banali sul nostro futuro. Cosa ne faremo degli animali? Come combatteremo l'inquinamento? Saremo in grado di convivere insieme, schiacciati dalla sovrappopolazione? Inseguiremo per sempre le nuove tecnologie mettendole al di sopra di ogni interesse e anche degli altri? Crederemo più in un Dio? Permetteremo a dei computer o a un'anonima multinazionale di comandarci? Bablet è curioso e attento e non dimentica mai nel suo racconto il "fattore umano". Dietro tanta tecnica visiva sbalorditiva e forse in parte asettica, l'autore fa muovere, stipati sotto pesanti tute spaziali e corazze robotiche, personaggi dai lineamenti amorevolmente e umanissimamente  caricaturali, sgraziati e sbilenchi, che ci hanno ricordato alcuni lavori e personaggi del nostro amato Gian Alfonso "Gipi" Pacinotti. Spesso il "cuore" si nasconde tra le linee sbilenche. La "carne in scatola" è un po' l'emblema di quest'opera che sa essere techno-affettiva tanto quanto techno-fobica. C'è tutto il senso della vita nel sorriso sbilenco e gli occhi esaltati ma tristi di un astronauta che dice: "è bellissimo, siamo così piccoli rispetto allo spazio" mentre guarda in faccia un pianeta lucente che gli cade addosso dallo spazio prima di disintegrarlo. Pura poesia. 



Se si può muovere una critica a questo volume, che riteniamo comunque imperdibile, si può dire che in 222 pagine non tutti i temi accennati trovano uno sviluppo ugualmente ricco e originale. Ma davvero non c'è molto da lamentare per il sottoscritto. Scovatelo nelle fumetterie e nelle librerie, richiedetelo se non lo vedete o se è esaurito, ma buttateci sopra di occhi, nuotate tra le sue tavole e perdetevi nel suo spazio come mentre muovevate i primi passi in  Alien o 2001 odissea nello spazio, come quando per la prima volta vi siete trovati in gravità zero nel videogame Dead Space o nel film Gravity. E soprattutto pensate ad Akira. Siamo da quelle parti ed è un posto bellissimo. 
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domenica 28 gennaio 2018

Il seguito di Lo chiamavano Jeeg Robot - perché non lo stanno già girando?





Perché esce nelle sale Il ragazzo invisibile: seconda generazione e non un ipotetico Continuavano a chiamarlo Jeeg Robot? È un interrogativo affascinante e curioso se si pensa all'incredibile successo, riconoscimento e amore dei fan che ha scaturito la piccola - grande storia di Enzo Ceccotti da Torbellamonaca, ladruncolo trasformatosi controvoglia in supereroe dopo essere scampato a un confitto a fuoco. Il film era piaciuto anche a noi del blog, abbiamo applaudito e abbiamo pianto, abbiamo apprezzato il punto di vista originale e la perfetta integrazione del super-hero movie all'interno di un contesto italiano difficile, credibile e ricco di spunti sociali. Bravi gli attori, davvero tutti. Dolcissima, sbandata, sognatrice, sexy e fragile Ilenia Pastorelli, il cuore emotivo del film. Brutale, imponente ma anche in fondo ingenuo e sensibile Claudio Santamaria, corpo e testa di un eroe atipico. Sfavillante, egocentrico ed eccentrico, crudele quanto incompreso Luca Martinelli, un Joker alla cacio e pepe che avrebbe qualcosa da dire anche al modello originale. Lo chiamavano Jeeg Robot era un film cupo come un temporale, pieno di sangue e criminali, ma che ogni tanto riusciva ad allontanare le nuvole e farci godere di intensi raggi di sole. Dalle scene più crude e dallo humour nero, si arrivava con facilità a toccare altissime vette di poesia e lirismo. La sceneggiatura di Guaglianone e la regia di Mainetti avevano creato un mondo visivo e narrativo davvero unico e lo avevano fatto ibridando la mitologia dei cartoni animati giapponesi, in questo caso il Jeeg di Go Nagai, con il contesto sociale della periferia romana. Un'operazione che espandeva le potenzialità e idee di due loro corti precedenti. Basette, che immaginava un divertente Lupin III di Monkey Punch romano e con il volto di Valerio Mastrandrea e Tiger Boy, in cui un piccolo ragazzino di periferia trovava la forza di sopravvivere a degli abusi sessuali indossando la maschera di Tiger Mask di Kajiwara e Tsuji (per guardarli, Basette si trova su YouTube e  Tiger Boy come extra dell'Home video di Lo chiamavano Jeeg Robot). Da amanti dei cartoni animati degli anni '70, degli action movie poliziotteschi e dei film sociali di Elio Petri, Volontè e Pasolini degli anni '70 (c'è una coerenza temporale nel tutto) non possiamo che amare l'idea di cinema della periferia supereroistica di Giaglianone e Mainetti. Sono gli anni '70 della nostra infanzia che trovano un dialogo con il presente. "Roba da quarantenni", ma non solo comunque. In tempi passati forse non ci saremmo posti dei "desideri di sequel", ma oggi con in testa gli universi cinematografici espansi della Marvel con tutti i pupazzetti e videogame che ne conseguono "ne vogliamo ancora di Jeeg robot". Anche perché Jeeg è un film di "origini supereroistiche" alla Unbreakable (che guarda caso sta per ricevere un seguito dopo aver ricevuto uno spin-off, anche se si è sviluppato il tutto a distanza di anni, in effetti), anche perché, e non saprei dirlo con parole migliori, nel "cinema italiano i supereroi ci servono". 


Negli anni '70 avevano Luc Merenda, Franco Nero, Thomas Milian, Bud Spancer a combattere sullo schermo la malavita. Con gli anni abbiamo visto sempre di più film che mitizzano sulla fascinazione del mondo criminale e biografie di coraggiosi eroi borghesi martiri. È importante, vitale, che la Storia venga rappresentata al cinema, anche se romanzata, perché la sua importanza non si perda e perché, come direbbe il nostro amato Alan Moore, le idee possano più a lungo essere "a prova di proiettile" (V per Vendetta, cit.). Ma tra i vari Gomorra, Suburra, Romanzo Criminale possiamo una volta, almeno nel solo mondo della finzione cinematografica, avere un eroe (ma ci basta un "quasi eroe" come Ceccotti) che può vincere sul male, raccontando la quotidianità italiana, senza rimetterci la vita? Certo sarebbe bello, sarebbe economicamente interessante, sarebbe socialmente (su questo tasto pigio molto oggi) importante. Ma si può fare davvero Jeeg 2, almeno in tempi brevi? Mainetti non ne ha molta voglia. A un giornalista del Fatto Quotidiano tempo fa ha raccontato di come fosse stato molto difficile produrre il primo Jeeg e di come al momento sia in cerca di altri stimoli. Non è che si escludessero possibilità future, ma il regista riportava di come il suo incontro con il regista indiano Anurag Kashyap lo avesse spronato a non accontentare per forza e subito i fan di Jeeg se ancora non ha trovato il modo giusto di raccontare la prossima storia o se più semplicemente non vuole farlo. Certo Mainetti è giovane, ha avuto un grande e meritatissimo successo che oggi gli permette di avere più libertà creativa ed è giustissimo che sfrutti oggi questo suo nuovo status, per lui Jeeg 2 può aspettare per un attimo da parte. Lo sceneggiatore Guaglianone, autore anche dell'interessante Indivisibili di De Angelis, del nuovo Benedetta follia di Verdone (sempre con la Pastorelli) e del remake Sono tornato di Miniero (di cui dovremmo aver già pubblicato o presto pubblicheremo il trailer) quando intervistato da Francesco Alò di Bad Taste ripete più volte lo stesso concetto, che francamente ci fa sempre cadere per terra le braccia, che in sostanza è: "Sto crescendo, preferisco fare altro per il momento". Ma è davvero così inimmaginabile vedere un sequel di Jeeg? Proviamo, senza troppe pretese, a giocare un po' con l'immaginazione e la citazione. È di fatto legittimo pensare, senza fare spoiler, che il primo film funzionasse su degli equilibri che giocoforza non possono essere replicati nel seguito, perché alla fine della pellicola sono mutati in modo (quasi) incontrovertibile. Serve trovare un nuovo intreccio, che automaticamente deve muoversi in altre direzioni, ma soprattutto occorre fare attività di World building. La domanda delle domande è chi ha buttato in acqua la sostanza radioattiva da cui derivano i poteri di Ceccotti. La risposta più interessante sarebbe che non è stato un caso, ma un esperimento che magari voleva studiare prima una mutazione nei  pesci e che occasionalmente ha mutato un essere umano che ora stanno comunque monitorando. Creata questa "società segreta", non è detto che i suoi membri si rivelino subito, perché potrebbero benissimo giocare a disseminare Roma con altri barili gialli radioattivi. Sarebbe interessante magari che si occupassero di creare un avversario di Ceccotti diverso dallo Zingaro di Marinelli. Se lo Zingaro serviva a Ceccotti come linea di demarcazione tra il criminale che era e quello che non voleva essere, si può lavorare specularmente costruendo un personaggio che sia una linea di demarcazione sull'uomo di giustizia che è e che non ritiene di voler essere. Chi potrebbe essere? 


La prima volta che ho sentito nominare Lo chiamavano Jeeg Robot ho pensato, in modo anche triviale, al personaggio di Mazinga del film ACAB di Solimma tratto dal romanzo di Bonini. "Mazinga" era il soprannome del poliziotto della Celere interpretato da Marco Giallini e il film aveva tantissimi spunti sociali e ambienti della periferia romana che ho poi ritrovato anche in Jeeg. A un certo punto sul finale di Jeeg, durante la scena ambientata allo Stadio, ho pure immaginato come negli storici film di robottoni Nagaiani anni '70, che Jeeg incontrasse Mazinga e partisse un team-up contro lo Zingaro. Sembrerebbe una cosa davvero "buttata lì", "Jeeg contro Mazinga", ma il personaggi di Giallini potrebbe davvero essere il contraltare perfetto di Ceccotti, diversissimo ma con comunque dei punti in comune e una storia tragica e complessa alle spalle. Trovato così una eminenza grigia e un possibile "candidato ai bidoni gialli", si potrebbe costruire tutto un sottobosco mediatico sulla leggenda urbana di Jeeg, magari dei creepy pasta sullo stile di Jeff The Killer. Jeeg esiste, la televisione ne ha parlato e magari qualcuno lo ha pure visto. Già nel primo film qualcuno lo aveva "graffitato" nel celebre atto di sradicare il bancomat e ora, a diversi mesi di distanza, le nuove gesta di Jeeg, vere o presunte, potrebbero essere raccontate sui muri della periferia e nelle canzoni rap, avere dei gruppi di discussione Facebook, generare imitatori (e approfittatori a pagamento) alla Kick Ass. Ceccotti potrebbe pure riuscire a costruirsi una rete di aiutanti, magari pescando da laureati disoccupati della Sapienza come quelli visti in Smetto quando Voglio. Magari qualche ingegnere potrebbe pure dotarlo di una trivella rotante per aprire le cassaforti: "Flavia, lanciami i componenti!!". Poi ci possono essere infiniti cattivi, dai più "classici" in stile Suburra ai vecchi pazzi, potenti ed eccentrici che vivono tra le campagne come il Peppe Servillo di Paura (che è un villain fantastico per interpretare la gerontocrazia italiana) dei Manetti Bros o il girone dantesco dei distinti  frequentatori dei club privati stile Tulpa di Zampaglione (su soggetto non a caso dal Dardano Sacchetti di mille poliziotteschi anni '70). C'è però un bel problema dietro a tutta questa magari poco fantasiosa ma entusiasta storiella da me buttata giù in sei righe. Manca la donna. La Pastorelli era il cuore emotivo della prima pellicola e nell'ipotetico seguito per motivi di trama non può che avere un ruolo diverso. Personalmente io amerei vedere utilizzata una tecnica usata da Michele Soavi in Dellamorte Dellamore sul personaggio della Falchi. Mi piacerebbe che Ceccotti tornasse in quel centro sociale dove parcheggia il personaggio di Ilenia nell'ultimo film e la "reincontrasse" in qualche modo. Mi piacerebbe che in quel centro incontrasse anche un bambino, come quello del corto Tiger boy di Mainetti e Guaglianone, con indosso però una maschera di Jeeg.

Tutta questa è pura fan-fiction, un riciclo di idee già viste che ho messo insieme con un piccolo goccio di passione per giocherellare un po' con voi. Guaglianone e Mainetti invece, come sanno fare i grandi autori, ci hanno portato con la loro arte in un posto nuovo e magnifico, e spero che possano continuare a farlo in tutti i loro progetti futuri, a cui fin da ora aspettiamo impazientemente di assistere. Lo chiamavano Jeeg Robot trova il suo senso più profondo nel veicolare il messaggio che chiunque, anche la persona più improbabile, emarginata e riottosa, può fare del bene e trovare felicità nel farlo. Può succedere anche in Italia, anche se, come ho scritto sul post su Smetto quando voglio, non siamo un paese che crede troppo ai supereroi. Scetticismo genetico italico a parte, anche se non ci venisse ribadito 38 volte in più seguiti  questo concetto che "dalle grandi difficoltà possono nascere a volte grandi poteri " (l'ottica Ceccotti dello Spiderman-pensiero), il  messaggio non perderebbe un grammo della sua potenza. I fan ora sono liberi di scrivere tutte le storie che vogliono sul mito di Jeeg di Torbellamonaca, e speriamo non arrivino mai a rompere le palle ai registi per le loro idee creative come invece "certi fan" non possono evitare di fare. È bello giocare con dei personaggi immaginari, non bisogna arrivare ad arrabbiarsi. Cari Guaglianone e Mainetti, grazie per il giro di giostra, per le risate e le lacrime e per ora arrivederci ai vostri prossimi lavori. 
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mercoledì 24 gennaio 2018

A qualcuno piace horror - suggestioni sulla scelta di alcuni attori per interpretare personaggi di Star Wars


 Ero a fare quattro passi con un amico. Parlavamo del più e del meno e di Star Wars, cosa che mi capita di recente spesso dopo l'uscita dell'ultima pellicola e la conseguente "spaccatura" del fandom su chi è un vero fan e chi no. Che bello, in quei momenti ascoltando alcune argomentazioni mi sembra di essere tornato all'asilo. Speriamo che dopo il sonnellino pomeridiano la mamma mi compri dal giornalaio le gelatine dei Masters.


Quanto mi mancano gli anni ottanta e le lunghe lezioni a scrivere astine e pallini sul quadernone giallo... comunque, stavano passeggiando e mi viene una folgorazione ragionando sul supremo leader Snoke, sul conte Dooku e sul Grand Mott Tarkin. Sono tutti personaggi da film horror. Peter Cushing è stato al cinema negli anni d'oro il dottor  Frankenstein e guardandolo insieme a  Darth Vader nel primo film ho sempre pensato a una evoluzione del rapporto scienziato-mostro di Frankenstein.


Allo stesso modo Christopher Lee è celebre per aver interpretato più volte Dracula e il "conte" Dooku ha tutta l'aristocrazia e la spietatezza del signore indiscusso dei vampiri.


E poi c'è Snoke. Un essere dal volto sfigurato che si diverte a manipolare mentalmente dei ragazzini fino a farli impazzire. Chi vi ricorda?


Certo, se ci fosse stato dietro al trucco il grande Robert Englund e non un pupazzo artificiale sarebbe stato il massimo, ma non mi sembra un caso che queste tre icone di Star Wars rivestano un ruolo tutto sommato simile nelle rispettive trilogie di appartenenza e citino così chiaramente storiche figure dell'immaginario horror. Chi sarà il mostro della quarta trilogia, già in produzione sotto la guida di Rian Johnson? Io mi aspetto uno come lui...



E voi?
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martedì 23 gennaio 2018

Made in Italy - la nostra recensione del nuovo film di Luciano Ligabue




Siamo nella provincia emiliana, con l'Italia che, superando la Bulgaria, è da poco diventato il paese più corrotto d'Europa. In Italia vige secondo Max (un paterno Walter Leonardi), una "legge del furiere" (una parola "vintage" che ricorda i tempi del militare ai quarantenni) in ragione della quale chi si lamenta non fa niente e chi sta zitto e fa il suo lavoro, lavora anche per gli altri. Riko (uno Stefano Accorsi Freccia 2.0) lavora e "fa i botti" in un salumificio in cui l'integrazione con un lavoratore straniero come Pavak (il simpatico Jefferson Jeyaseelan) è tollerata finché lui fischia durante il lavoro, ma non si sopporta proprio se "fischia male". C'è molto stress nell'aria, ma Riko sembra uno tranquillo. Ha per moglie la bella, ottimista anche se un po' triste Sara (una splendida e struccata Kasia Smutniak), che fa la parrucchiera e lo tempesta ogni giorno di telefonate per sapere come sta. Ha un figlio giovane, entusiasta e premuroso come Pietro (Tobia De Angelis), che presto andrà al Dams ma che per ora non ne vuole proprio sapere di "scollarsi" da casa e "svilupparsi", come vorrebbe il padre, andando a esplorare il mondo. Perché  Riko lo sa che è un attimo farsi andare bene tutto e non vuole che Pietro, che è il primo della famiglia ad andare all'università, cada in questo errore e rimanga seppellito nel triste mondo della provincia. Da zero a dieci, si può dire che la vita attuale di Riko non vada oltre al cinque e mezzo. A lui non basta tutta questa routine e per questo frequenta quando capita "un'amichetta", per tenersi giovane, e tiene saldo un pugno di amici con cui, tra una partita a scopa e una festicciola tra famiglie a base di piatti etnici etiopi, girare insieme in auto. In quelle sere il mondo per lui, grazie a un Virgilio di classe come Carnevale, si fa tutto diverso e ci si può sentire davvero in libera uscita nel libero mondo. La notte, un po' mamma e un po' porca com'è, riesce a tenere Riko e i suoi amici tra le sue tette, guidandoli per le strade della provincia, tra nebbia e locali, cosce e zanzare, magari con l'occasione di conoscere qualche altra bella e pericolosa bambolina (che si spera non abbia con se una pistola). Riko però è già negli "-anta", dovrebbe smettere di fumare come è riuscito da poco, ma per troppo poco, all'amico Carnevale (Fausto Maria Sciarappa). Dovrebbe stare con la testa più a casa ed essere più fiducioso, guardare al fatto che essere diventato vecchio non è poi così brutto, ma lui si sente lì, sempre lì, lì nel mezzo, in bilico tra la vita da pischello e le responsabilità da adulto. Anche perché c'è dietro una brutta storiaccia che non si può dire. Intanto però vorrebbe ancora riappropriarsi delle casse dello stereo e dei dischi dei Simple Minds, che il figlio ha stipato nella sua mansarda-fortino da adolescente. Vorrebbe lasciare un po' il mondo dei salumi, con una mensa aziendale in cui sa tutto di salumi e dove non ci sono più i proprietari di una volta, ma in fondo finché è lì va bene. Vorrebbe magari essere bravo a fare qualcosa, come Carnevale, che è bravo tanto a dipingere quanto a non assumersi le responsabilità. Magari vorrebbe essere affidabile come il suo amico Max, ma Riko non è fatto come Max o come Carnevale e poi cambiare vita, testa e lavoro... per  fare cosa? "Perché siamo qui?" è la domanda che piomba come una spada di Damocle sulla vita di Riko e casualmente è anche il titolo del lavoro che Pietro sta realizzando in vista del Dams, una serie di interviste che sta coinvolgendo tutta la sua famiglia e amici. E quindi a saper rispondere concretamente a quella domanda, davanti a uno smartphone, anche per Riko, non si scappa. Ma come si fa a sapere "perché siamo qui" mentre lo spread va male e dicono che ti devi preoccupare, mentre al lavoro iniziano a fioccare i licenziamenti, mentre con Sara ci sono troppi sms strani, problemi irrisolti e storiacce che stanno per far scoppiare un bubbone che sta crescendo da anni? In più ci si mette pure l'amico "artista" Carnevale, che sta sbarellando tra brutte compagnie, brutti posti e brutte sostanze, con tutta una voglia matta di autodistruggersi che non conosce sosta. E Riko davanti a questo è fermo, impotente, immobile. Da trent'anni a insaccare salumi nel cuore della provincia, a voler essere ragazzino e a non sapere ancora cosa tenere o mettere via della sua vita, a lasciare che Sara parli per monologhi perché lui non sente di avere niente da dire. Poi però arriva quel momento lì, quello magico che può cambiare le cose e mettere tutto in prospettiva. Una botta in testa. A Roma Riko e amici si sentono di partecipare a un corteo, roba a cui non partecipavano da vent'anni, da quando pensavano che: "è giusto non essere d'accordo". Non arrivano nemmeno per le strade principali che vengono coinvolti in uno scontro tra manifestanti e polizia. Gli animi si scaldano, le parole si accendono, parte per sbaglio e paura un colpo in aria e in un assalto maldestro Riko finisce, complice una manganellata, direttamente al pronto soccorso. Sara, che forse c'ha un altro come di fatto pure Riko c'ha un'altra, arriva a Roma, ad accudirlo. Lo guarda negli occhi e lui si ricorda o capisce tutto in una volta che non è solo al mondo come aveva sempre pensato di esserlo. Sara dice: "Sto qui finché non ti dimettono dall'ospedale, poi torniamo insieme". Subito precisa: "Nel senso che torniamo a casa insieme", ma ormai la frittata è fatta, i due tornano a guardasi come una volta e magari, dopo "ottant'anni di prove" di una convivenza infinita potrebbero pure pensare a sposarsi. In più ci sono il giorno dopo in ospedale dei giornalisti che vogliono intervistarlo, perché il suo pestaggio ha fatto scalpore. Presto  arriverà forse il momento per Riko di raccontare tutto al mondo, che è sempre una telecamera più grande dello smartphone del figlio. Il motivo per cui è in ospedale, ma anche la vita di merda che fa, le paure per il futuro del figlio, i timori che la politica non possa ascoltare la gente comune, la sua voglia di credere nelle brave persone, nel futuro e di essere contento di essere una persona qualunque. Dirà tutto quello che ha dentro da anni e dirà finalmente, a tutti e a se stesso, "perché sono qui?". Ma saprà il mondo ascoltarlo? E questo grande evento gli cambierà poi la vita?



Era il 1998 quando usciva Radio Freccia, oggi siamo nel 2018 e siamo tutti un po' invecchiati, Ligabue e Accorsi compresi, anche se non si nota più di tanto. Ieri come oggi c'è Stefano Accorsi, alter-ego cinematografico di Luciano Ligabue, si trova davanti a un microfono acceso, cercando  di raccontarsi come il ragazzo semplice e un po' complessato della provincia. Probabilmente Riko, come Ivan Benassi, crede ancora, vent'anni dopo, alle rovesciate di Bonimba e ai riff di Keith Richards, ma di sicuro crede ancora anche al doppio suono di campanello nel padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese, crede ancora che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi da soli, crede ancora che la strana voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che in fondo hai voglia di scappare da te stesso e crede infine che da se stessi e dai propri problemi non si riesca a scappare proprio, nemmeno se si è Eddy Merckx. Freccia aveva scelto di non crescere, Riko però ci vuole provare, pur tra i mille sbagli e qualche "rimorso!!". Vuole crederci un po' di più e per davvero, pur nelle sue fragilità umane, nel futuro e nella famiglia. È un Ligabue più "mediato e meditato", meno "maledetto" forse, perché ha alle spalle vent'anni extra di vissuto da raccontarci e condividere da quel Radio Freccia che, come una bomba, colpiva le sale cinematografiche in un modo inaspettato ed esaltante. Negli anni poi Ligabue, oltre ai dischi e a un feudo tutto suo negli stadi e in un noto aeroporto dove i fan accorrono periodicamente a frotte, è riuscito, tra le tante cose, a uscire di nuovo al cinema, con Da zero a dieci, un altro film sull'amicizia e sulla provincia, in cui è riuscito a raccontare con malinconia e disillusione anche la Storia (la strage nella stazione di Bologna). Tra i tanti libri ha anche scritto un romanzo di fantascienza sociale interessante come "La neve se ne frega", tradotto in un bel fumetto ma purtroppo non (ancora) in un film, che è una diretta critica alla società gerontocratica che stiamo vivendo. Della sua band oggi c'è ancora solo capitan Fede Poggipollini, i tempi sono cambiati ma il Bar Mario non ha mai chiuso. 



Nel frattempo Stefano Accorsi, esploso proprio con Radio Freccia, si è un po' ricalcato nel personaggio di Ivan nelle sue esperienza mucciniane, ma ha saputo essere anche il roccioso commissario Scaloja di Romanzo Criminale, il cinico Leonardo Notte della serie TV 1992 e ci ha regalato di recente  il meraviglioso personaggio di Loris De Martino in  Veloce come il vento. 



Made in Italy riprende questo sodalizio tra il cantante e l'attore e la stessa formula da "film rock", carica di canzoni e di frasi ad effetto, dei paesaggi della stessa provincia emiliana descritta con i suoi riti e piena di anti-eroi, perdenti ma dal cuore d'oro. Questa volta alla base non c'è un suo romanzo ma un suo disco, l'undicesimo, uscito alla fine del 2016.  




Made in Italy è un concept album, il suo primo, che Ligabue descrive come: "Una dichiarazione d'amore frustrata verso questo paese, raccontata attraverso la storia di un personaggio". Il personaggio, la cui storia è raccontata attraverso i brani dell'album, è proprio Riko e complice un momento così brutto per la voce del cantante da farlo allontanare dagli stadi (oggi problema risolto) e la possibilità di avere Accorsi disponibile, si è riusciti in tempi brevi a realizzare il film, sempre prodotto dallo scopritore "cinematografico" di Ligabue, Stefano Procacci della Fandango. Come già detto sopra qui e là, c'è un po' aria di rinnovamento rispetto ai temi caldi della sua opera prima. Per gli amanti del Liga e del suo mondo che seguono fedeli da anni le sue opere funziona come un caldo abbraccio, un ritorno a casa quasi commovente, uno scoprirsi di nuovo ragazzini con in fondo ancora poche rughe in faccia. I detrattori saranno tutti invece concentrati sul solito adagio, su cui lo stesso cantante ha scritto pure un pezzo, del dubbio se "è come prima / no si è montato" a cui di conseguenza "ognuno può scegliere la sua verità". Perché  questo film è, genuinamente, dal soggetto alla scrittura alla direzione e alle musiche un prodotto del Luciano Ligabue di oggi al 100%, con tutta la semplicità e potenza dei suoi brani rock, con tutto il suo modo diretto e accattivante di dire le cose. Ligabue si conferma un buon direttore, stilisticamente vicino a Muccino ma più rock, capace di tirar fuori dai suoi attori personaggi vissuti e cool, ripieni di battute così memorabili da voler correre a scrivere di volata sulla Smemoranda. Capace di gestire ogni sequenza per ritmo e peculiarità della fotografia come un videoclip, attento alla necessità di farci ridere e insieme farci piangere. Ogni tanto i più attenti potranno, guardando le scene, anticipare i brani del concept album, prima che le note di fatto partano. Questo significa che il "patto" con i fan del disco funziona ed è un effetto interessante da vedere in sala, dove ogni tanto partono dei coretti o anche solo si sentono battere i piedi a ritmo delle canzoni. Non è un musical, le canzoni sono però un elemento narrativo centrale e riescono ad arrivare quasi sempre al momento giusto, a volte anche solo in forma strumentale. 


Ma com'è questo Ligabue che parla di disillusione e famiglia a vent'anni da Radio freccia? È meno cupo, come dicevamo sopra, ma è più attento alle sfumature, ai colori e agli odori della vita. C'è un ponte sul Po, freddo e gelido durante una notte disperata di pioggia e paure. C'è l'aria fresca di una serata romana vissuta tra amici a cavallo di monoruota elettrici, a passeggio tra monumenti storici. C'è il fetore, che spinge dei vicini di casa a interessarsi di una persona che non si vede da qualche giorno. C'è il profumo di un prato appena tagliato abbinato ai sapori buoni della tavola e alle risate degli amici di un pranzo domenicale. Ci sono i prosciutti, che impongono la loro profumata e un po' invadente presenza dop romagnola fin da inizio pellicola, quando un prosciuttone insaccato si colloca alle spalle, come monito di un destino già segnato, ad uno Stefano Accorsi che si improvvisa ballerino "vintage" con indosso una camicia rossa a frange sbriluccicanti, quando leggenda non confermata vuole che Ligabue come primo lavoro fosse ragioniere in un salumificio. Ci sono nel bilancio finale immagini di un'Italia più carica di paure che di gioie, specchio di una società percepita con forte voglia di cambiare ma ancora fragile e che di certo non crede più nelle favole. In questo ritrovo la vena più malinconica del Liga, quel senso agrodolce di cui sono pregni tutti i suoi lavori ma che è sempre supportato dalla speranza che spesso le relazioni umane diventino e possano restare l'unica, vera e insopprimibile rete di salvataggio dei giorni nostri. Ligabue trova infatti il tempo di parlare anche di anziani malati, di matti del paese, di drogati del gioco d'azzardo che possono salvarsi solo se prima vedono il fondo, di un mondo dei giovani visto con la paura che in un momento tutto possa degenerare irrimediabilmente. Made in Italy è un film che consola, pur rimanendo di fondo molto amaro ed è una pellicola che mi sento di consigliarvi, soprattutto se per voi il Liga è ancora "come prima", come ai tempi di Balliamo sul Mondo. Ma anche se siete tra i detrattori penso che il film potrebbe piacervi.  
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lunedì 22 gennaio 2018

Hellraiser: Judgment - finalmente un trailer


Ok, alzi la mano chi sta piangendo di gioia dopo aver visto questo trailer! Non ci speravamo più, noi 11 fan italiani di Hellraiser (scherzo.. lo so che siamo tantissimi) ma alla fine i cenobiti di Clive Barker sono tornati per infestare di incubi anche le nuove generazioni. Nove film, di cui gli ultimi due incredibilmente ancora inediti in Italia, un fandom per cui libri, fumetti e film sono un'autentica religione, montagne di action figures prodotte e chili e chili di suggestioni visive riprese più o meno legalmente dall'opera originale. Pensate a Resident Evil, Mortal Kombat, il fumetto Berserk di Kentaro Miura, gli Slipknot, la saga di Insidious, Death Note, la moda, la musica. Tutti  si sono negli anni portati a casa un pezzettino di Hellraiser, che si tratti del look di qualche cenobita, una maschera o di variazioni sul tema del misterioso "cubo", l'oggetto magico che secondo la saga permette a chi lo schiude di attingere a un infinito potere, oltre che aprire nel nostro mondo un'autentica porta per l'inferno. Un'affettuosa citazione al mattatore massimo di questa saga fatta di creature né angeli né demoni, il mostro ultradimensionale Pinhead, è pure presente in quello straordinario accrocchio meta-cinematografico che è Cabin in the wood (da noi Quella casa nel bosco), diretto da Drew Goddard. Il materiale di partenza è così dark, carismatico ed epico che i fan hanno sempre invocato uno sdoganamento serio, magari una esalogia di film con il budget del Signore degli anelli. La saga, anche per carica com'è di sangue e tette, non ha mai ricevuto un tale privilegio, ma oggi che Il trono di spade sbanca gli ascolti delle reti via cavo forse il mondo può cambiare. Certo che servirebbe pure una casa di distribuzione che ci creda davvero nel progetto. Ed eccoci quindi all'ultima incarnazione del brand, scritto e diretto da Gary J. Tunnicliffe, che a curriculum ha scritto l'Hellraiser precedente direct - to - video, Hellraiser: revelations, diretto nel 2004 un corto sempre sul Pinhead e poi poco altro di qualche alto profilo, a meno che voi riteniate di alto profilo il celeberrimo Jack e la pianta dei fagioli con Christopher Lloyd. Però di contro il buon J. è una mezza autorità nel campo del make-up. È nel settore dai tempi di Waxwork 2 (mamma che ricordi!) e poi è passato, tra le mille cose,  per Hellraiser III, quella cosa pazzesca che era Candyman, quell'altra cosa pazzesca che era Warlock con Julian Sands, Halloween, Wishmaster, il Blade della Marvel, Dracula 2000 prodotto da Wes Craven, il nostalgicamente delizioso Halloween Resurrection, Exsorcist The beginning che non mi era affatto dispiaciuto, il bruttarello asiatico importato Pulse, il gustoso San Valentino di sangue, quel piccolo cult di Drive Angry sempre diretto dai tizi pazzerelli di San Valentino di sangue, quella zozzeria ma cool di Piranha 3DD. E poi, sempre a pasticciare con i trucchi, te lo trovi pure nei Mission Impossible, in Wolverine, Black Mass, Final Destination, la serie TV di Scream, Gone Girl di Fincher. Oh, il buon J. lavora un casino!! Oltre a ciò è pure stato assistant director per un discreto pugno di horror direct to video. J. ci piace, è nel settore da anni e ha messo un pezzetto del suo cuore e talento  in un numero spropositato di cose che sicuramente avrete visto anche voi. Noi tifiamo per lui e lo aspettiamo con i "suoi" cenobiti, anche se è chiaro che il film è costato due spicci come il precedente. 


Il trailer è l'esatta festa di sangue e coolness che ci si aspetterebbe da Hellraiser. Tra gli attori c'è la prima ragazza di cui mi sono davvero innamorato, Heather Langerkamp, la leggendaria Nancy di Nightmare on Elm Street, Nightmare 3: Dream Warriors (il mio film più preferitissimo della vita, anche se non è una forma grammaticale corretta quella che ho appena usato) e New Nightmare. Il Pinhead è a questo giro Paul T.Taylor, ha la faccia giusta mi pare. A Dimension Film "je tocca" fare questo film per non perdere i diritti cinematografici del franchise (cosa che sarebbe davvero un bene per lo stesso) e il budget è appunto tutto per un direct-to-video. Il buon J. a quanto pare dalle vocine su internet ha pure dei sensi di colpa per lo scarso successo di Hellraiser: Revelations, film che appunto lui ha scritto ma non ha potuto dirigere per motivi vari, tra cui il fatto che gli hanno preferito il regista che ha esordito con il sanguinoso cortometraggio El ciclo. Comunque J. qui e oggi, con Hellraiser Judgment, vuole fare qualcosa di bello per i cenobiti, innovare la saga, riprendersi la fiducia dei produttori. Speriamo bene. 
Talk0 


giovedì 18 gennaio 2018

Un sacchetto di biglie - la nostra recensione





Quando muore una persona buona, il film ci dice, non bisogna essere tristi, perché si accende una stella nel cielo. Le stella sarebbero le luci che illuminano la notte, stanno al di sopra di noi piccoli e problematici uomini, sono bellissime, ma proprio per la loro riconoscibilità sono state usate per tutt'altro. Usate come bersagli nella prima metà del '900, per marchiare le persone, come si faceva a fuoco nel medioevo, in ragione della loro appartenenza a una stirpe considerata per alcuni inferiore, nemica, sporca. Ma c'è qualcuno che nonostante questo truce e problematico risvolto ama comunque le stelle. Un bambino qualunque francese che è disposto a offrire un intero sacchetto di biglie, il tesoro dei tesori di ogni bambino, pur di avere in cambio proprio quella stella di stoffa a sei punte che il suo compagno di classe Jojo (il più piccolo e bravo Dorian De Clech) è costretto a portare in quanto "ebreo". A scuola essere ebreo era considerata una cosa brutta, qualcosa che ti faceva attirare i pugni. Una cosa anche strana, perché in fondo Jojo è sicuro che era "ebreo pure ieri!!" e per questo non lo avevano mai menato! Ma quelle biglie regalate sono davvero il massimo, gli svoltano la vita!! Jojo potrà farci cose incredibili tra le strade di Parigi. Sono così tante e così performanti che magari potrà anche avere la meglio nelle sfide sempre più impegnative che gli propone suo fratello Maurice (l'altrettanto bravo Batyste Fleurial). C'è un altro oggetto, dopo la stella di stoffa e il sacchetto di biglie, che nel film di Christian Duguay a un certo punto fa capolino e viene descritto nel particolare. È la fibbia argentata della cintura di un soldato tedesco, che riluce dell'inclusione "Gott mit uns", cioè "Dio è con noi". Un biglietto da visita a corredo degli ampi sorrisi dei nazisti che stanno per farsi tagliare "incautamente" i capelli, presso un negozio del barbiere giudaico. Non sarebbero certo entrati se Jojo e il fratello non gli avessero nascosto, per scherzo, mettendosi davanti, il cartello sulla nazionalità degli esercenti. Ma in fondo i tedeschi in quel momento erano solo di passaggio in Francia, che mai poteva accadere per uno scherzo innocente? Ogni oggetto, che sia una stella di stoffa, delle biglie o una fibbia, può avere significati diversi e strani a seconda dell'osservatore. Un sacco di biglie è un film zeppo di oggetti, ce li fa ispezionare, ce li fa ponderare circa il modo giusto di leggerli, quello che in cuor nostro auspichiamo più "umano". Speriamo sempre poi che i "detective crucchi" non imbrocchino la soluzione ai mille enigmi che la loro "pulizia etnica" impone da quel momento in cui cessano di essere in Francia "solo dei turisti eccentrici". E sono molti gli oggetti su cui i nazisti con tutta la loro pignoleria tedesca si interrogano,  per scovare la presenza di ebrei. C'è un violino, che ad orecchio per un militare suonerebbe "le musiche dei giudei", indicandone la presenza nelle case in ispezione, nascosti dietro le pareti. Ma il tedesco che ha questa intuizione in fondo non è sicuro se vengano con quel violino suonate musiche giudaiche o russe. C'è o ci dovrebbe essere, per sapere se un bambino è ebreo o meno, un certificato di nascita cattolica, che sembra finto ma forse non lo è. Forse per essere più sicuri si potrebbe lasciare aperta una via di fuga a quel bambino, facendo uso di un oggetto-trappola. Una porta aperta verso la libertà che se "colpevole di essere ebreo" quel bambino imboccherà, si troverà dietro una guardia armata. C'è un esame medico che in base alla circoncisione svelerebbe la presenza di ebrei, ma che va in palla se si pensa che anche gli algerini, molto presenti in Francia, praticano anch'essi la circoncisione per motivi igienici. Cosa fare se poi il bambino a cui fai l'esame ti dice proprio: "Sono algerino, anche noi abbiamo il deserto e ci tagliano la mazza a tutti! Cristiani, musulmani... e io a dire il vero non l'ho mai visto un ebreo! Come è fatto un ebreo??". Proprio con questa sottile ironia Un sacchetto di biglie non è solo un film di oggetti, è anche un film che racconta il viaggio vitale ed entusiasta di due bambini, Jojo e Maurice.
Da Parigi a Nizza, per andare a stare dagli zii in un posto più sicuro, dove ci sono i più umani e paciosi soldati italiani. Un tragitto on the road, a piedi, da soli, in cui incontreranno tanta gente normale trasfigurata dal fanatismo, dalla fame e dalla paura. Molti davanti a dei bambini torneranno per poco umani,  ma i fratelli dovranno saper contare su loro stessi prima di tutto, però con la certezza che se uno non riuscirà più a camminare ci sarà comunque il fratello a sostenerlo. Un fratello che lo seguirebbe in capo al mondo, anche se quando tira le palle di neve è sempre sleale. 


Sembra una favola horror questo viaggio verso la costa ma non mancano quindi buon umore e satira. C'è il personaggio assurdo di Bernard Campan, libraio simpatizzante dei tedeschi che continua a ripetere che i francesi hanno come nemico naturale gli inglesi e quindi "che c'entrano questi tedeschi!! Non sono nostri nemici" e cita al contempo Robespierre, Napoleone e il maresciallo Philippe Petain. Piccolo spoiler, i tedeschi perderanno nonostante il suo sostegno. C'è poi il Dottor Rosen (Christian Clavier) un ufficiale medico che rivestirà nella storia un ruolo determinante e difficile per non perdere gli ultimi scampoli della propria umanità. 
C'è tutto un flusso di emozioni che mi cade addosso quando ripenso a questa pellicola così fresca e spontanea ma anche lucidamente critica e che non fa sconti a nessuno, tedeschi e francesi, nazisti e partigiani. Un punto di vista originale sul fenomeno dell'olocausto, facilmente per intensità accostabile a La vita è bella. C'è alla base di tutto un libro autobiografico, bellissimo, scritto proprio dal bambino protagonista di quegli eventi. Un bambino diventato uomo e barbiere, come lo erano i suoi genitori e fratelli, che ha sempre sostenuto, per sopravvivere nel momento più buio della sua infanzia, come tenere stretta in pugno la biglia più preziosa, tesoro di tutti i tesori, fosse come avere in mano la propria vita. Un bambino che ha imparato dal padre (lo straordinario Patrick Bruel), in una scena davvero struggente, come sia alle volte utile uno schiaffo dato a fin di bene, se questo può insegnare a sopravvivere. 
Il romanzo è del '73, l'autore è Joseph Joffo. Ha già avuto una versione per lo schermo nel  '75. Il film mi ha commosso molto, scegliendo come ha fatto, con tanto coraggio, di descrivere senza alcun patetismo l'infanzia di un bambino allegro vissuto in uno dei peggiori momenti storici di sempre. Talk0

mercoledì 17 gennaio 2018

Leatherface - il massacro ha inizio: la nostra recensione con l'arrivo del dvd


- Sinossi fatta male: È inutile, va sempre a finire in un modo con i figli: "come fai sbagli". Succede oggi nelle nostre case come succedeva negli anni '60 nell'America rurale abitata da bifolchi cannibali. Siamo tutti sulla stessa barca! Tu cerchi di stimolarlo il pupo. Gli fai vedere il lavoro che fai, gli spieghi come si caccia per avere il cibo e sei contento quando vedi che ha capito come attirare e catturare sprovveduti turisti usando trappole da orsi e buche nascoste. Allora per farlo contento sventri la mucca più bella che hai  e ricavi dalla sua testa un copricapo buffo, solo per farlo felice! Ma non sempre tutto è rosa e fiori, i bambini ti sanno deludere in modi che non ti aspetti. Ci pensi un po' e li capisci anche. Sono piccoli, hanno questo corpo che continua a mutare, i brufoli, gli ormoni in subbuglio, un senso di sfida verso i grandi che forse pure tu avevi a quell'età. Però che tristezza quando il pupo fa i capricci e non vuole sventrare la testa di un turista con una motosega. Ed è una motosega bella, di marca, nuova, che tu hai comprato tutta per lui. Qualcosa non gli gira bene in quella testa e sai già che arriveranno i servizi sociali. Tu non sei un buon genitore e dovrà essere lo Stato a crescere per bene tuo figlio, internandolo in un bellissimo riformatorio criminale per schizzati di mente gestito da violenti secondini. C'è da rallegrarsi perché andando così un po' a scuola si fa i giusti amichetti, impara qualcosa sui soprusi e magari viene fuori uno splendido adulto psicopatico come vorresti tu. Però che tristezza portarlo via dalle braccia della mamma, lontano da casa per tanti anni e senza possibilità di visita. Chissà come si sarà fatto ometto, oggi. Chissà se qualcuno sarà stato così gentile da regalargli a Natale una motosega nuova.



- Avere la faccia come il cuoio. Era sporco, era cattivo, era spaventoso e difficile da guardare. Era Texas chainsaw massacre di Tobe Hooper. Esplorava l'America dimenticata della Route 66, fatta di paesini sperduti nel deserto dove non capitava più nessuno manco per sbaglio e con la crisi, se vuoi mangiare senza avere i soldi per comprare il bestiame, ti devi arrangiare. Hooper esplora un medioevo moderno terribile e angosciante, carico di freak cannibali e mentalmente disturbati che però sono in qualche modo uniti, organizzati, quasi affettuosi e attaccati a dei rituali come una famiglia americana media. Solo che gli estranei per loro non sono esseri umani, ma cibo. Ogni oggetto dall'uso comune nell'agricoltura viene usato da questi mostri in circostanze inedite e aberranti. Da allora una motosega non è più vista solo come un oggetto per potare gli alberi. Il film è terribilmente bellissimo, il suo seguito lo è meno ma ha un'interessante cifra in termini di grottesco: la famiglia cannibale riesce a partecipare a una gara per il chili con carne migliore e a vincere, nella classica provincia americana per bene carica di sorrisi e cappelli da cowboy, con la sua carne umana senza glutine. Sono accettati nel mondo, almeno per un attimo, come i loro film sono stati accolti dal grande pubblico per lo splatter, ma anche per la satira. Da allora il resto è storia. Anche se i seguiti non sono stati poi il massimo Texas Chainsaw Massacre o, come si chiama dalle nostre parti, Non aprite quella porta (come se le vittime dei cannibali avessero davvero la possibilità di aprire o meno una porta...) è diventato un cult. Imitatissimo, seminalissimo, cool negli anni ottanta con il boom delle videoteche e con un erede vero e proprio, nel 2000,  con il dittico La casa dei 1000 corpi/la casa del diavolo. Poi c'è Nispel e la produzione Coppola con il loro remake noto più che altro per la presenza di Jessica Biel, ma lì e nel suo seguito siamo davvero troppo lontani da Hooper. Gli ambienti realistici e lugubri sono decaduti e al loro posto c'è un tranquillo e artefattissimo scenario da casa degli orrori di un parco giochi. Il sangue è ridotto a zero o quasi per permettere al grande pubblico di godersi lo spettacolo senza sentirsi sporchi e a disagio. Il pazzo Testa di latta, che era anche una mezza critica sui reduci del Vietnam  viene comodamente tolto di torno. Al suo posto c'è l'ufficiale cattivo di Full Metal Jacket, ma in un mood meno ispirato del solito. C'è per lo meno sempre Faccia di cuoio, il mostro iconico della saga. Ha come sempre il corpo sformato, urla frasi sconnesse, imbraccia una motosega in modo maldestro, è pericoloso e ha il volto coperto da una maschera ricavata strappando e cucendo la pelle delle sue vittime. Ma  per un attimo si toglie quella maschera e sotto la pioggia guarda la luna. E allora ti sembra di stare vedendo Bambi. Ed è terribile. Taccio sull'ultimo Non aprite quella porta 3D, per me non è mai esistito e  per lui avevo già messo la parola file al mio interesse per questa serie. Mi rimaneva solo Mortal Kombat


 Forse è proprio da Mortal Kombat X che "qualcosa si è mosso". Dopo aver presentato nel capitolo IX Freddy Krueger il picchiaduro di Netherrealm proponeva per i dlc del decimo capitolo contro Jason proprio il vecchio Faccia di Cuoio. I ragazzini non lo conoscevano, si lamentavano e questo deve aver fatto un po' riflettere chi aveva i diritti di Texas Chainsaw Massacre in quel di Hollywood. Serviva un rilancio e si doveva partire proprio da lui, da Leatherface / Faccia di cuoio. Così si assumono Alexandre Bustillo e Julien Maury. Non dei Nispel qualsiasi, ma degli stramaledetti demoni da film horror in grado di non sfigurare con in mano la creatura di Hooper. Sono i registi di A l'interieur, uno dei film che ha segnato la rivoluzione Horror francese di inizio nuovo millennio. 



I registi francesi prendono Faccia di Cuoio e lo smontano pezzo per pezzo, ricomponendolo fin dalla più tenera età e togliendogli per sempre quella cavolo di espressione da Bambi che guarda con gli occhioni la luna. Il loro Faccia di Cuoio è un "mostro sociale" perfettamente in linea con la critica all'emarginazione sociale delle zone rurali che Hooper voleva lanciare con il suo film. Non è la famigliola di cannibali a creare il Leatherface adulto, ma un'educazione, frutto di un "intervento sociale" puritano e perbenista, solo di facciata, irresponsabile e menefreghista su cosa significhi davvero educare dei bambini. Sono temi che in qualche modo riguardano anche noi, perché dietro a Faccia di Cuoio scorgiamo lo stesso spettro sinistro delle case per l'igiene mentale del periodo pre-legge Basaglia. Non c'era cura ma solo contenimento e zero socializzazione, la condanna a una vita simil-vegetale. Il povero Faccia di Cuoio con una intuizione geniale di sceneggiatura viene nascosto tra i volti dei ragazzi internati in una struttura per ragazzi con disturbi mentali. All'arrivo nella struttura, al bambino Leatherface, che abbiamo conosciuto nelle prime scene, viene  cambiato il nome e facciamo subito dopo un lungo salto temporale in avanti. Come conseguenza ci sono almeno tre-quattro ragazzi ospiti dell'ospedale / carcere che potrebbero essere benissimo lui. Il film ci fa scoprire chi è Faccia di Cuoio in ragione a quali dovrebbero essere le sue vere motivazioni e valori, ma è un procedimento per niente scontato e decisamente originale. A seguito di una particolare circostanza si verifica una fuga e il film dirotta sul road movie, il genere narrativo migliore di tutti per raccontare i personaggi. Certo è un road movie efferato come si conviene ad ogni film horror slasher, pieno di sesso e violenza, ma dove il personaggio più cattivo di tutti, esattamente come in La casa del diavolo, pare essere quello che almeno socialmente ed esteticamente non sembrerebbe avere niente del mostro. Parliamo del grande Stephen Dorff, uno dei mascelloni più famosi degli anni novanta, che qui interpreta con convinzione e la cattiveria del vero crociato il Texas Ranger Hal Hartman. Hartman ha le sue sacrosante ragioni per odiare la famiglia di Faccia di Cuoio, ma dedica la sua vita a torturare i figli di queste persone. Per lui sono tutti mostri da uccidere come cani, quando invece la pellicola dimostra che dei momenti di comprensione, confronto e umanità non sono per nulla estranei a questi ragazzini. Il film non sarebbe così forte e incisivo senza la presenza di Dorff e non riuscirebbe a spiegare al meglio le dinamiche della disperata famiglia a cui "non bisogna aprire quella porta". Quei mostri si sono chiusi a riccio al mondo, diventando dei ragni predatori, anche per come il mondo si è comportato con loro. È decisamente una prospettiva interessante, come lo è scoprire alla fine chi è il ragazzo che deciderà di indossare, e perché, una maschera di Cuoio.



-Conclusioni: Il film di Bustillo e Maury è bellissimo, mixa al meglio le suggestioni del classico di Hooper e gli spunti narrativi del suo virtuale "erede", La casa del diavolo di Rob Zombie, ma non si ferma qui, trova un approccio originale e spinge la saga verso orizzonti interessanti e più "alti" che nel recente passato. Molto bravi gli attori, belli gli effetti, stupendi i paesaggi dal sapore inevitabilmente western del Texas, incalzante il ritmo narrativo. Il miglior Texas Chainsaw Massacre dai tempi di Hooper, almeno per il sottoscritto. Dategli un occhio e fatemi sapere. Per me ne vale la pena. 
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martedì 16 gennaio 2018

Addio anche a Dolores


Giusto ieri nella classe in cui insegno stavamo parlando della storia di Gilgamesh, di come, spinto da una volontà di rivalsa personale, si metta in viaggio alla ricerca della vita eterna. E di come giunga alla conclusione che tutti noi siamo mortali e che non si possa vivere per sempre. Ma, anche se il nostro corpo tornerà alla polvere, saranno le nostre gesta a renderci immortali.  Dolores e la sua voce struggente rimarranno per sempre ad accompagnare le generazioni future. Ciao e grazie di tutto.

Nerve - la nostra recensione veloce veloce


Conoscete Henry Joost e Ariel Schullman? Sono esplosi un po' di anni fa con Catfish, un docu - film che parlava in toni molto dolci, ma spietati, di come sui siti di incontri on-line potresti incontrare persone diverse rispetto a quelle che compaiono sulla foto del profilo. Il protagonista va così a conoscere davvero, fisicamente, una persona con cui intratteneva una relazione virtuale magari da mesi, "buttando fuori" durante il viaggio tutte le speranze, paure e accorgimenti pratici che avrebbe messo in campo nel gestire quell'incontro. Un incontro che potrebbe essere fantastico quanto, probabilmente, uno psicodramma. Mentre si avvicina il momento dell'incontro i due "innamorati" continuano a sentirsi a distanza, ma avranno la forza di "aprire quella porta sul reale?". Perché una persona potrebbe sempre essere più grassa, meno alta, più vecchia o addirittura con un'altra faccia e sesso rispetto alla foto che si sceglie come avatar della propria "socialità". Idea semplice ma geniale, raccontata con il cuore ma senza dimenticare mai il cervello, Catfish è diventato poi una serie TV ugualmente gustosa, che vi consiglio di recuperare. Henry Joost e Ariel Schullman sono poi approdati in Blumhouse. Su Paranormal Activity, dirigendo gli episodi 3 e 4, e su Viral hanno portato la stessa passione per la tecnologia e i social. Il loro mondo cinematografico è sempre pieno di telefoni cellulari che riprendono e condividono qualcosa, di forum e meme e tutto questo bagaglio arriva anche in Nerve, adattamento del libro di Jeanne Ryan con protagonisti Emma Roberts, Dave Franco ed Emily Meade. 


Nerve è un "gioco" della rete che si svolge nel mondo reale e mette in premio un sacco di soldi. Chi decide di parteciparvi, diventando "giocatore", deve superare delle prove scelte da chi lo guarda, gli "spettatori" (che poi sono anche quelli che pagano per guardare). Il giocatore deve riprendere con il suo cellulare le sfide a cui partecipa. Se decide di non partecipare o abbandona è fuori dal gioco, se vince le sfide va avanti e alla fine di un certo periodo il giocatore con maggiori followers può partecipare alla prova finale. Mai chiamare la polizia però, perché le conseguenze sono davvero sconsigliabili. Nerve non ha altre regole e soddisfa appieno l'edonismo di Sydney (Emily Meade), che vuole diventare una player ricca e famosa, ma può essere pure un banco di prova per una vita perennemente castrata dalla timidezza, come accade per Vee (Emma Roberts). Nerve e le sue prove continue può essere anche il "mondo reale" per malati di esperienze forti come Ian (Dave Franco) e Ty (il rapper Machine Gun Kelly). Ma cosa chiede Nerve ai suoi player? Si parte da "bacia la prima persona che incontri per caso" a " ruba un vestito" e si può arrivare a "sali su un palazzo e penzola sul cornicione" o "stai sdraitato sui binari mentre arriva un treno". Chi abbandona perde il soldi e la popolarità. Ma potrebbe perdere qualcosa di più. Di sicuro se uno è un player perde per sempre la sua privacy e vivrà circondato in ogni momento da dei cellulari intenti a riprenderlo di continuo. 

Un po' Hunger Games, un po' Jackass, un po' pure Saw l'enigmista. Nerve è una creatura strana che in mani diverse poteva diventare di tutto, ma soprattutto banale. Invece, affidata alle mani di Henry Joost e Ariel Schullman riesce a catturare al meglio il mondo dei social e dei giovani d'oggi. Si potrebbe definire il primo film che mette davvero alla berlina i cosiddetti leoni da tastiera, fotografandoli per quanto sono piccoli, immaturi e perennemente coperti in volto dai loro mascheroni. Una generazione di "odiatori" che sono peraltro stati descritti alla perfezione dal programma TV Rai "Far Web", che vi consiglio di recuperare in streaming sul sito Rai o su Rai Play, se avete la TV digitale. Senza poter vedere una persona negli occhi si infrange la "barriera empatica" e si riesce quasi a percepire il prossimo come un oggetto con cui trastullarsi finché non viene a noia, un punchingball su cui sfogarsi e che tanto "vive nel computer". Sono questi molti degli spettatori di Nerve, e Henry Joost e Ariel Schullman vogliono farceli vedere per bene. Prima quando seguono i player per strada, con il volto coperto per non farsi riconoscere. Poi quando sono nelle loro casette, a viso scoperto e tranquilli, mentre decidono della vita o della morte dei player. Adulti o bambini, annoiati o frustrati, il mondo degli Haters è visto come un mondo di omini tristi e indifferenti al dolore altrui. Ma fare questo era facile, ci sono già altri film horror che si sono dedicati agli hater. Henry Joost e Ariel Schullman ci mostrano anche la gioia e la sana incoscienza dei suoi player. I giovani Dave Franco e Emma Roberts sono carini e vitali nel loro inseguirsi e incontrarsi sfida dopo sfida, la rete diventa anche occasione reale di incontro e la parte più sentimentale del film funziona al meglio. La parte thriller invece è un po' buttata via sulla lunga distanza, la soluzione finale troppo frettolosa ma nell'insieme il film convince, diverte e commuove, sa quando serve pure esaltare e qualche volta riesce anche a fare paura. Si merita di sicuro una seconda visione per soffermarsi su qualche dettaglio o rileggere in chiave diversa un paio di personaggi. Nerve è un bel prodotto e non mi stupirebbe se comparisse prima o poi un seguito. Alla fine il mondo "reale" del web fa comunque  più paura. 
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lunedì 15 gennaio 2018

Battlefield 1 "revolution" - il nuovo modo di divertirsi (?) in multiplayer



Ok, da poco sono pure io "sulla barca". Perché ti sentì un "solo al mondo" (Una promessa è una promessa cit.) se non provi dei giochi multiplayer. Tutti i tuoi amichetti (e parlo di gente tra i 40 e 50 anni) si divertono tutte le sere a rivivere battaglie steampunk ispirate alla prima guerra mondiale e tu no? E allora ci provi, memore di quelle dieci partite a Doom Arena nel '98 e dell'ancora favoloso Unreal tournamnt giocato per ore nel 2000 e in versione PS3 per alcuni mesi. Da lì Call of Duty mi avrà regalato, per una meccanica di gioco che reputo parecchio meno divertente che Unreal e soci, una trentina di partitine online buone in 15 anni. Crysis 2 tre o quattro settimane. Una connessione fino a poco fa non idilliaca non aiutava certo, ma è stato un po' anche l'incontro con le nuove generazioni di player ad essere negli anni piuttosto traumatico. Nessuno con una vaga idea di "fare squadra", gente che ti insulta se non giochi esponendoti ai colpi in mezzo al campo di battaglia, bonus tipo "bombe nucleari" e cani, che spesso sono peggio delle bombe nucleari, in grado di scovarti e uccidere anche se sei il giocatore più attento del mondo. E poi la profonda slealtà del procedimento di crescita, dannazione!!! Una volta nelle arene di gioco tutte le armi serie disponibili respawnavano, dopo un dato periodo di tempo in un certo luogo, e tutti i giocatori entravano in gioco con le stesse armi democraticamente insignificanti. Oggi solo per il fatto che "esisti" online da un mese o due (senza essere bravo) parti con giocattoli tritacarne fuori-scala in grado di falciare come pomodori i giocatori più giovani. E c'è chi paga soldi veri per avere questi "bonus", perfino (almeno fino all'anno scorso) a costo di comprare e bere lattine di energy drink alla taurina per riscattare codici bonus per avere "esperienza doppia" per un week end o due!!! In tutto questo strano teatrino io mi sono ritirato a vita di clausura nei Game e modalità single player, ma in fondo i single player stanno morendo perché oggi il mercato, come dichiarato candidamente da Electronic Arts, spinge sulla "condivisione" dell'esperienza con una forza e concretezza tale che software House come Bethesda lanciano campagne come "Save player one". Chi vuole giocare da solo è ormai destinato a estinguersi come le foche? Forse. E allora proviamo Battlefield e Overwatch, in pratica tiratici dietro durante le feste, in versione full optional, per una ventina di euro in tutto tra black friday e promozioni collegate. 


Dovrebbero essere giochi che rispondono con concretezza ai problemi di individualismo menefreghista alla Call of duty, giochi in cui se non combatti facendo squadra muori subito. Perché io ho il problema dei problemi, che sta a monte di tutto il discorso. Non ho più di tre amici in croce che si dedicano allo stesso gioco, sono tutti "dispersi" tra giochi di guida, calcio, picchiaduro e sparatutto e se "perdo l'attimo", visto che la vita lavorativa non perdona e il tempo è tiranno, capita che prendo il gioco quanto quei tre non ci giocano più da mesi. Poi sfiga vuole che se il gioco non è "realistico, bello di guerra, storico" i miei amici manco se lo cagano, perché devono in qualche modo giustificare alle mogli (che li guardano perplesse mente occupano il loro televisore durante la trasmissione de "Le tre rose di Eva") che stanno tipo partecipando a una ricostruzione bellica supportata da documentari del Focus Channel. Certo, la rete è piena di clan e amici dotati di cuffie e coordinazione con cui interagire se c'è la voglia di cercarli, ma fa brutto perché io finisco per cercare istintivamente i quarantenni e non li trovo. Cercare del ragazzini per giocare mi fa sentire come quei maniaci del pacchetto e psicologicamente non è un'esperienza alla quale ambisco. E poi non vorrei nemmeno finire come un mio amico che per non deludere il suo gruppo online si trova puntualmente con il clan tutti i gironi per sei ore... Ok, sono parecchio complessato, lo ammetto. Tirando le somme: per divertirmi devo per forza avere fiducia in giocatori estranei/sconosciuto/di età e nazionalità ignota. Questa procedura non è facile o divertente in moltissimi casi, allora mi affido a giochi in cui "fisiologicamente" ipotizzo (anzi, prego) che senza un'idea di fare gruppo non ci si giochi proprio. Riposto per il momento con tanta paura per il futuro Overwatch, metto nella play Battlefield 1, che mi hanno sponsorizzato da mesi come il nuovo messia dell'online. È il mio primo Battlefield dai tempi di Bad Company, naturalmente giocato in singolo. Lo installo e gioco nel breve single player per scaldarmi. Mi girano già le balle perché un single player così potevano farmelo più lungo e io ero pure soddisfatto solo con quello. Graficamente è sbalorditivo, la trama è molto interessante e l'esperienza complessiva  mi convince al punto che il giorno dopo sono di nuovo da Mediaworld a cercare in offerta il nuovo titolo spin-off della saga Battlefront Starwars II. Bellissimo "il senso della vita" esposto nel primo capitolo della campagna, magnifico il capitolo ambientato in Italia sulle montagne, trascinante il deserto con i suoi spadaccini a cavallo, epiche le battaglie aeree, gli zeppelin, le città in fiamme a cui si accede dalle foreste. I carri armati pre - seconda guerra invece sono una merda, pare di guidare i carri di cartapesta del carnevale di Viareggio, ma ce ne facciamo una ragione. Va bene, dopo una decina di giorni mi decido a entrare in una partita multiplayer, non prima di aver visionato su YouTube qualche gameplay di gente che sa quello che fa. Disastro. Mi viene da piangere da tanto sono incredulo. Mi sono completamente sbagliato sull'idea che fosse un gioco di squadra. Quello che mi trovo davanti è la versione pulp dell'ora di ricreazione di quando stavo alla scuola materna. Avatar di soldati in armi che celano bambini in cerca di un giocattolo o di una altalena. "È mio!!!!!". Che sia un mortaio, un aereo, una jeep, una moto o un cazzo di carro allegorico di Viareggio. Una corsa frenetica al giocattolo, con il quale perdersi, per i cazzi propri, in uno scenario fin troppo vasto. Ci sono i fissati del cavallo, che girano per chilometri nel nulla come se fossero in "Barbie passione ippodromo". Ci sono i nostalgici dei simulatori di volo del PC del 1993, che salgono su ogni oggetto con le ali per planare sopra boschi e montagne. Ci sono i patiti delle torrette/mitragliatrici inchiodate a terra, che girano su se stessi come in un tiro a segno da parco giochi. Quelli che non sono a bordo di qualcosa se ne stanno in genere sdraiati per terra come dei sassi per tutta la partita e danno l'impressione di volersi abbronzare digitalmente più che fare i cecchini. Non c'è nessuno che cerchi di combattere per le strade imbracciando un fucile o anche solo che cerchi di combattere in genere. Per spingerti un po' a farlo, gli sviluppatori ti danno dei bonus di attacco assurdi, come baionette in grado di fare più danni di una mitragliatrice, ma è tutta fatica sprecata. Salire su un giocattolone è più bello e il gioco lo sa di questa deriva, facilita il respawn su più tipi di giocattoli sempre disponibili. Se poi un bambinone ti frega il comando alla guida di un giocattolo, puoi sempre sederti vicino a lui sullo stesso, imbracciando una mitragliatrice e non è il massimo dell'esperienza. Sui carri di Viareggio si spara con difficoltà e poco appagamento, sugli aerei c'è una gestione dei movimenti in relazione all'abitacolo che più che irrealistica sembra proprio demenziale. Ogni tanto hai la brutta sensazione che ci sia gente che gioca a un gioco diverso, perché ti chiedi come sia possibile che loro siano in testa alla classifica con 50 uccisioni mentre tu, scegliendo pure le zone più calde della mappa, hai incontrato al massimo una decina di player. Non è una bella cosa. 
E questa è la media delle partite "casual" a cui io ho assistito e partecipato. Ho constatato che le partite a cui partecipano squadre organizzate sono ben altra cosa, ma se hai solo un paio di amici a quel livello non puoi ambire e alla fine ti trovi a scorrazzare in questa specie di circo, tanto spettacolare a vedersi quanto inconsistente sul piano delle intenzioni dei giocatoti. Però se qualcuno così si diverte sono felicissimo per lui. Ma voglio provare ad insistere un po' di più prima di tornare tra le braccia di Wolfenstein, perché magari è colpa mia che non sono nel mood giusto. In fondo, chi non ama i carri di Viareggio? 
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