lunedì 23 aprile 2018

Ghost Stories - la nostra recensione




Philip Goodman (Andy Nyman) smaschera le truffe paranormali da tutta una vita. Non ci sta proprio a vedere delle persone per bene vittime di approfittatori che si arricchiscono giocando sulle loro debolezze e ricordi di cari estinti, ne ha fatto una missione e fino ad ora il suo lavoro lo ha portato a maturare una certezza assoluta: il paranormale non esiste. C'è però uno scienziato smaschera-imbroglioni come lui, un suo mito e modello che sembrava per la stampa essere morto da tempo, che di punto in bianco decide di contattarlo. Vuole che Philip torni a credere nel soprannaturale e di conseguenza gli sottopone tre casi che nemmeno lui è riuscito a smascherare. Tre storie "vere" che porteranno Philip a entrare in una zona oscura dalla quale il nostro eroe non riuscirà a scappare molto facilmente. 
Ghost Stories, basato su uno spettacolo teatrale di successo, è un film solido e disturbante. La struttura a episodi all'inizio appare frammentata e le tre storie in fondo, pur varie nelle tematiche e ricche di "spaventi", se prese singolarmente non sono da top ten dei migliori film horror a episodi come Creepshow, Body Bags, Ai confini della realtà, ABC of The death o V.H.S. La "promessa" del trailer, che stuzzicava con un approccio realistico - documentarista, con un passo procedurale e investigativo nell'affrontare e confutare il paranormale, ben presto cade, e sulle prime dispiace. Ma il film "monta" piano piano, saltano i nodi più convenzionali, cresce nel tempo un senso di disagio quanto di amalgama narrativo e alla fine tutto confluisce in qualcosa di diverso, di unico e a tratti geniale. Arrivando al finale interessante e spiazzante, forse non del tutto imprevedibile, ma carico di autentico terrore e che dimostra come nessun dettaglio sia stato messo in scena per caso dalla prima all'ultima scena. Per senso di straniamento mi ha ricordato un altro film horror a episodi a struttura simile, il recente  (e spesso sottovalutato) Southbound, ma Ghost Stories è ancora più solido. Da temi classici come la paura dell'ignoto, le premonizioni e l'incubo della vita familiare, il film arriva alla psicanalisi, al significato dell'esistenza, alla fede. Parte basso, ma viaggia alto. Parte da quelle che sembrano piccole urban legend, molto ludiche e se vogliamo schematiche, e arriva ad indagare sui motivi più profondi per cui c'è in molti l'esigenza di "credere nel paranormale". E la risposta a questa domanda è acida, caustica e umanamente tragica. Se l'Andy Nyman regista e sceneggiatore (fa tutto lui qui, insieme a Jeremy Dyson, che però non recita) ci è piaciuto per la (inaspettata) freschezza della formula narrativa e per il modo in cui ci stuzzica il nostro "bagaglio emozionale cinematografico" citando Lynch, Zemeckis, Cronenberg e Mangold (e c'è anche un bel rimando letterario a King), l' Andy Nyman attore, mattatore assoluto e cuore emotivo delle vicende, ha la facciona pacioccona giusta, la grande umanità, la sottile ironia e la corporalità bonaria simile ai migliori personaggi di Paul Giamatti. Ci ha subito conquistato il suo Philip, un inquieto, sensibile e imbranato indagatore del paranormale, ideale parente degli Specs e Tuker di Insidious. Tutto il cast funziona in genere bene, anche se Martin Freeman, su cui la struttura narrativa punta molto, forse non riesce a esprimersi al meglio. L'attore, in genere molto a suo agio nei ruoli di "uomo comune in situazioni non comuni", per i quali più volte è paragonabile a un gigante come William H. Macy, in questa pellicola appare per me troppo "ectoplasmatico" ed evanescente. Certo,  sono due aggettivi che possono pure essere utili in un film che parla fin dal titolo di fantasmi, ma purtroppo non è questo il caso.  Qui secondo copione (o secondo  come lo avrei letto io) Freeman doveva giocare dalle parti di Tim Curry, Anthony Hopkins, Gary Oldman o Jack Nicholson. Era la sua grande occasione di "fare il matto", reinventarsi e stupirci, ma Freeman tiene il freno tirato, nonostante provi comunque (ed è cosa apprezzabile) ad essere più "sopra le righe del solito". Peccato. Ma se togliamo questo "neo" (che magari ho visto solo io) Ghost Stories è una pellicola davvero piena di pregi e con pochi punti deboli, uno dei migliori thriller / Horror di questo periodo e la scelta ideale per una serata con qualche brivido. Lasciatevi trascinare dentro ai suoi incubi, non cercate di smontarlo e decostruirlo mentre lo state vedendo, fatevi sorprendere dall'ingranaggio finale e per me ve lo godrete al meglio. Ghost Stories non "spaventa facile" perché punta ad insinuarsi sotto la pelle e a terrorizzarvi piano piano. A me è piaciuto molto. Se ha colpito anche voi fatemelo sapere. Questa volta non ho voluto anticiparvi quasi nulla della trama, vi lascio tutte le sorprese. Ma state attenti al bambino con il cappuccio. 
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sabato 21 aprile 2018

Escobar - il fascino del male (Loving Pablo, Hating Escobar) - la nostra recensione




Pablo Escobar (Javier Bardem) era potente, era spietato, era il signore dei narcos. C'era però qualcuno che lo vedeva come una specie di Robin Hood e che in fondo era disposto a chiudere un occhio sul suo regno del terrore, se di fatto Escobar si impegnava concretamente a costruire case per persone non abbienti e in genere non era schivo a elargire parte dei suoi ricavi illeciti per opere di bene. Escobar così era temuto, ma anche amato. A sostenerlo si era spinta anche la giornalista Virginia Vallejo (Penelope Cruz), una barbaradurso (marchio registrato) colombiana. Questa barbaradurso (marchio registrato) era il suo migliore sponsor e, carica di sorrisi e occhioni adoranti come era, presto iniziò a far battere il cuore di Escobar fin troppo, fino a diventare la sua amante. Quello che segue è poi la sintesi della stagione 1, 2 e parte della futura 3 del telefilm "Narcos", solo che raccontato dal punto di vista tutto femminile di Virginia Vallejo, in quanto tratto dal libro autobiografico della stessa, condito con una buona dose di umorismo e spettacolarità. Ci sono aerei che atterrano sulle autostrade, ci sono feste per criminale vip stile Scorsese e un medesimo amore per i Bad guys, ci sono scenette in cui il personaggio di Bardem  invita il figlio a non drogarsi e seguire il consiglio di Nancy Reagan (una pubblicità-progresso usata in una campagna contro la droga che era rivolta a contrastare il business di Escobar stesso). Ci sono due interpreti da urlo come Bardem (enorme, complicato e shakespeariano, "mediterraneo" nelle passioni) e la Cruz (combattiva, disincantata ma al contempo fragile), che non per niente sono stati candidati entrambi come migliori attori ai premi Goya, c'è una ricostruzione storica meticolosa bei costumi e scenografie, c'è una colonna sonora vintage avvolgente. Il film di Fernando Leon de Aranoa è fresco e veloce, pieno di ritmo e con almeno un paio di scene epiche nella rappresentazione "larger then life" di Escobar. C'è un momento in cui Bardem è circondato dagli elicotteri mentre si trova nel suo covo a fare sesso con una minorenne. Si sentono le pale dei rotori in avvicinamento e lui è pronto, fieramente nudo nonostante una evidente pancetta, a contrastarli, faccia incazzata e pipino al vento, imbracciando una enorme mitragliatrice. Ma poi preferisce la ritirata, guadando il laghetto nelle vicinanze, sempre nudo e armato, con una convinzione tragica simile al miglior Godzilla di Honda che lentamente scompare tra le acque. E poi c'è lo spaccato di vita della Vallejo, che ha vissuto i lussi della vita di amante ma ancor di più le pene, in un paese in cui essere fedifraga è quasi peggio che essere innamorata di un narcotrafficante. "Escobar - il fascino del male " ci è piaciuto, sa essere divertente quanto tragico e spinge a saperne di più su quello strano e controverso periodo della storia colombiana. Come solo le buone pellicole riescono a fare. 
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venerdì 20 aprile 2018

La fine della ragione : Roberto Recchioni si sperimenta sul genere epico intimista



È difficile stare dietro alle attività di Roberto Recchioni, tanto nell'ambito dei fumetti, che del cinema, che dei romanzi. Ti svegli e scopri che il nostro "RRobe" oltre a curare mensilmente Dylan Dog e Orfani per Bonelli, oltre a stare dirigendo sempre per Bonelli i lavori per 4Hoods e Chambara, oltre a supervisionare e a essere "bollino di garanzia" di Caput Mundi per la Cosmo, oltre ad essere intento nella realizzazione delle nuove storie del Corvo di O'Barr per la IDW publishing in collaborazione con BD edizioni, oltre a essere sempre attivo come recensore per Il sito di cinema ScreenWeek, oltre a essere uscito a tempo record in libreria con il secondo volume della fantasy Ya! per Mondadori (che dice che ama scrivere tipo alle cinque di mattina nel dormiveglia), oltre a... prendo un attimo una pausa... oltre a tutto questo ti esce, in gamba tesa, con questo La fine della ragione, edito per la nuova etichetta Feltrinelli Comics, di cui scopro l'esistenza perché l'8 febbraio 2018, ero nel luogo della presentazione al pubblico, a Milano presso la Ricordi/Feltrinelli di Galleria Vittorio Emanuele, per puro caso. E poi scopro, dalla sua voce, che sta ultimamente sempre più in giro con la moto, che sta iniziando a esplorare confini della provincia italica per molti ancora misteriosi, che sta scoprendo l'Oriente "andandoci"... 
Constatato che è evidente che nel nuovo appartamento del RRobe c'è una stanza dello spirito del tempo come in Dragonball, affrontiamo questo "quadernaccio" scritto e anche disegnato da un Recchioni ultra-underground, sparato su carta con una tale urgenza punk che... non vi dico. RRobe piglia il suo stile "da Asso" e lo riempie di estrogeni, incide la tavola con un tratto energico/aggressivo veloce, espressivo, quasi nagaiano (più Violence Jack che Devilman) e che in qualcosa sta pure dalle parti di Jeff Lemire (di sicuro pure nelle scelte cromatiche, sempre curate dal RRobe, graffianti), e se sei poetico ci vedi pure qualcosa di semplificato ispirato agli ukiyo-e di Kawanabe Kyosai... oppure ci vedi solo una paraculata molto, molto stilosa ma decisamente ispirata, con tavole a volte tirate via e a volte così sbalorditive che non riesci a volergli male, anzi! E poi arrivano i testi, giganteschi nelle dimensione, scritti con il pennarello grosso. Muri di parole che riempiono intere splash-page, scritte a mano, potenti e rabbiosamente buttate in trincea oplitica su fogli ingialliti dalla sfumatura marroncina (fogli immarronciniti?). Fogli  fatti a righe come i quaderni delle elementari o le moleskine, che da dire fa più figo, per essere poi stampati su carta porosa, esattamente come alle elementari, con le immagini editate / scansionate facendoci le foto, giusto per rendere più difficile i ritocchi e dichiarare al mondo: Qquesto è, e questo non lo cambio più". Muri di parole nere con molte, moltissime sottolineature con un pennarello di un rosso sangue, bello, violento e vitale come la penna della maestra che ti mette 3 in inglese. A guardare questa pop-art da writer glottologi sembra di accedere un po' alla Smemoranda arrabbiata di un bassista liceale. E i bassisti liceali, lo sappiamo, sanno essere spesso carismatici e alla fine sono pure quelli che rimorchiano, lasciate fare. 


Ma che c'è scritto e disegnato in questo volumetto da 16 euro con copertina traslucida Feltrinelli che da lontano lo fa quasi sembrare vagamente per scelte cromatiche della copertina un manuale di Shiatzu? È una storia di epica intimista, come è stato definito dallo stesso Recchioni. C'è uno sguardo autobiografico e intimo, quasi dalle parti di Gipi, sposato arditamente a una rabbia nagaiana estrema. C'è la volontà di delineare un racconto distopico futurista, forse troppo, inquietantemente troppo, vicino al presente, ma c'è lo stile aggressivo di vomitare tutta la narrazione in faccia al lettore, come un pugno sul grugno, semplificando e scarnendo ogni concetto, snocciolando ogni prassi di comunicazione. Anche l'autore è in scena, come narratore, ma al centro del racconto c'è la "madre", un'entità che "sputa in faccia al destino", perché "lei è vento", "lei è tempesta" e "sfortunati quelli che si metteranno davanti a lei nel suo cammino, perché ci passerà attraverso". La madre è in missione, il mondo è impazzito nella barbarie dall'oggi al domani e la tappa del suo viaggio è un luogo lontano e nascosto, dove è andata a finire la "ragione". Seguiranno ipocrisie, distruzione e cavalieri dell'apocalisse con tutto il trambusto in cui un uragano può manifestarsi all'interno di un bicchiere. Ma come il mondo è impazzito? Chi riuscirà a salvarlo e consolarlo? RRobe scrive e narra veloce, le pagine girano veloci, il messaggio di fondo potrebbe essere sintetizzato da una canzone rock. Però funziona, gira bene e arrivato in fondo vuoi ripartire. Forse avrei voluto starci più tempo da queste parti, esplorare il futuro medioevale che ho intravisto, ma mentalmente vedo che mi riaffiorano i paesaggi italici di Orfani:Ringo (altra opera di Recchioni), pronti a fare da supplenti e arricchire il quadro generale. Ma chi non è fan del RRobe e Orfani: Ringo (presente in bei cartonati da Bao Publishing) non me lo vuole recuperare? Ricordo la mappa del mondo fantasy di Ya!, ricordo l'emozione di quando tra valli e città ho riconosciuto per la prima volta Campocarne e la testa è partita, ieri come oggi, a uno dei luoghi più famosi di Orfani. Pensando alla Madre di questo fumetto, automaticamente e antiteticamente torno alla figura femminile di Monolih. Il RRobe è sempre il RRobe, e questo mi sento di dirlo perché un po' nei suoi mondi immaginari ci sono caduto e sono contento di essermici perso. Ha sempre grinta, sa come scrivere dialoghi cool e come esprimere un concetto chiaro come un missile che ti arriva in testa, sa come provocare e rendere reattivo il lettore. Ma quest'opera forse si appoggia un po' troppo a cose già dette, anche  se nel cuore è interessante, più nella forma che nella sostanza un piccolo Violence Jack sociale, molto meno cattivo di quello che si sarebbe voluto, un po' spaventato e in cerca di conforto sul futuro, in tutto questo amabilmente e fallibilmente "umano". Sono sicuro che a rileggerlo ci piacerà anche di più. Una prova molto interessante di decostruzione del media-fumetto, un modo un po' diverso di assemblare le tavole e veicolare la narrazione, infine un modo intelligente e diretto per condannare le ipocrisie e gli imbarbarimenti dell'epoca moderna che spesso si nascondono dietro a una richiesta di affetto e conforto. Bella prova RRobe, continua così. Poi se ti avanzano cinque minuti liberi nel mentre che aspetti il caffè al bar, potresti pure fare un fumetto sulla rivoluzione russa, io già te lo compro...
  
Paolo "Talk0"

mercoledì 18 aprile 2018

Una festa esagerata: la nostra recensione della nuova "farsetta" di Vincenzo Salemme




"La vuoi vedere?" Con questa frase, un sorriso invitante e un fisico da far invidia a una trentenne, Teresa (la sempre bellissima Tosca d'Aquino), moglie di un piccolo ma onesto imprenditore edile napoletano, sembra suggerire al consorte, Gennaro Parascandolo (Vincenzo Salemme), future e strepitose evoluzioni erotiche. In realtà quella che vorrebbe fargli vedere è una gigantesca fontana in marmo (arrivata nel loro appartamento non si sa come), la "bomboniera" che vorrebbe dare in dono al futuro suocero, l'assessore Cardellino (Francesco Paolantoni), per ringraziarlo della partecipazione al grandioso compleanno da 150 invitati che sta organizzando per la figlia Mirea (Mirea Flavia Stellato) sul terrazzo del condominio dove vivono. Questo evento da "un paio di pizzette in terrazzo con due amici" sta decisamente diventando qualcosa di ingestibile e il povero Parasole sta "uscendo pazzo". Già il fatto che la figlia frequenti quel fesso di Bebè Cardellino (Andrea di Maria) non gli piace, perché da imprenditore onesto non vuole far pensare a nessuno che diventi un arricchito e trovi lavori per via delle raccomandazioni del potente genitore. Ma la moglie Teresa ormai si sente parte della alta società bene e non vuole sentire ragioni: la festa dei diciotto anni di Mirea sarà l'ingresso dei Parascandolo nel circolo di quelli che contano. E per fare parte del club che cosa sarà mai regalare all'assessore una fontana in marmo? Cosa costerà mai chiamare a cantare tanti auguri il mitico James Senese (interpretato da James Senese stesso!! Il mito!!)? Cosa costerà ingaggiare dei cuochi professionisti? Un abito per la padrona di casa da festa degli Oscar? Bloccare un palazzo e un parcheggio? Troppo, ecco cosa costerà tutto questo compleanno. Troppo. E la fontana - bomboniera sembra il meno. Anche dovere interagire per coordinare i lavori con il "secondo portiere" dello stabile, Lello (Massimiliano Gallo), un bravo ragazzo non troppo sveglio, diventa per Parascandolo un problema che non fa che sommarsi ad altri problemi, ma ecco che arriva a bloccare tutto "il problema dei problemi". Don Giovanni Scamardella (Nando Paone), il coinquilino del piano di sotto nonché padre della isterica del palazzo, Lucia (Iaia Forte), di colpo muore. È lo stesso Parascandolo a scoprirlo per caso prima che arrivino ambulanza, pompe funebri e tutto il resto. L'assessore per una cosa scaramantica sua non presenzia a eventi che si tengono in posti dove ci sono dei morti e non deve assolutamente sapere nulla. Il prete locale (Giovanni Cacioppo), famoso per imbucarsi alle feste ore prima per spazzolare tutte le pizzette, è d'accordo per far figurare solo a festa avvenuta che nel palazzo c'è un morto. Lucia terrebbe la bocca chiusa, ma solo se Parascandolo, di cui da sempre è segretamente innamorata, si concedesse a lei. Andrà in porto questa "festa esagerata"?
Tratto, come molte delle sue regie, da un suo spettacolo teatrale, l'ultimo film scritto, diretto e interpretato da Vincenzo Salemme è una divertente farsetta degli equivoci, leggera leggera, ideale per passare un'oretta e poco più in totale spensieratezza. La trama è semplice e geometrica quanto basta, anche se presenta un risvolto finale che per me funzionerebbe meglio a teatro che al cinema, tutto passa leggero e tranquillo. Gli interpreti sono spiritosi e molto reattivi ai meccanismi comici, perché del resto sono in gran parte "ciurma" con cui è solito lavorare il regista napoletano. Tosca d'Aquino, di cui ricordo con affetto una parte ultra-sexy a inizio carriera, in Kinski Paganini con Klaus Kinski, non ha perso un grammo di una sensualità esplosiva per troppo, troppo tempo nascosta e mortificata in ruoli comici da "personaggio logorroico e rompialle" (come spesso sotto Pieraccioni), che davvero non le hanno reso giustizia. Salemme ha sempre visto invece questo potenziale, fin dallo strip tease in cui la fa esplodere nel romantico Volesse il cielo! e anche in questa ultima pellicola, che arriva 16 anni dopo, Tosca è ancora ultra sexy. Salemme la contiene, così anche se le forme di Tosca tendono sempre ad esplodere dagli abiti (dimostrando un fisico ancora invidiabile) le mille allusioni con cui si esprime il personaggio di Teresa alla fine cadono nel nulla (come l'invito all'assessore di "fare tutto quello che vuole nella sua camera da letto"), ma si ridà un po' di giustizia a quello che è uno dei più clamorosi casi di attrice sexy mancata. Anche laia Forte, che ricordo bene ai tempi del tenero I buchi neri di Pappi Corsicato e nel dolcissimo Luna e l'altra di Maurizio Nichetti (regista che se non fossimo in Italia sarebbe venerato quanto e più di Guillermo del Toro) si ritrova qui ancora molto sexy, in una parte da psicopatica dark/vicina di casa surreale, estrema e quasi inquietante. Massimiliano Gallo e Salemme funzionano molto bene come coppia comica, si rifanno ai meccanismi più tipici e risaputi della farsa ma lo spettacolo è sempre divertente. La regia pecca del solito problema che affligge il Salemme regista cinematografico: la troppa aderenza al Salemme regista di teatro. I due linguaggi si sovrappongono, ma i due media hanno un respiro e ritmo diverso che il regista napoletano non sempre azzecca. Ma è comunque un peccato veniale su cui i suoi fan possono tranquillamente chiudere un occhio.
Una festa esagerata è un film divertente per chi apprezza la comicità di Francesco Salemme ed è contento di andarlo a vedere al cinema. Salemme coccola i suoi fan mettendo in scena la sua classica farsa ben oliata, garbata e tutto sommato innocua. Non si eccede in volgarità, non si eccede in satira di costume, non si eccede in introspezione. Ci si diverte senza pensieri, cosa che come punta a fare ogni "farsetta", come il Natale da Chef di Massimo Boldi. La farsa è una messa cantata, simile a se stessa da secoli ma in grado di divertire chi vuole divertirsi con i suoi meccanismi semplici, ben noti e reiterati. Gli equivoci nel rapporto di coppia o in quello padri/figli, le piccole truffe a fin di bene, le "corna" paventate o ricercate, i piccoli giochi di potere con la fascinazione per le figure politiche, l'idealizzazione (più che la pratica) della sessualità, i buoni sentimenti che alla fine prevalgono su tutto . 
Non aspettatevi quindi rivoluzioni registiche o temi scottanti al di là del solito "pacchetto completo". La Napoli di Salemme è un bel posto dove splende il sole, popolata di persone per bene e di qualche mariuolo per lo più innocuo. Sentitevi "a casa", rilassatevi e divertitevi. Se il teatro e il cinema di Salemme non incontra i vostri gusti per struttura, temi e humor, che forse ritenete troppo "classici", quest'opera di certo non vi farà cambiare idea; ma passa veloce e qualche risata (magari controvoglia) saprà comunque tirarvela fuori. 
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lunedì 16 aprile 2018

Ci ha lasciato a 74 anni R.Lee Ermey, l'indimenticabile sergente Hartman di Full Metal Jacket



Nel 1984 è stato l'iconico sergente istruttore Hartman nel capolavoro di Kubrick, facendo piangere e impazzire il soldato "Palla di lardo" di Vincent D'Onofrio, ma era già un elicotterista in Apocalypse Now di Coppola. Era il sergente dei soldatini di plastica Verdi di Toy Story di John Lasseter, era sempre un sergente, ma fantasma, in Sospesi nel Tempo di Peter Jackson. Un'altra divisa ha consolidato la sua fama negli anni, quella dello sceriffo Hoyt di Non aprite quella porta. Ha interpretato anche altri ruoli, tra cui il padre del Dottor House di Hugh Laurie, ma l'uniforme gli stava sempre bene, unita al carattere spesso brusco e scorbutico (se non addirittura maligno) che caratterizzava i suoi personaggi. Perché nell'esercito, nei Marines, insieme a uniformi e a personaggi dal carattere brusco, scorbutico (se non addirittura maligno) ci era sempre vissuto e questo raccontava nella sua arte.  Eroe di guerra in Vietnam e ad Okinawa, spesso rivestendo proprio il ruolo di Sergente Istruttore, in congedo da 1972 per motivi medici, nel 2002 i Marines lo promuovono come riconoscenza al servizio svolto negli anni,  a Gunnery Sergeant. R.Lee Ermey era un cinematografico sergente istruttore cattivo più vero del vero, in grado di terrorizzare con la sua determinazione da Marines anche più generazioni di spettatori debosciati e senza palle tanto in film di guerra che in pellicole Horror. Chi lo conosceva sapeva che in realtà, sotto una scorza  d'acciaio, che però sapeva spesso affievolire con l'autoironia, Lee era sorridente, aveva un animo generoso e spesso aperto a iniziative di solidarietà. Oggi ci ha lasciato, a solo 74 anni, a causa di una polmonite. E già ci manca un po' la sua grinta e il suo modo di guardare la vita dritta negli occhi con tutta la determinazione di un Marines.

Ma cosa sarebbe successo  se invece di diventare un sergente istruttore dei Marines fosse diventato un bibliotecario?


Ciao Lee. Grazie per averci ispirati e terrorizzati in tutti i questi anni. 
Talk0

venerdì 13 aprile 2018

Rampage - Furia animale: la nostra recensione del nuovo film di Brad Peyton con Dwayne "The Rock" Johnson



Non molto tempo fa diedero in mano a Brad Peyton un disaster movie su un elicottero che cercava di salvare la sua famiglia (e sporadicamente il resto della popolazione) dal drammatico distaccamento di una nota faglia che riguarda il continente americano. Il film si chiamava San Andreas e deluse molto chi si aspettava per un attimo di vedere al cinema la trasposizione di un noto capitolo della saga videoludica del Gran Ladro d'auto della Rockstar Games. Poi però ebbe un incredibile successo. Perché Peyton aveva una grande idea alla base del progetto: prendere un action-hero dal corpo gigantesco come The Rock e infilarlo in un piccolo elicotterino per quasi tutta la durata del film. La gente era incuriosita su come effettivamente potesse The Rock muoversi su un sedile piccolo piccolo che lo faceva sembrare un adulto a cavalcioni di una giostra per bambini.


L'idea comunque piacque molto, così per un nuovo disaster movie in uscita per il prossimo luglio, Meg, che da noi arriverà con l'originale titolo di Shark - il primo squalo (perché il titolo originale probabilmente avrebbe deluso chi si aspettava in sala una biografia di Meg Ryan), anche il nerboruto Jason Statham sarà per molto tempo alla guida di cockpit molto piccoli (di elicotteri, mini-sottomarini e roba varia).


Ma dietro al ruolo dell'elicotterista in San Andreas c'era molto di più che "spazi ristretti per muscoli troppo grandi". C'era un idea forte: far percorrere a The Rock il cammino cinematografico dell'eroe impegnato che anni prima aveva già percorso Steven Seagal con Inferno Sepolto: impersonare un eroe che per vivere svolge un lavoro improbabile per un action hero.


Così dopo il mitico burocrate - eroe di Seagal, Jack Taggart dell'EPA, l'agenzia per la protezione dell'ambiente, Dwayne Johnson è pronto a vestire i panni di Davis Oyoke, un "primatologo". Cioè un tizio che studia il comportamento delle scimmie tipo Sigurney Weaver in Gorilla nella nebbia. Solo che mooooooooooooooolto più credibile. Il nostro Rock preferito sarà così alle prese con un Gorilla Albino di nome George, impersonato con il motion capture di lusso Weta (Signore degli anelli, King Kong, l'ultima trilogia del pianeta delle scimmie) da Jason Liles, che ha già interpretato digitalmente il corpo di Ryuk (la "voce" era di Dafoe) nel Death Note di Netflix (che non ho ancora visto non avendo Netflix, ma di cui mi dicono tutti un gran male, e spero non per colpa di Liles). Quindi The Rock gira Gorilla nella nebbia, dramma sulla comprensione uomo-animale girato in qualche amena oasi WWF protetta? Più o meno, anche se Rampage richiama di più l'atmosfera della WWF del Wrestling, mettendo in scena scontri finti tra colossi che si picchiano tra di loro. Solo che detti colossi sono mostri giganti (tra cui lo scimmione albino George, mutato e reso enorme da spietati esperimenti governativi illegali su cui The Rock indagherà) che si picchiano nel centro di una città americana perfettamente ricostruita per essere perfettamente distrutta, seguendo grosso modo il "canovaccio" di un per lo più dimenticato videogame della defunta Midway Games del 1986, che per l'appunto si chiamava Rampage. Se con San Andreas Brad Payton andava per un attimo a illudere i fan di Gran Ladro D'auto, con Rampage arriva proprio a far incazzare lo storico regista di filmacci Owe Boll, che più di recente del 1986 aveva girato già tre film con il nome branderizzato di Rampage (che in fondo significa in inglese "furia", andando bene anche come titolo per un film con Vincenzo Salemme... tipo "Rampaaagne!!"mi immagino). Boll è incazzatissimo come sempre e già mi immagino che parta presto per proporre a Peyton di volerlo sfidare in un incontro di pugilato, come è solito fare per sconfiggere i suoi nemici più spietati (i critici cinematografici). Ma alla fine cos'era 'sto Rampage della Midway del 1986? Questa roba qua...


Dopo tre minuti di mostri che abbattono palazzi e mangiano omini vi assicuro che diventa una palla assurda. Ma che altri giochi erano usciti nel 1986? Era questo il top del gaming? Beh, il 1986 era in fondo l'anno di Out Run, di Zelda, di Castlevania, di Arkanoid, di Bubble Bobble, di Defenders of The Crown, Wonder Boy, Ikari Warriors, Dragon Quest... in sala giochi iniziavano a farsi le code dietro a dei capolavori assoluti dell'intrattenimento videoludico del domani e a casa (per lo più dei giappi, ma pure Commodore e Spectrum avevano le loro carte da giocare) iniziava a girare roba da paura.
Rampage no. Rampage nei posti che bazzicavo era sempre senza fila, dimenticato in un angolo impolverato a fianco di Dragon's Lair (che costava un botto e per lo più era "spiato" da lontano). Era un po' una poverata senza storia e senza futuro. Sceglievi un mostro tra un uomo lupo, un lucertolone o un Gorilla e facevi punti tirando giù palazzi e soldatini. E basta. Forse è l'idea stessa di impersonare un mostro gigante, lento e ultra-distruttivo a non aver mai suscitato su di me e su tutte le persone che ho incontrato nella mia vita un particolare fascino. Se sei enorme in un videogame tutto il resto è grande quanto zanzare e le zanzare non le ho mai trovate troppo divertenti. Nel gioco non fai che schiacciare zanzare e poco altro il divertimento non mi hai conquistato troppo anche se il chara design era carino, anche se gli omini erano buffi. Comunque Rampage di Midway ha prosperato per anni e anni, reinventandosi a dire il vero molto poco di titolo in titolo, ma piacendo a un sacco di gente, gente che non conosco, fino a che qualcuno ha deciso di farci un film. Questo film, cavalcando l'onda dei film sui mostri giganti che tanto piacciono in questi tempi. San Andreas di Peyton era divertente, fracassone, indovinava due o tre scene pur essendo abbastanza, drammaticamente, "stupidino". Qui mi attendevo la stessa solfa in fondo, e non sono arrivato troppo lontano alla fine. Però come tamarrata è una tamarrata che si lascia vedere. Tanto assurda quanto divertente, un c-movie stile Syfy channel, ma ultra pompato e irresistibile nel suo essere seriosamente auto-ridicolo. Un fumettone (nel senso più buono, indulgente e ingenuo del termine) davvero divertente. Puro trash, adatto solo se amate / sopportate il genere al punto da non sentirvi truffati dopo la visione per due ore di un film su uno squalo a sei teste. Roba da apprezzare se ubriachi, roba genuinamente sgangherata.


Lasciate da parte il nuovo King Kong, Godzilla, Pacific Rim e state con i pieni ben piantati per terra in una ipotetica seconda serata su "Cielo" per il ciclo "Mostri e catastrofi". C'è qui tutto il pacchetto del "film di merda low budget". Attori anche interessanti e bravi che compaiono in due scene per poi sparire (Joe Manganiello, Breanne Hill). Personaggi ultra - sopra le righe e senza senso (Jeffery Dean Morgan che per tutto il film va in giro con cinturone da cowboy con pistola argentata senza un perché). Dei cattivi che vogliono conquistare il mondo scemissimi a capo di un "palazzo dei cattivi" di 80 piani rigorosamente vuoto (la risolutissima e fumettistica Malin Akerman e un tizio che fa il suo fratellino scemo). Un love interest per il protagonista dal passato non sviluppato e competente "in roba tecnologico / scientifica" varia (Naomi Harris). E poi ci sono le scene con i mostri, che per quanto gradevolissimi e quasi ben realizzati (oggettivamente l'unico selling point per l'home video) si muovono in ambienti amorevolmente posticci e fasulli senza dare mai l'impressione di esistere davvero per un minutaggio rigorosamente ridotto e per una spettacolarità depotenziata del 70%. E poi i militari "generici", che in ogni film di merda sui mostri a basso budget non possono mancare mai, sempre con la fissa di sparare per primi, di tirare bombe e di far volare in cielo il solito aereo fatto a trapezio che sgancia le atomiche. E infine la nota sensazione che in tutto il mondo ci siamo solo sei persone che interagiscono tra di loro e che alcuni recitano più ruoli vestendo vestiti diversi. Ma lo ripeto, questa è tutta roba che il film vuole fare con determinazione, rigore e un rispetto dei topoi classico/orribili quasi maniacale. Anche perché gli effetti speciali, la fotografia e la confezione non è libera quanto un film sul barracuda volante qualsiasi. E poi c'è The Rock che vuole fare il suo Gorilla nella nebbia. Per me è il punto più riuscito di tutto il pacchetto in fondo.
The Rock interpreta il primatologo medio: un tizio che sa pilotate elicotteri d'assalto, ha un file da agente blackops impegnato in questioni internazionali, è esperto di sopravvivenza, scalata estrema, uso di armi pesanti in zone di guerriglia, diplomazia e tattica, con un paio di esami dal dottorato in fisica neuro-biologica e medicina impossibile. In più parla con i Gorilla attraverso un linguaggio dei segni fluidissimo che rasenta il contatto diretto neurale per velocità di comprensione. Questo trasforma il film in alcuni momenti quasi in Figli di un Dio minore. Avete presente?


Immaginate in locandina The Rock che arruffa i capelli di una scimmia gigante
Il rapporto tra il nerboruto personaggio di The Rock con la scimmia albina George ha radici profonde che ci vengono narrate in molto più tempo di quello che desidereremmo assistendo a una pellicola sui mostri giganti. I due scherzano, riflettono sul loro posto nella comunità e nel mondo, gestiscono fraternamente i conflitti inter/specie, scherzano come due liceali un po' scemi. E credetemi è bellissimo, perché The Rock ha una naturalezza e ingenuità fanciullesca incredibile nel parlare con quello che è in fondo un tizio in calzamaglia che grugnisce.
E il tizio a quattro zampe è bravo da sembrare una scimmia albina gigante vera, con buona pace del dinosauro e del lupo, che sono forse troppo abbozzati. George e The Rock sono un team e sono amici che si danno il pugnetto dopo aver detto una battuta divertente, che sottolineano nei gesti i concetti di "famiglia", "amici", "tu mi hai salvato non io", con una veemenza a cui era arrivata solo la Disney in Lilo e Stich. Si vogliono bene e noi gli vogliamo bene, così che patiamo un po' il momento in cui George per via di uno strampalato artificio di sceneggiatura deve diventare cattivo e può salvarsi solo se assume una speciale variante di un antidolorifico da banco famoso in compresse ricoperte di gelatina rossa. Ci piacciono The Rock e George anche perché il loro è un rapporto paritario. Non è che l'action hero samoano usi il suo amico per spostarsi o per affrontare gli altri mostri (risvolto narrativo davvero inaspettato). Ognuno fa il suo. George con stazza e pugni. The Rock con elicotteri, jeep, pistole e granate che trova lungo la strada come in un videogame. Fratelli. Se vivessimo nel mondo dominato dalle scimmie del pianeta medesimo, Rampage sarebbe il blockbuster estivo e avrebbe sessanta seguiti. Cesare avrebbe approvato.


E chi sono io per non dare a Cesare quanto è suo? In sintesi. Rampage è un interessante film c-movie ad alto budget fatto con tutti i crismi dei film brutti per vocazione. È divertente, sganascione, assolutamente innocuo e non sovversivo per andare bene pure a un pubblico di scuola primaria e fila via senza sosta accumulando scene senza senso e buchi di sceneggiatura "voluti". In una scena clou Rock deve salire un palazzo di ottanta piani, ha un elicottero che potrebbe atterrarci sopra ma lo parcheggia al piano terra per fare tutto a piedi. E di scene così il film è pieno. Il film trolla sapendo di trollare. A chi giova tutto ciò? A me che sono riuscito a divertirmi. Ma voi sarete altrettanto coraggiosi? Riuscirete a sospendere la vostra incredulità come una motosega riesce a dividere in due uno squalo volante? 
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Giudizio sintetico: una stronzata così tamarra da risultare quasi simpatica, ma comunque una stronzata.

mercoledì 11 aprile 2018

Bob e Marys: la nostra recensione di un film sullo stile della Blum House con Rocco Papaleo e Laura Morante.



Il film di Francesco Prisco "mette strizza". Poi ci fa pure divertire tra le righe, in poche e sparutissime righe, ma soprattutto mette strizza. Il film descrive / interpreta una strana urban legend legata delle pratiche della malavita attiva nell'Italia, conosciuta come "la coppatura". In pratica se un povero disgraziato acquista casa in una zona abbastanza sfortunata, potrebbe ricevere una visita poco desiderata da parte di loschi figuri. Questi gli porteranno in salotto dei pacchi da custodire, trasformando l'abitazione in un autentico deposito a cui accederanno diverse volte nel corso della settimana. Esiste una "coppatura leggera", in cui sono coinvolte poche persone per poco carico e poche visite, che si può concludere nel giro di qualche giorno. C'è poi la "coppatura pesante", in cui tutto è moltiplicato e non è certo che i proprietari della casa alla fine del "servizio magazzino" restino vivi. Chiamare la polizia sembra inutile e in alcuni casi può far credere agli agenti che i proprietari di casa siano complici dei delinquenti. Anche solo parlarne con qualcuno è pericoloso, perché c'è sempre qualcuno dei criminali in zona o un ascolto con le sue talpe. Si dice che molti misteriosi omicidi - suicidi di famiglie apparentemente normali siano dovute all'interrompersi di un servizio di coppatura. 
Il film parla di una coppatura pesante.
Rocco Papaleo e la Morante hanno deciso di cambiare casa per permettere alla figlia di vivere nel loro appartamento insieme al futuro marito. Il trasferimento è anche un'esigenza impellente in quanto Maria, il personaggio della Morante, è ossessionata dal fatto di vedere ovunque per casa dei bacarozzi. Roberto, il personaggio di Papaleo, sogna invece di tornare a vivere in una roulotte come quando era giovane e passa tutto il giorno nostalgicamente a parlare con radioamatori che hanno deciso di vivere su quattro ruote. La nuova piccola casetta in cui Maria ha deciso di vivere è in una brutta periferia, ma sembra ci siano vicini simpatici e in fondo per loro due "va bene". Poi arriva la coppatura, e il film si fa subito pesante. I loschi tipi che entrano nella nuova casina della coppia sono pericolosi e per niente buffi e nonostante il film cerchi sempre, affidandosi anche alle molte frecce comiche di Papaleo, di raccontarsi come leggera commedia surreale, l'intento fallisce e si respira aria pesante come catrame. Roberto e Anna all'inizio giocano con questa situazione, cercano di trasformare il loro incubo domestico in una specie di ritorno alla trasgressione adolescenziale. Si chiedono cosa conterranno mai pacchi, se aprendone uno potranno cambiare vita, se riusciranno a nasconderli dalle telecamere del vicino di casa impiccione e dall'occhio poco sveglio del genero che per lavoro fa la guardia giurata. Roberto troverà la grinta per opporsi a un capoufficio cretino. Maria da psicologa non proprio "modello", cercherà di forzare un ex detenuto che ha in carico a raccontarle i trucchi del mestiere. Si sentiranno dei piccoli "criminali vivi" al posto della triste coppia di "borghesi morti/dentro" che viveva nella casa di prima. Ma queste suggestioni non bastano a sollevare la coltre di tensione quasi kafkiana in cui entrambi sono precipitati. 
Il film per me ha e mantiene tinte Horror, senza alcuna voglia di schiodarsene o chiosare con il più classico dei "volemose tutti bene". E per questo più che la classica commedia all'italiana mi ha ricordato Get - Out : Scappa di Blum House allo stesso modo in cui Brutti e cattivi di Cosimo Gomez mi ha ricordato i film di Alex de Iglesia. Se questa nuova commedia italiana ama sempre più contaminarsi con i generi, come ne è un esempio anche Smetto quando voglio, devo ammettere che mi piace molto, la trovo stimolante e con qualcosa di anche nuovo da dire, ma forse il film di Prisco non funziona commercialmente al cento per cento. Gli interpreti sono bravi, l'atmosfera è abbastanza claustrofobica da essere credibile, lo stesso spunto narrativo è "potente" e a un produttore oculato potrebbe pure dare la spinta per arginare in termini di franchise. Un produttore oculato potrebbe ragionare sul fatto che "si deve poter ridere di più", magari stereotipare i cattivi fino a renderli dei mascheroni da slasher Horror (io di base gli averi messo in testa le maschere di pulcinella, Maradona e Nino d'Angelo). Un produttore più oculato poteva usare questi e altri mezzi per rendere più paradossale la situazione, per fare in modo che il film non affogasse nel realismo più cupo che poi come spettatori ci si porta a casa. Un film piccolo, lineare e forse pensato senza troppe pretese, ma con un buon ritmo e una interessante carica thriller che gli dà decisamente qualche punto. 
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martedì 10 aprile 2018

Il mistero di Donald C.: la nostra recensione dell'ultimo film con Colin Firth, Rachel Weisz e... davvero tanta acqua...



Si chiama Donald Crowhurst (Firth), abita in un posto ameno in riva al mare inglese di nome Teignmonth, ha fondato con un moto di originalità la Teignmonth Electronic e sogna di fare qualcosa di grande che riguarda l'acqua, dopo essere stato da sempre ispirato dalle imprese di Francis Chichester. Solo che Donald, che sogna di farsi lo yacht con le sue ardite invenzioni nautiche, non è mai andato oltre alla gita domenicale in gommone nella pozza davanti casa. Con la moglie (la Weisz) e i figli visibilmente perplessi, grazie agli investimenti di un direttore di giornale un po' troppo ottimista, Donald decide di partecipare alla prima edizione della Golden Globe Race, organizzata dal Sunday Time nel 1968. Con il suo trireme di nuova concezione, il Teignmonth Electron, dimostrerà al mondo che è una vera cazzata anche per il velista della domenica replicare le gesta dei più boriosi marinai di carriera. Segue tragedia. Il suo trireme di nuova concezione costa troppo e si ipoteca casa, gli sfidanti al premio sono dei marinai di fama, a farsi mesi e mesi soli in mare senza Netflix si esce di testa. Che sarà un disastro lo si capisce già dall'allegria contagiosa con cui Donald inizia la sua avventura sul trireme: viso verde vomito, passo malfermo, una mantellina gialla orribile adatta solo a una giornata dal tempo orribile nella più orribile provincia inglese. Come andrà mai a finire?
Colin Firth è un genio che ho iniziato ad apprezzare negli anni, quando si è smollato un po' da quel palo nel sedere che ne caratterizzava i movimenti e ha iniziato a giocare alla super spia in Kingsmen. Da lì sono andato indietro nel tempo, scoprendo prima l'umanità di un attore con la faccia da professore di liceo di latino costretto a indossare alle feste maglioni orribili cucitigli dalla madre (in Bridget Jones), poi l'amabile schizofrenia (sempre più indietro nel tempo nella filmografia) del bravo fanatico calcistico della porta accanto (in Febbre a 90). Colin Firth è l'everyman per definizione, per lo più imbalsamato e auto-deriso dal suo modo ingessato di porsi, ma ha quel guizzo negli occhi che sorprende e può spaventare quanto un Michele Apicella. E quindi, se non siete tra quei cinque che sanno già come è finita la famosa regata del '68, storia vera che ispira la pellicola, potete aspettarvi davvero di tutto da questo film diretto dal bravo James Marsh (La teoria del Tutto). Pochi convenevoli e Firth è in acqua, da solo nell'oceano come il Tom Hanks di Castaway, da solo a reggere con tutte le sue capacità di bravo attore l'intero minutaggio del film e a nobilitare quello che a prima vista potrebbe pure essere scambiato per un film TV. Si parte dalla costa con il classico film biografico, si veleggia convinti sul filone del film sportivo carico di cronache ed entusiasmo, si iniziano ad affrontare le onde del dramma interiore e ogni tanto si finisce sott'acqua, in zona David Lynch. Un overture frastornante da mal di mare autentico, che può permettersi evoluzioni narrative tanto avventurose proprio perché al timone c'è Firth, saldo e credibile baricentro emotivo dell'opera. Si esce di sala in cerca di un travelgum, se ancora li producono. Si esce arrabbiati e incazzati, irrisolti come irrisolta è tutta la faccenda che il film, con grande stile, racconta. E poi si fantastica. Marsh documenta con esattezza, dirige con equilibrio e rende chiaro e ben ritmato tutto l'intreccio. Ma poi va oltre. Qualche volta suggerisce con eleganza e ogni tanto ci lancia proprio delle piccole suggestioni verso le autentiche urban legend che hanno animato la comprensione di questa vicenda negli anni, trasformandola a volte in un vero e proprio racconto horror. 
Il mistero di Donald C. sembra solo all'apparenza quello che potrebbe essere sulla carta un film canonico e noiosino. Guardandolo in sala si affonda piano piano in un autentico incubo in grado di turbare ben oltre al momento in cui le luci si accendono. Un incubo raffinato e disturbante che rende la pellicola una piccola e gradevolissima sorpresa in questa stagione cinematografica. 
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lunedì 9 aprile 2018

The lodgers- la nostra recensione



Rachel (Charlotte Vega) ed Edward (Bill Milner) sono gemelli, sono orfani e vivono in Irlanda in una tetra villa separata dalla città da un tetro bosco che avvolge anche un tetro laghetto attiguo. Edward è il più introverso, ha assistito da giovane alla morte dei suoi genitori e da allora si è incupito, vive perennemente al buio e ha paura di ogni cosa. Rachel è più forte del fratello e desidera abbandonare quella casa, soprattutto da quando in paese è arrivato un ragazzo, il reduce Saen (Eugene Simon). Rachel ed Edward sono ricchi di famiglia e vivono nel villone soli, ma forse non "troppo" soli. C'è una botola a piano terra che dà verso i sotterranei. Una botola dalla quale ogni tanto rigurgita allagando il soggiorno una misteriosa acqua scura. Saranno deaditi? Sarà un fratellino di Chtulhu? Di sicuro chi o cosa vive oltre quella botola può uscire la notte e prendere il posto del padrone casa, può dettare delle regole inquietanti elencate in filastrocche musicarelle in rima, può spiarli mentre sono in bagno e può spingerli a fare cose che loro non vorrebbero. Queste presenze stanno diventando più pericolose e invadenti negli ultimi tempi, da quando i due fratelli hanno compiuto la maggiore età, e non tollerano che niente e nessuno entri nella magione a parte loro. Solo che vivendo soli a non far niente, nella magione decadente, tutto il giorno, a rispettare terrorizzati le regole musicate in rima, i due fratellini hanno finito per dilapidare il patrimonio e ora la casa rischia di venire pignorata. Cosa faranno in proposito i tizi sotto la botola?
Tagliamo corto. L'atmosfera è molto bella, gli interpreti hanno quella carica di ingenuità gotico/decadente che li rende interessanti e in genere la regia di Brian O'Malley non è male e rimanda in più di un aspetto al Crimson Peak di Del Toro. Nel sotto-testo narrativo c'è magari anche l'intenzione di muovere una allegorica critica sociale vicina al gattopardismo di Tomasi di Lampedusa, ma è qualcosa di appena accennato. The lodgers però ha il fiato corto. Spara le cartucce più interessanti nella prima parte e poi latita di contenuti e colpi di scena, facendo sperare in una svolta di qualsiasi tipo che però non arriva mai. Poteva andare bene una svolta sexy, una svolta splatter, una svolta surreale ai limiti del trash, una svolta che strizzava l'occhio ai classici della Hammer, poteva andare bene quasi tutto, ma questo alla fine non avviene. Il film insinua una certa idea su come potrebbe evolversi il racconto e da lì non si schioda, regalandoci per lo meno un finale in fondo non troppo banale a compensare le poche idee messe in campo. Poche idee che peraltro sono anche buone e rese molto bene a livello concettuale e visivo. Il film ha un indubbio fascino strutturale nel suo modo di moltiplicare all'infinito la realtà attraverso continuo giochi di specchi che operano a livello tanto visivo che emotivo. Solo che a un certo punto si avverte purtroppo che manca qualcosa e tutta la fascinazione e lo stile, di cui questa pellicola letteralmente trasuda, finiscono per essere modificate da una scrittura troppo auto-referenziale. Peccato. Davvero molto carina e brava Charlotte Vega, che quasi riesce a sobbarcarsi da sola la pellicola. Peccato che il suo impegno in questo caso non sia bastato e The Lodgers alla fine abbia l'aspetto di un ben lavorato, ma purtroppo in fondo vuoto, vaso antico. 
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venerdì 6 aprile 2018

Goldrake compie 40 anni



Oggi ai bambini si fanno vedere Peppa Pig, Masha e Orso, i Teletubbies. Quarant'anni fa ci si preparava all'arena della vita con l'Uomo Tigre, il calcio-animato era quello di Arrivano i (fallosissimi) Superboys, il romanzo di formazione era Conan il Ragazzo del futuro (che anche lui oggi sta proprio sui 40)  e la vera epica era quella di Goldrake, che fece da apripista in Italia a tutti i Super-robot. Mi ricordo un corridoio vagamente Shining di una casa in affitto al secondo piano, piena di colori caldi e una luce sparata manco fosse una puntata di Pomeriggio 5. Credo che questo sia "l'asset dei ricordi standard". Mi ricordo che correvo avanti e indietro nel corridoio con un elmo in testa ricavato da un fustino del detersivo Dash e brandendo una scopa urlavo "alabarda spaziale". Il mostro di Vega più grande che avevo in casa era un pesce rosso che, come un vero gladiatore, resisteva agli attacchi della mia manina paffuta che invadeva la sua boccia di vetro brandendo un pupazzo di gomma dura (con all'interno un'anima di fil di ferro) del gigante pilotato da Actarus. I pupazzi di Goldrake (ma poi anche di tutti gli altri robot... devo avere in giro un Danguard...) si trovavano in tutti i mercati rionali, accanto ai palloncini colorati e le castagne calde. Goldrake era il massimo, fin dalla siglia di testa. Un alieno cowboy che si spostava su un disco volante e ci proteggeva dal male. L'unico altro eroe dell'epoca che per me gli teneva il passo era Tekkaman. Che ci volete fare, vedevo ogni anime esistente sulla TV a tubo catodico, ma fin da piccolo stavo già in fissa con i dischi volanti e i cavalieri in armatura pseudo-medioevale con casco integrale. Non ho mai capito perché sia stato un fenomeno in fondo solo italiano. Certo in Giappone Goldrake era arrivato un anno prima con il nome di Grendizer, mentre qui celebriamo Goldrake, il "nostro orgoglio italico Goldrake", con il nome riadattato per far rima con Mandrake. In Giappone era uscito  solo dopo i Mazinga e il "filone" si era quindi un po' già canonizzato, aveva "cozzato" con le corazzate di Matsumoto, si apprestava di lì a pochissimo a declinare la guerra e la follia secondo Tomino. Ma sapendo in Italia Goldrake aveva fatto un "boom" incredibile. Le madri si incatenavano alle porte della Rai per impedire la trasmissione di cartoni animati così "diseducativi", ma che preparavano alla vita più un qualunque puntata dei Teletubbies. Distinti professionisti adulti si interessavano al fenomeno e ne elogiavano il valore simbolico. A pensarci mi fa quasi un male fisico che l'opera di Nagai, resa grande dai disegni di Araki e Komatsubara, negli anni che seguirono abbia prodotto al più quella mezza cacatina di Grendizer - Giga mentre gli altri robot nagaiani hanno avuto almeno una grande occasione di remake. Per i giappi Goldrake è roba dimenticata come Megaloman, facciamocene una ragione. Ma nei ricordi quel robot con le corna spacca ancora e spaccherà sempre. Auguri Actarus. In tuo onore, vado a sparami in cuffia uno dei pezzi più fighi di musica dance di tutti gli anni '70.

Mai capito perché Actarus dovesse mangiarsi le insalate di matematica... per me i complotti vegani partono proprio da lì. 
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martedì 3 aprile 2018

Ready Player One: la nostra recensione



 - Sinossi fatta male e che un po' se la mena: Alla fine degli anni '60, con Star Trek e il programma spaziale, il futuro dell'umanità era nello spazio, l'ultima frontiera da colonizzare, in armonia tra i popoli. Alla fine dei '70, con un certo film di Lucas e con il programma spaziale che andava molto più a rilento, il futuro era sempre raggiungere una galassia, ma che risultava ancora lontana lontana e piena di brutti spettri derivati dalla seconda guerra mondiale. All'inizio degli '80, con Blade Runner, la certezza che nello spazio non ci si andava più (se mai ci sono arrivati sulla Luna, diranno i complottisti) è l'affermazione dei robot da cucina come "pastamatic", il futuro era restare tutti stretti sulla Terra, in una immensa e sovrappopolata città piovosa dove i replicanti, i parenti tragici di pastamatic e di R2D2, erano diventati più umani degli umani. Alla fine dei '90, quando arrivava nel cinema Matrix e la bolletta del telefono per il collegamento a internet iniziava a costare più del riscaldamento centralizzato, nel futuro i robot avevano schiavizzato gli umani ormai rincretiniti tecno-dipendenti collegati ai porno e alla PlayStation, facendoli vivere perennemente legati come batterie a un megavideogioco. Nel 2000 ha iniziato a configurarsi il futuro peggiore: non c'era più futuro. Niente spazio, niente robot e mai più pastamatic. Aspettative finite e la quasi certezza che non sarebbe mai bastata la benzina neppure per immaginarsi un futuro alla Mad Max. Come dato allarmante, il cinema ha iniziato a produrre sempre più delle fantasie escapistiche fantasy e supereroistiche, mentre la fantascienza è diventata per il 90% "sociale", ossia volta a esplorare i grossi problemi non del "domani in quanto futuro", ma del domani inteso come "oggi è giovedì e domani è venerdì (e grazie a Dio la settimana lavorativa sta finendo)". Ready Player One si incunea in questo solco realistico - pessimista, descrivendo un futuro molto prossimo e dominato dai problemi  di sovrappopolazione, povertà, disoccupazione, inquinamento. Un futuro in cui il mondo ha perso la partita con il futuro e i giovani (e non giovani) per sopravvivere almeno "psicologicamente" possono solo sperare di avere una connessione veloce con cui collegarsi a un mondo virtuale. Un po' l'effetto che fa la cioccolata per combattere la depressione. Un mondo colorato e fittizio costellato da nostalgici e consolanti totem del passato, dotato al più a livello tecnologico di intelligenze artificiali "standard da videogame attuale" (niente Matrix nel futuro). Il videogioco più famoso e consolante è OASIS, un mondo virtuale multi giocatore sterminato alla cui realizzazione ha lavorato un uomo geniale e sognatore quanto Willy Wonka, James Halliday (Mark Rylance). Tutto e tutti girano su OASIS, su cui la permanenza dell'umanità media investe più ore che nel mondo reale. Riuscire a controllare il gioco potrebbe fare la fortuna di una vita anche solo per gli introiti degli sponsor. Un giorno il grande programmatore muore, ma esattamente come Willy Wonka lancia una sfida planetaria per trovare un biglietto dorato che designerà la persona che dopo di lui guiderà OASIS. Oltre che a coprirlo con la montagna di soldi che costituisce la sua eredità. Nel gioco ha nascosto un "easter egg", un tesoro accessibile solo completando tre sfide. I giocatori di OASIS che hanno dedicato la loro vita a scoprire questo segreto si fanno chiamare Gunter (contrazione di  Egg hunter), amano "moddare" OASIS con skin e tecnologia proveniente da tutta la cultura nerd degli ultimi anni, vivono virtualmente il rischio di perdere in gare mortali tutti i crediti accumulati in anni, sognano di padroneggiare il gioco e le sue regole. Ma il premio fa gola anche alla ricca e laida IOI (Innovative Online Industries), multinazionale dei mutui di Nolan Sorrento (Ben Mandelshon), i cui prestiti da strozzino hanno reso se possibile ancora più povera una popolazione già alla canna del gas. Sorrento  gioca a OASIS  con i suoi "Sixsers", dei salary/man adulti e "stipendiati", tra cui sono presenti pure dei "Nerd corrotti" dal vil denaro, che "giocano per lavorare" indossando avatar da quasi-trooper imperiali, tutti uguali se non per il numero di matricola, preceduto dal numero 6 (come "denominazione aziendale") per tutti (da cui, appunto, i "sixers" o "i sei"). Se muore l'avatar di un Sixers, questo viene subito sostituito dalla potente multinazionale da un nuovo sixers nella stessa postazione. OASIS più che un mondo virtuale è un autentico sistema interplanetario virtuale, con aree preposte alle competizioni multiplayer di ogni tipo, dallo sport agli sparatutto passando per tutti i generi. Ci sono dei negozi virtuali che possono convertire i premi in coins in prodotti reali che vengono consegnati nel mondo reale attraverso dei fattorini - droni. Il gioco segreto di Hallyday è ben nascosto, ma i primi indizi trapelati sembrano riguardare una corsa stile Mario Kart ultra / pompata, vicina concettualmente ai tracciati di Speed Racers delle Wachowski ma se possibile ancora più pompata. Una sfida così difficile che nessuno è mai riuscito a finire. Tra i più forti Gunter del gioco c'è Wade (Tye Sheridan), che affronta OASIS con un avatar da eroe di Final Fantasy (assomiglia un po' a Vaan di Final Fantasy XII) dal nome PerZival e ama andare in giro con la DeLorean di Ritorno al Futuro (anche se in passato ha avuto il Millennium Falcon). Wade vive a Columbus, una delle zone più sovrappopolate e patria dello stesso Halliday. È poverissimo, sullo stile degli orfani dei romanzi di Dickens. Non si capisce se studi o abbia un lavoro e abita insieme a una zia disastrata che convive con loschi figuri squattrinati, in una zona in cui i palazzi sono ricavati da roulotte, impilate e assemblate male, chiamata "le cataste". Lui sta nella roulotte più sfigata anche solo da raggiungere. La sua postazione di gioco è ricavata dentro il rottame di un'auto abbandonata e alcune apparecchiature sono rubacchiate dalla zia, per "camminare" nell'ambiente di gioco ha una specie di tapis roulant di fortuna. Ma OASIS è il suo mondo e stima Halliday, di cui conosce tutta la vita a memoria (consultabile "minuito per minuto" in un museo virtuale permanente ad hoc), al punto che sente un legame quasi trascendente con  lui, un rapporto ideale costruito sulle fondamenta di OASIS stesso. PerZival cercherà il Santo Graal del gioco per onorare il suo "re" defunto e preservare negli anni la sua opera. Sorrento vuole invece prendere quel mondo virtuale e farne un contenitore di pubblicità e servizi a pagamento in grado di occupare con le offerte promozionali la retina del giocatore dell'80% (poiché recenti studi dimostrano che il cervello umano sottoposto a tale stress visivo in fondo può ancora sopravvivere. È interessante che tramite Sorrento si muovano di fatto molte critiche ai recenti sistemini di profittazone del mercato videoludico, fateci caso). A sfidarsi e contendere con  PerZival per il premio c'è Art3mis (Olivia Cooke), una gamer molto famosa in rete, che gareggia virtualmente con la moto rossa di Kaneda (tratta dall'anime Akira) e il nostro eroe piano piano inizierà a provare qualcosa di molto forte per lei. La voglia di incontrarla anche nel brutto ma in fondo "reale" mondo reale.


- Tornare bambini: Ready Player One trasuda amore e stupore come le migliori opere di Spielberg. Ci fa tornare tutti bambini e con la voglia di emozionarci e sorprenderci a ogni scena. Crea un futuro orribile e senza speranza (non privo di molta satira comunque, vedasi "chi comanda" e "chi si lascia comandare", soprattutto perché gli ultimi sembrano avere più qualità dei primi), ma una scena dopo ci fa sognare con le più intense e acrobatiche evoluzioni pindariche. Questo è l'effetto che ha fatto a me, tagliando corto su tutti i possibili spoiler e chicche di cui il film è inzuppato fino all'osso ma che (pur favolosi e che lascio a voi scoprire) non sono il "top del film". Credo che in una proiezione con una sala piena (quella che io ho schivato) ogni tre minuti qualcuno urlerà: "Ho visto coso di Star Wars uno!!", "Guarda, c'è la tizia di quel gioco Blizzard!!", "Ma quella è la formula magica di Willow?" Però sarebbe bello sperimentare anche il trasporto che nasce in sala dal riconoscere questi mille dettagli, è un po' il gioco nel gioco della pellicola e il valore che viene dato a certi personaggi iconici nei momenti / chiave potenzia a mille l'entusiasmo (e mannaggia ai trailer che hanno svelato / rovinato alcune delle cose più clamorose). Ready Player One piacerà ai ragazzi come ai "ragazzi di una volta" perché è un classico film per ragazzi degli anni '80 con qualche aggiornamento. Come E.T. (che ora voglio rivedermi con il doppiaggio "classico", quello farcito di parolacce vintage), come Explorers, come The Last Starfighter (che, da solo, ai tempi d'oro faceva la programmazione di Odeon TV). Un film dalla trama semplice da seguire (un pregio e non un limite in questo periodo), lineare quanto ricca di sfumature, attenta nel descrivere al meglio, con le pennellate giuste, tutti i personaggi e il loro mondo. E per una volta un film che non vuole capitalizzare su dei sequel. Vengono messe in scena almeno quattro macro-sequenze clamorose che finiscono dirette nell'antologia del cinema e fungeranno da faro per le produzioni future e da test video in tutti i centri commerciali che vendono TV da qui al 2022. In Ready Player One viene valorizzata tutta la "roba pop anni '80", dai film ai videogiochi, dai cartoni animati ai giochi di ruolo,  dai fumetti alle serie TV, elevando e accreditando questo magma colorato a forma di arte e cultura percorrendo una via interpretativa interessante, che spesso scava dalla mera estetica rappresentativa riuscendo a raggiungere i bagagli affettivi che i veri fan riversano su quelle opere fatte ormai "della stessa materia dei sogni". Dietro la scorza del giocattolone visivo definitivo per ogni nerd feticista c'è quindi molto di più, anche se le coordinate portano al meglio del cinema per ragazzi degli anni ottanta, senza l'ambizione di portare a casa qualcosa di diverso o più pretenzioso. 


Molto bravi gli attori, con Mendelshon che si conferma villain di lusso dopo Rogue One. Sheridan, il nuovo Ciclope della saga X-men, assomiglia molto a un giovane Spielberg, ha una fisicità ingenua ed è molto espressivo. Olivia Cooke, che abbiamo già visto in Ouija di Blum House, interpreta un personaggio complesso, ferito ma fiero. Mark Rylance, che per Spielberg ha recitato nel Ponte delle Spie e ha dato corpo e voce al Grande Gigante Gentile si conferma un attore gigantesco, impersonando un Halliday sognatore e timido al di là del tempo e dello spazio, un genio gentile e dimesso che rimane impresso nella memoria. Bravo Simon Pegg in un ruolo piccolo ma importante, bravi tutti i ragazzini del gruppo degli "altissimi cinque", stupenda la fotografia e folgorante la colonna sonora, che pesca dalle colonne sonore dei film più iconici quanto riproduce pezzi d'annata esplosivi, quanto sperimenta cose nuove ma azzeccate. E poi c'è lo Spielberg Touch, il marchio di fabbrica irrinunciabile di uno dei più grandi registi viventi. Quando Spielberg "gira male", arrivano comunque i premi di critica e i riconoscimenti del pubblico. Quando "è in giornata" riesce come pochi a dominare la settima arte. Io pur apprezzando tecnica e stile mi ero un po' rotto di una fase registica fatta di cavalli da guerra, recite scolastiche su Lincoln, attempati ponti spioni, gentili ma noiosetti giganti gentili e film sui giornalisti - supereroi. Ready Player One, anche grazie a un libro di partenza che pare abbia ispirato molto (e che mi sono pure comprato da leggere) riporta per me Spielberg ai tempi di Minority Report. 


- La domanda dal pubblico: "Ok fanboy, luccica tutto tutto su OASIS?" Grazie della domanda, posta sempre in modo garbato e non tendenzioso. Qualcuno si lamenterà per la troppa (e per me bellissima e magistralmente integrata) componente visiva digitale, esprimendosi con il pleonastico: "Ma che ci vuole a farlo nel 2018??!! Tocchi due tasti con pc, ci pucci dentro le skill fatte da un mio amico ispirate ai cartoni animati per farle girare su Gran Ladro d'Auto, fai ping ping e in mezza giornata ti realizzo io, bendato, qualcosa di fatto meglio, con più X-Wings e il Trider G7". Posto che con "ping ping " a parole sono buoni tutti, per me il livello artistico di quest'opera è enorme. Si nota, qui e là, la presenza di certi "brand" più di altri, che giocoforza influenzano visivamente il prodotto, ma la cosa non stona per nulla. Qualcun altro dopo la visione riuscirà a scovare le piccole incongruenze di un mondo che appare gigantesco solo di facciata, ma in fondo è ben delimitato come nei classici film di fantascienza "a metafora", abitati alla fine da quattro personaggi che vivono sullo stesso pianerottolo come in Star Trek (pur con dietro camionate di comparse mute). Ma spesso cose come queste, che per qualcuno sono ingenuità (come se fosse utile alla trama avere sessanta personaggi e 499 location diverse), sono funzionalmente volute, in fondo per motivi di trama, così come l'ampio uso della animazione digitale è voluto e riesce bene a creare un interessante (e ugualmente funzionale in alcune scene / chiave) diversità tra mondo reale e virtuale. 
Non abbiate paura infine di approcciare il film senza essere prima "pucciati dalla testa ai piedi" nella cultura nerd. Vi divertirete comunque senza sapere che i tizi con l'armatura spaziale verde con casco con visiera giallo si chiamano Spartan. 


-Videogiochi per trovare se stessi e affrontare il mondo: Ready Player One è una lettera d'amore alle nuove generazioni in cui cinema e videogiochi diventano un medium unico e si ridefiniscono arti ancillari, e non occasioni escapistiche, per leggere e godere al meglio la vita di tutti i giorni. OASIS è un mondo virtuale bellissimo, ma il film ci dice anche che "la realtà è fuori" e "la realtà è anche l'unico posto dove poter mangiare un hamburger decente". Anche la realtà sovrappopolata, ultra/tassata e più sfigata merita di essere vissuta. Si dice che Bruce Lee con L'ultimo combattimento di Chen abbia gettato le basi dei picchiaduro a scorrimento a livelli. Non ho mai capito quanto questa affermazione sia una supercazzola, ma fosse vera il cinema a tutti gli effetti è una delle fonti di ispirazione dei videogame. Spesso i videogame riproducono oggi dei viaggi iniziatici all'età adulta e sarebbe bello che questo potenziale narrativo non si perdesse in sterile intrattenimento, ma fosse un banco di prova per affrontare la vita che sta fuori. Dietro ai giovani eroi della pellicola, si vedono muovere come antagonisti poco convinti, dei "nerd attempati". Sono carichi e hanno le conoscenza per ricevere anche loro il dono del gioco, il "comando del domani", ma scelgono di piegare la testa davanti a un grigio e arrogante burocrate. La loro battaglia, la battaglia della loro generazione, sembra ormai persa e in questo aspetto credo che il film voglia fungere un po' da "sveglia". Il film dice tra le righe che il  futuro è dei giovani e dobbiamo avere fiducia in loro perché sono fantastici (anche se si vestono malissimo pure noi da giovani, sempre seguendo le mode, ci vestivamo malissimo), ma tutti possono partecipare a costruirlo, se riescono a valorizzare il proprio potenziale. È un aspetto che, da persona un po' attempata, ho gradito. 
- Finale: andate al cinema e godetevelo, di corsa! Ne ho già parlato per non so quante battute. Andateci per contare le citazioni, andateci se amate i videogiochi, andateci per trovare in sala un film per ragazzi come si facevano una volta e che per me hanno sempre il gusto del Tegolino del Mulino Bianco. Ma andateci pure se non sapete le citazioni, se non amate particolarmente i videogiochi, se il Tegolino non vi piace poi tanto. C'è da divertirsi e magari portare in sala i figli. Poi fatemi sapere se anche a voi, dopo la visione, è venuta voglia di farvi una mini maratona di Spielberg. Io voglio partire da Duel e non fermarmi più. 
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