giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi: la nostra recensione spoiler free



Sinossi: siccome preferisco vivere, qui non scrivo una singola riga. Ne riparliamo tra un annetto o due

Tra il vecchio e il nuovo: siamo da poco uscito dalla sala, con ancora gli occhi lucidi per l'ultimissima scena prima dei titoli di coda e con un senso di "completezza" che oggi in sala è quanto di più raro e prezioso possibile. Potrei morire domani e questo ultimo Star Wars mi basterebbe, nonostante la saga si sa già che continuerà per un nuovo capitolo, spin-off vari e nuova trilogia con alla guida come per questa pellicola Ryan Johnson. La forza, l'impero, i personaggi, tutto trova una direzione chiara ed autonoma, scrollandosi un po' di dosso quell'aria di fan movie extra lusso che era Il risveglio della forza e cercando, riuscendoci, territori nuovi verso cui espandere l'universo sognato e creato a fine anni '70 da Lucas sulle pagine di un quadernone con pagine gialle in offerta. Dopo aver celebrato nel modo più potente, convincente ed epico la saga storica è tempo in questa pellicola di cedere del tutto il testimone ai giovani e in questo senso il terzo film in programmazione tra due natali sarà una sorpresa assoluta, per ora davvero inimmaginabile. Certo è davvero un salto nel vuoto quello affidato a episodio IX e non stupisce che siamo insorti già problemi con la regia e la sceneggiatura, ma per questo episodio VII siamo ancora nella "safe zone", una safe zone di lusso per una pellicola che in molti hanno già avvicinato a L'impero colpisce ancora per potenza e solidità narrativa. Io non ho ancora  un giudizio netto da esprimere perché sono ancora troppo "caldo", ma delle belle vibrazioni le ho avute. L'universo è in espansione e ci sono nuovi pianeti e creature da esplorare, i personaggi si definiscono spogliandosi dei cliché più triti e diventando finalmente autonomi, l'azione è travolgente e la durata over-size dello spettacolo, 152 minuti, non pesa affatto. 


C'è un po' di Totoro nei Prog, c'è un po' di Nausicaa nelle volpi argentate e pure qualcosa di Final Fantasy nei quasi-chocobo di un certo pianeta. C'è un po' di Shakespeare nell'aria, il Giulio Cesare su tutti. C'è tanta carne al fuoco e in genere ben cucinata, ci sono tante sorprese, alcune anche davvero inaspettate. Alcuni personaggi a dire il vero sono un po' buttati via in questa "corsa al rinnovamento a tutti i costi" (vorrei dirvi chi ma non posso... diciamo soprattutto uno verso il quale c'erano grandi aspettative...) ma la cosa viene compensata dalle performance degli altri. Gli attori sono ottimi, la Fisher e  Hamill addirittura "giganteschi" nel loro arricchire personaggi già iconici. Driver e la Ridley trovano una ottima sinergia che riesce ad espandere al meglio i rispettivi personaggi, Boyega con la Tran fanno altrettanto e perfino la super corazza del personaggio di Isaac un po' si incrina, rivelando una grande umanità. Di contro un Del Toro con un tic nervoso al labiale, mamma mia, pare Jar Jar Binks e pure Laura Dern dai capelli rosa e la sua vice "nasuta" non si possono proprio vedere. 


Ma fortuna che sono eccezioni, fortuna che c'è sempre Chewbacca, che intrattiene siparietti esilaranti con le poiane spaziali. È bello poi vedere, confermando il "canone lucasiano", come la pellicola sia carica di donne forti, come la malvagità si annidi spesso nella paura, come l'ironia sia spesso un'arma letale contro il fanatismo. Forse lo stile di Johnson è un po' schematico, non fa respirare al meglio l'epicità degli scontri tra astronavi (Rogue One in questo aveva una potenza dirompente) e ci sono troppi passaggi veloci tra una scena e l'altra (in un paio di momenti non è chiarissimo da dove arrivino dei personaggi o che fine facciano). Ma sono peccati decisamente veniali per il sottoscritto, roba che non intacca l'alta qualità e la carica rivoluzionaria del film. Preparate i fazzoletti per l'ultima interpretazione di Carrie Fisher. Buon divertimento e che la forza sia con voi e con i vostri figli. Ci sarà sempre un impero da abbattere, ma la resistenza sarà sempre agguerrita e pronta a combattere per quello che davvero conta: le persone a cui vogliamo bene. 
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sabato 9 dicembre 2017

Amythiville il risveglio - la nostra recensione

"Riuscirà Jason Blum della Blum house a risvegliare il diabolico brand ormai appassito?"



-Sinossi: C'è una casa maledetta in città. È apparentemente accogliente, ma ti guarda male, con quei suoi finestroni / occhiacci che spuntano dell'attico. C'è stato un fatto di sangue terribile, c'è stato un processo mediatico sullo stesso che non ti dico, c'è di mezzo lo scantinato che nasconde dietro a delle assi di legno una stanza rossa degli orrori satanici. Ci sono pure venuti a investigare i Warren, i demonologi "autorizzati dal vaticano" (e alle cui imprese reali sono ispirati i fatti narrati nei film della serie The Conjuring, Annabelle, e i prossimi Nun, Tall Man ecc. ecc.). Tutti conoscono la storia, al punto che ci hanno girato pure un film, un seguito e un remake brutto con Ryan Reynolds ed è carino il gioco meta-storico-cinematografico che imbastisce la pellicola attraverso il personaggio dello studente ultra esperto di horror, che strizza un occhio alla nerdspoilation di Scream. La casa è maledetta, tutti lo sanno e sta pure nei tour turistici cittadini. Ma una madre di famiglia, Joan (Jennifer Jason Leigh, sempre bellissima dai tempi di Inserzione Pericolosa) in quella casaccia ci vuole andare con tanto di figlia adolescente ribelle, figlia piccola in odore di vedere i morti e figlio malatissimo e incatenato a un letto a vita dopo un traumatico evento distruggi - famiglia (Cameron Monaghan, il lanciatissimo e bravissimo "Joker" della serie TV Gotham) di cui lei si sente ovviamente colpevole. Ma la casa costa poco ed è così grande  da permetterle di stare tutto il giorno ad accudire il figlio. Potrebbe essere che tutte le storie di sangue dietro la casaccia siano fesserie. O forse no? 



- Un horror che si diventa ciechi: Certo che se vogliono spaventarmi con questo film di presenze/assenze e di soprannaturale/ (spoiler), molto introspettivo e gustosamente problematico sul concetto di "fede",  non possono mettermi una attrice dalle gambe interminabili e fisico da urlo come Bella Thorne, che interpreta la figlia più grande, Belle, perennemente in body, sguardo arrapante e sul punto da andare sotto una doccia. Ma come si fa? Se siete maschietti preparatevi a stare arrapati per novanta minuti, se siete femminucce preparatevi a mollare una pizza in faccia al moroso che avete accompagnato in sala. E non c'è rimedio!!! La Thorne mi manda in fissa tutto il film e lo fa dall'inizio pure!! Che la strategia di Jason Blum sia di rinverdire la stagione dello slasher anni '80? Però in quei film benedetti da Michael Meyers per lo meno c'era lo splatter liberatorio e ampiamente metaforico a scandire le docce di procaci e "peccaminose" fanciulle. Qui no. Il film ad ambientazione "satanica" e ogni sua possibile velleità drammatica mi si distrugge se contaminato dall'incipiente libidine dello spettatore medio nel vedere questa dea mezza nuda anche solo incedere sulle scale. Ma quali jump scare!!! Che si sposti e lasci vedere quel ben di Dio!!! Anche Maika Monroe in It follows era ugualmente arrapante e dominante sullo schermo, ma quella era un horror che aveva come cardine il sesso e la paura dello stesso, era funzionale alla trama il fatto che fosse una bomba sexy barely legal. 


Qui invece scombussola e distrae da un tipo di entità diabolica che è pure originale e potenzialmente interessante. Il mostro c'è e non c'è, è una specie di Babaduk, è qualcosa che nasce dalla famiglia e si radicalizza nella safe-zone dell'area familiare. La casa è il luogo dove spesso si rifugiano, deluse dalle amicizie e dalla rete sociale, le famiglie che sopportano gravi situazioni dolorose nella loro routine. Il film dimostra, più di mille trattati sulla natura umana, come male, il "diabolico" o quanto è socialmente / giuridicamente sbagliato" diviene quindi un placebo in alternativa al niente, all'urlo di rabbia contro il "niente sociale" che rimane estraneo al dolore che gli si presenta sbattuto in faccia. È un messaggio importate, è una considerazione potente che un film come questo riesce bene a descrivere analizzando rapporti tra i personaggi chiari e dichiarando come il vero orrore esiste nel mondo reale. Il film per questo va bene e si riesce a installare un po' nella testa degli spettatori. Ma bisogna davvero fare uno sforzo psicologico enorme per non distrarsi dalla trama seria e mettersi a scrutare con i bulbi oculari spalancati tutti i centimetri di pelle soda e formosa di Bella Thorne. Ci vediamo tutti dall'oculista. 
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martedì 5 dicembre 2017

Senza amore - Loveless




- Sinossi: Russia, giorni nostri. Non c'è vita senza amore. Per questo cercare amore è una ricerca costante e febbrile, anche nei posti più disparati e lontani. Genia sta divorziando da un marito che non ama e forse non ha mai amato dopo aver incontrato un uomo più maturo e sorridente. Il suo ex ha trovato una donna più dolce che ora sta portando in grembo suo figlio. Bisogna vendere la casa presto per dividere il ricavato, bisogna ragionare se vivere o meno con una suocera acquisita, bisogna fare in modo che nessuno sappia del divorzio tra i colleghi di lavoro perché la politica aziendale ultra-ortodossa prevede il licenziamento in caso le famiglie dei dipendenti si spezzino dal sacro vincolo matrimoniale. E infine, dopo ogni cosa, c'è un figlio. Un "totem" vivente che la coppia vede come la rappresentazione del partner ora tanto odiato. Un "moccioso" che piange sempre e che è la causa del matrimonio riparatore che ha rovinato a entrambi la vita. Cosa succederebbe se quel bambino un giorno prendesse la porta di casa e sparisse? In Russia per dichiarare un bambino scomparso ufficialmente servono dai sette ai dieci giorni e non c'è organico per le ricerche. Esistono però delle associazioni di volontari. 


- I limiti di una coppia moderna. Lei non ti guarda in faccia, è sempre attaccata al cellulare e posta in continuo foto sui social. Lui pensa ai casini lavorativi che può comportare il divorzio, vive e lavora a tre ore di macchina e cerca una gabola per affrancarsi. Entrambi hanno nuovi partner e sono sessualmente attivissimi. Ma essere genitori per loro è qualcosa di lontanissimo dalla felicità e sognano in qualche modo di liberarsi di quel bambino che hanno in mezzo alla loro vita felice. Poteva essere una commedia nera e avremmo tutti riso della brutale cattiveria di questi algidi e repressi genitori dell'est. Invece è un film durissimo, dal taglio quasi documentaristico che ricorda film dei fratelli Dardenne ("L'Enfant - una storia d'amore" potrebbe essere interessante visto insieme a questo, e se avete tempo e mezzi per un piccolo ciclo da cineforum metteteci dentro pure "Il ragazzo con la bicicletta"). Gli imponenti, freddi e vuoti scenari russi, quasi tendenti al bianco e nero in una fotografia che per noi occidentali è facile accostare a lavori di Wally Pfister, offrono una cornice visiva che non concede scampo ai sentimenti. La natura è matrigna, ombre nere profonde rendono le scene di sesso e le nudità qualcosa senza cuore, la ricerca del bambino riguarda palazzi fatiscenti e obitori disadorni, anche la stessa casa dove abita il bambino viene sezionata e con il tempo spogliata e venduta ad altri. Gli attori mettono in scena personaggi narcisisti e autodistruttivi senza compromessi, senza un'empatia con lo spettatore sullo stile di Hollywood. C'è in loro un senso di famiglia che è scavato nel profondo, che è stato ammaccato dai casi della vita, che vuole rilanciarsi al futuro ma dimenticando il passato. Fanno comprendere a pieno il loro dramma interiore ma non aspirano ad esserci amici e questo distacco emotivo aiuta a guardarli dapprima con sguardo da entomologi e solo infine con sguardo umano. Lo spettatore si può sentire quindi giudice dei fatti in scena, ma alla fine arriva, potente, un coinvolgimento emotivo che si porterà a casa fin dopo la visione. 



- Conclusioni:  Senza amore è un film duro, crudele e oggi assolutamente indispensabile per aprire un dibattito serio su cosa significa essere una coppia e genitori. Mette in scena l'autopsia di rapporto di coppia moderno, con dinamiche non troppo diverse da quello che capita ogni giorno anche in Italia, e getta ombre oscure su dove possa finire la genitorialità quando i figli diventano invisibili ai loro stessi genitori. E anche queste sono cose che capitano e di cui spesso non si parla in quanto rimangono nel "dark number" delle violenze domestiche non segnalate. Questo film colpisce come un pugno allo stomaco e ti rimane in testa. È un buon punto di inizio per una riflessione. 
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domenica 3 dicembre 2017

Dickens: l'uomo che inventò il Natale. La nostra recensione!


Londra, metà 1800. Lo scrittore Charles Dickens (Dan Stevens, molto bravo) tornava da una trionfale tournée negli Stati Uniti dopo aver raggiunto il massimo del successo con il suo Oliver Twist. Era un rivoluzionario che riusciva nei suoi scritti a dare la voce alla parte della società più povera e maltrattata. Qualcuno lo definiva già il nuovo Shakespeare. Charles ci aveva messo tutto se stesso in quell'opera, il suo passato e la crudeltà della società, aveva "dato tutto". Passavano tre anni e il nostro eroe, un po' di fiaschi editoriali pesantissimi dopo, era a terra. Di colpo non era più sulla cresta, nessuno parlava di lui e gli americani erano pure mezzi incazzati per come il nostro, improvvisandosi un Beppe Severgnini ante litteram, li ritraeva  nella guida di viaggio "American Notes for general Circulation". L'entusiasmo ormai era lontano. Lo scrittore arrivava allora al punto di fare economia sulle candele... quegli oggetti ricavati dal lavoro di piccoli insetti a righe che nell'antichità servivano (le candele, non gli insetti) per l'illuminazione dell'abitazione... accadeva prima dell'avvento degli smart phone. Intanto la famiglia dickensiana, insensibile, richiedeva sempre più dispendi economici per quella serie di inezie quotidiane che racchiudevano il "vivere". La moglie (Morfydd Clark) voleva più attenzioni coniugali ma soprattutto un piastrellista di grido per rinnovare la casa, il padre (Jonathan Pryce) era tornato in zona, in cerca probabilmente più di soldi che di abbracci, visto che cercava di continuo di rivendere gli autografi del figlio al banco dei pugni locale. E poi appena si girava trovava un critico rompiscatole (Ian McNeice), che orgasmava nell'inseguirlo ogni volta che usciva di casa cercando di sputtanarlo in pubblico nel modo più spettacolare possibile. Fortuna che c'èra Foster (Justin Edwards), l'amico e consigliere di sempre, grosso come un orso ma tenero di cuore, la spalla su cui piangere, l'uomo delle decisioni pratiche. Fortuna che in casa era arrivata la giovane e orfana bambinaia Tara (Anna Murphy), che raccontava ai figli magnifiche storie della tradizione scozzese che intrecciavano  fantasmi e feste. E proprio dall'ascolto di quei racconti scattò qualcosa nella testa dell'autore, la voglia di creare una storia... sui fantasmi e sul Natale. Qualcosa all'inizio senza una vera forma definita, forse un horror come quelli che erano tanto di moda o forse una favola. Doveva intitolarsi "Sciocchezze!" o "Ballata di Natale" o "una roba di Natale", doveva contenere della satira come cercare di risalire ai motivi più profondi per cui quella ricorrenza, "nell'oggi vittoriano", appariva solo frivola e per bambini. Si era perso il senso vero del Natale a Londra, ma  stringi stringi Dickens ambiva all'equivalente del "disco di Natale" di Mario Biondi. Tra i problemi della vita quotidiana e la ricerca dell'ispirazione, tra editori che subito gli bocciavano il progetto e illustratori con poca immaginazione, finalmente compariva davanti all'autore, evocato attraverso un nome accattivante, il protagonista della sua nuova opera, Ebenezer Scrooge (Christopher Plummer). Un uomo avido e iracondo, burbero e insensibile, vecchio e ricurvo, con un brutto cilindro in testa e occhietti cattivi piccoli piccoli. L'uomo che  idealmente era la somma di tutto quanto si trovava di sbagliato nella variegata umanità che Dickens riusciva a scovare tra le vie di Londra di metà '800. Un essere sentimentalmente sterile e socialmente  orribile, lo specchio della più brutta borghesia arricchita. Un mostro, ma che più passava il tempo assomigliava al suo autore. Dickens non vedeva più allo specchio il piccolo Oliver Twist, ma il vecchio e corrotto Scrooge. I 3 celebri fantasmi sarebbero riusciti a salvare l'animo di Ebenezer e di Charles?


- Una delle storie più famose al mondo. Il canto di Natale non ha bisogno di nessuna presentazione credo. Ne hanno fatto milioni di adattamenti e declinazioni. A me piace in particolar modo S.O.S fantasmi con Bill Murray e quando ero bambino pensavo che la storia originale fosse Il canto di Natale di Topolino. Trovo invece magnifico, ma terrorizzante più di tutte le pellicole Blum House, l'adattamento di Robert Zemekis. È roba da incubi anche a distanza di anni e non lo vedo proprio adatto ai più piccoli e sensibili. Questa pellicola diretta da Bharat Nalluri di produzione ultra-british-deluxe si basa invece sull'omonimo libro del 2008, che parla in modo meta-testuale della realizzazione di quel racconto. È leggero, è ultra-natalizio, riesce in più punti a commuovere, ma come tutti i racconti di fantasmi fa anche paura. 
Perché ci sono le ghirlande, i canti per le strade, la neve e un registro narrativo pieno di ironia e buoni sentimenti, ma sotto la cornice sgargiante c'è molto di più e spesso il magnifico presepe vivente vittoriano nasconde contorni oscuri. Sotto il vischio, la Londra rappresentata in cartongesso è un cancrenoso agglomerato urbano alla Sweeney Todd, dove tra i fumi delle fabbriche e le carrozze veloci si assiepa un'umanità avvizzita, aguzzina contro i deboli e perennemente armata e crudele contro la peste della povertà. Una malattia che, espandendosi quasi invisibile, dalle zone in ombra delle strade percorre ogni vicolo, dalla periferia fino al centro. I poveri sono troppi. È storicamente l'epoca degli ingloriosi editti contro i poveri, l'epoca delle ingloriose case-lavoro, degli "orfani" per debiti dei genitori. È l'epoca della fuliggine nera, delle catene di montaggio, dei furti per qualcosa da mangiare, dei bambini tenuti in catene. Ma diviene anche, a contrasto, il periodo delle più grandi rivoluzioni sociali, dei social worker e di una importante rinascita morale. Movimenti che trovano il cuore e la forza di agire anche in Charles Dickens. Con il suo libro Oliver Twist aveva puntato il faro sugli ultimi, sui bambini dello "stato", delle strade e delle fabbriche e su chi non troppo amorevolmente si curava di loro. Ha fatto vedere i poveri come persone e non come "zombie" o come malattie. C'è tutto questo nel film, ombre e luci, speranze e paure, ipocrisie e forze di un secolo, di un secolo oscuro ma anche di rinnovamento, infiocchettato da una gradevole patina natalizia "marcia", merito di un ottimo mix di fotografia, scenografia e costumi. In una felice intuizione registico/letterario/narrativa Dickens vede tra i volti delle persone di questa Londra i "suoi" personaggi, gli attori dei suoi racconti più noti e per il lettore attento riconoscibili. Questi personaggi vicino e agiscono assumendo quasi l'aspetto di personali fantasmi/personalità multiple dell'autore, con cui egli ha un dialogo esclusivo e pazzerello. Fantasmi emotivi, coro greco della sua morale e vere e proprie ossessioni visive e auditive, questi personaggi che gli parlano "dalla testa". Lo specchio delle forze emotive da imbrigliare e ordinare per riuscire a dare corpo al racconto. Gli appaiono di notte, al buio vicino al letto, mentre è al bagno, in strada, nei sogni. Gli appaiono di giorno, intrufolandosi dei discorsi che gli fanno le persone reali. Lo terrorizzano, lo confondono, lo ispirano. E questi personaggi sono pure autonomi, hanno le loro "libere uscite". Al punto che si ritrovano tra loro anche in assenza dell'autore stesso attorno al tavolo dove Dickens compone la sua opera. A volte lavorano di "brain storming", a volte sembrano persone scocciate a una riunione di condominio, a volte pazienti di uno psicologo assente che si lamentano in sala d'attesa di come questi non li ascolti abbastanza. In questo aspetto "metaforico - fantasmatico"  il film, rileggendo Il canto di Natale in modo genuino quanto innovativo, diventa una delle più lucide e geniali rappresentazioni di come la mente di uno scrittore agisca e crei dal nulla un romanzo. E in tutta la follia della messa in scena questa riflessione sull'ispirazione appare così chiara e precisa che la pellicola andrebbe fatta vedere nelle scuole. Naturalmente e funzionalmente alla messa in scena l'ossessione più forte è Scrooge, interpretato da un faustiano, perfetto Christopher Plummer. Slanciato ma ricurvo, sdrucido e infermo nei passi, dalla voce catramosa. Un'autentica corazza umana, solcata in viso da rughe profonde e nette come intagliate da una quercia. Scrooge è terribile, è austero, è senza speranza, è sarcastico, è irrisolto. È autentico, vivo. Combatte costantemente con la solarità "dimessa" del Dickens di Stevens, un uomo complesso che sopravvive quasi solo grazie al suo sense of humour. Scrooge affronta la forza morale dell'autore e spesso la vince, confonde le carte, crea emotivamente riflessione autentica.
Se pensate dal trailer che questo film sia solo una strenna natalizia dai temi per noi troppo "British" e troppo distanti qui in verità c'è molto di più. Ci sono tre spiriti. Una commedia leggera e agrodolce che è specchio del presente, un dramma tragico e spaventoso che racconta il passato attraverso dei flashback plumbei, una storia di fantasmi e speranze che nascono nell'intimo e aspirano a creare dalla riflessione un futuro. Tre livelli di lettura e tre anime per un film "strenna natalizia"


- Il senso del Natale: Natale è Coca Cola (Miracolo nella 34sima strada), Natale sono le vacanze ai tropici (Fuga dal Natale) o sulla neve (Vacanze di Natale) o a casa da soli (Mamma ho perso l'aereo). Natale sono i bilanci di fine anno (Una poltrona per due), Natale sono i parenti che ti invadono (Ogni maledetto Natale), Natale è per qualcuno un giorno brutto (Gremlins), se non davvero un incubo (Krampus). Natale è una fiaba (Nightmare before Christmas). Natale è la corsa ai regali per mantenere una promessa  (Una promessa è una promessa), è "provare a fare i buoni" (Santa Clause) Natale è fare l'albero e gli addobbi più belli (Elf), Natale è stare con qualcuno di cui ci si è colpevolmente dimenticati e con chi è meno fortunato, come in S.O.S. Fantasmi e, ovviamente, per proprietà transitiva qui. Natale incarna un forte "dover ricevere" nel momento dell'anno più freddo e difficile, ma sua vera potenza (dicono i saggi e le frasi nei cioccolatini) sta nel "dare" agli altri e a se stessi, un po' di amore, una seconda possibilità. Pace ai cuori  anche di chi per vivere deve avere, per citare Dickens, "sangue di ferro e cuore di ghiaccio" e riesce a vedere la bellezza di un "prato ancora florido all'interno di un cimitero". Dickens è questo. Dickens rende evidenti bisogni umani inestinguibili che la Storia ha spesso dato per scontati e che lui rivela scavando a fondo dentro se stesso. Basta analizzare le due "parole chiave" che mette nella pellicola in bocca a Scrooge , cercando significato più profondo. Il denaro è "sicurezza", ma perché ti allontana dal tornare a vivere per strada. "Il giorno di Natale è uno spreco di tempo", perché il padrone il giorno dopo terrà conto del ritardo dei lavori accumulata in quella mezza giornata di ferie imposta per legge. In un mondo di poveri chi è "solo" avido può essere per questo cattivo? Non è solo un ragazzino un tempo povero che ha paura di tornare povero e ha paura di aprirsi agli altri temendo di deluderli? Ma poi il Natale irrompe in quel periodo dell'anno, preceduto dal Black Friday. Con i canti per le strade, l'invasione di parenti, le raccolte di beneficenza, l'esigenza normativa di "stare insieme". Costringe a mettere tutto in pausa, cose "serie"comprese, mette davanti alla fatica di relazionarsi con chi eravamo prima per gli alti, con chi siamo oggi per gli altri, con chi saremo in futuro per gli altri. Anche nella paura e nella miseria nessun uomo è un'isola e il Natale è una terapia d'urto potente (come nel classico La vita è meravigliosa). Ci fa scoprire che non siamo mai davvero soli, anche se apparentemente non abbiamo legami. Certo serve uno sforzo a volte indicibile per scavare dentro se stessi, ma opere come A Christmas Carol possono aiutare a comprendere la bellezza di questo evento e apprezzarlo... anche se la Nintendo Switch costa ancora troppo per le tasche e il mutuo da pagare di babbo natale. 



-Conclusione: Dickens l'uomo che inventò il Natale non è davvero niente male, ha più chiavi di lettura e può piacere anche ai più piccoli, a patto che conoscano un po' il racconto (ma abbiate cuore per loro, non infliggergli il catone animato horror di Zemekis). Ci si diverte, ci si commuove, si riflette e non si ha mai l'idea di assistere ad uno spettacolo a troppo tasso glicemico. Natale è sempre Coca Cola, ma questa volta in versione light. 
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