venerdì 16 giugno 2017

Wonder Woman - la nostra recensione


Da qualche parte nel mare c'è un'isola da sogno popolata da super passere. Le Milf Connie Nielsen e Robin Wright, qui con i nomi greci altisonanti e i sandali di  Ippolita e Antiope,  sono al comando di questa torma di stratosferico gnoccume al secolo noto come Amazzoni. Combattenti all'arma bianca letali, poliglotte professioniste e amanti delle cultura e delle arti in genere, le mega patate passano il loro tempi felici ad allenarsi con arco e frecce, spade e giavellotti aspettando l'occasione giusta per spaccare culi in nome della pace e del bene. Gli uomini ovviamente non ci stanno sull'isola e nessuna delle iper-papere se ne preoccupa, perché questo è il plot di un fumetto DC Comics sessualmente pulito e non allusivo che secondo documenti ufficiali forniti dalla stessa regista Patty Jenkins va fortissimo tra i bambini dell'asilo. 


Tra tante sventole c'è la piccola Diana, la principessina, figlia della regina Connie Nielsen e di qualcuno di misterioso ma "per la stampa locale ufficiale" nata in un modo filosofico/artistico meno verosimile che la storia del campo di cavoli. La piccola  Diana è un cessetto... ma da grande diventa Gal Gadot!! Quindi bambine, siate fiduciose e fate tanta palestra, si sboccia anche da più grandicelle... questo è un po' il senso di questo Wonder Woman! Forse... Ad ogni modo l'isola è fuori dal mondo, coperta da questa barriera magica che la rende invisibile, perché si teme che la trovi Ares, il dio della guerra, e vada a rubare il più grande tesoro del luogo, una spada in grado di ammazzare un dio. Poi un giorno, sbam!! Cade nei pressi dell'isola, insieme ad un aereo, Chris Pine, che più passa il tempo più sta assumendo i tratti (e speriamo la bravura) del compianto Philip Seymour Hoffman. Lo segue di li a poco un piccolo drappello di proto-nazisti incazzati. Amazoni superskillate con lance e frecce si scontano con crucchi armati di mitragliatori e vanno a scatafascio come gli indiani contro i cowboy, anche se alla fine la vincono. E allora Diana si fa le domande pesanti. "Ma se siamo amazzoni che combattono per il bene del mondo, che ci stiamo a fare sull'isolotto invisibile, ora che a tre metri da qui ci sta la prima guerra mondiale?". Oppure: "Vuoi vedere poi che Ares è sicuramente dietro la prima guerra mondiale?"  Ma soprattutto: "Ok che questo film è piaciuto di brutto alle scuole materne... ma la prospettiva di vedere un mondo pieno di uomini ci fa proprio così schifo?". Così Diana parte con il bel pilota e una mezz'ora dopo è già a camminare allo scoperto delle trincee crucche al rallenty, come una modella di Victoria Secrets. E sarà girl power alla massima potenza, con crucchi che cadranno come pupazzi mentre la dea mora schiverà proiettili, lancerà il suo lazzo magico scova - balle e si proteggerà dalle mitragliatrici con il suo scudo quanto Leonida parava frecce in 300. Troverà Ares? Copulerà con Chris Pine in un film la cui audience privilegiata sono i bambini di un asilo? Ma, soprattutto, questo film riuscirà a rimettere in carreggiata l'universo cinematografico DC dopo i "bah" e "meh" dei film precedenti? 



- Vabbeh, è andata: ok, trattasi di filmetto, ma per lo meno di filmetto onesto, chiaro nello svolgimento, con le battute al posto giusto e con una non disprezzabile buona amalgama tra i protagonisti. L'azione nemmeno ci prova ad essere realistica, al punto che tra rallenty e azioni fuori da ogni legge gravitazionale pare a volte di trovarsi tra i manichini digitali di Matrix Reloaded, ma se si chiude un occhio ci si diverte e questo infine è quello che conta. Finalmente poi, in oltre dieci anni di "rinascimento cine-fumnettistico", abbiamo un motivetto che rende riconoscibilissima la nostra eroina, un "ta na na naaaaaa, na! Ta na na naaaa, na!" che ti entra nel cervello e ti gasa a dovere. Pare infine cadere il tabù della realizzazione di un blockbuster su una eroina donna protagonista, forte e sfaccettata. Peccato per l'erotismo di Gal Gadot, sacrificato davvero all'osso, e per un cattivo che: a) si sgama subito; b) non è per nulla incisivo. Ma tutto il resto funziona, e così bene che vederlo una seconda volta non pare affatto una brutta idea. Brava la Godot, bravo Pine, c'è pure il sempre simpaticissimo Ewen "Spud" Bremner che anche qui diviene subito il cuore del film. Molto bello e molto interessante il personaggio di Elena Anaya, perfetto Danny Huston in un ruolo quantomai gigione, peccato che la Wright e la Nielsen abbiamo un tempo su schermo troppo risicato. David Thewlis invece appare un po' sperduto. La DC comics continua a portare al cinema la sua idea di cinecomics come personale cosmogonia dell'America di oggi. La solennità dell'operazione viene qui stemperata un po' da una serie di battute davvero gradevoli è da una scelta di registro più leggera dei plumbei Man of Steel e Batman v Superman. Lo spettacolo ne guadagna sicuramente, il divertimento c'è, ma si ha la sensazione costante che manchi qualcosa, la zampata che rende grande un film più che dignitoso. 

Wonder Woman non morde, forse più per limiti auto-imposti dal progetto stesso che per altro. Per contrasto, e non è una brutta cosa, quando l'invincibilità assoluta della amazzone, così come la sua totale sicurezza, si scontrano con la realtà delle vittime innocenti di una guerra tanto inutile e crudele quanto fu la 15-18, sentiamo davvero il calore e la disperazione di questa divinità buona, incapace di salvare i deboli che vorrebbe difendere. E qui il film riesce davvero a dire qualcosa di nuovo e interessante nei cinecomics. Un bel tocco di classe, frutto della sensibilità di una regista accorta e sensibile come la Jenkins. Insomma: troppo standard e laccato per essere un masterpeace, poco incisivo per essere memorabile, ma tutto sommato un bel filmetto, come lo era il primo Captain America (che però aveva un cattivo più bello). Avanti così, che va bene. 
Talk0

Nessun commento:

Posta un commento