venerdì 21 luglio 2017

Pacific Rim: Uprising il primo teaser





Ok, si sta concretizzando, inizio a pensare che sia vero... c'è all'orizzonte roba gigante che si mena ed è cosa giusta. Non ho capito ancora il ruolo di Del Toro, non ho capito la linea temporale del film, non ho capito la trama possibile ma rimane il fatto, ineluttabile, dei robottoni giganti che menano mostri spaziali. Mi avrebbe dato l'orgasmo vedere in questo capitolo robottoni evoluti componibili trasformabili in piccole astronavi stile Getta Robot, ma questa è una menata mia... speriamo bene! Anche perché c'è protagonista Scott Eastwood che come attore è un carismatico come cactus, lo sceneggiatore Derek Connolly che ha in passato ha tirato fuori quel capolavoro  di non-sense che è Jurassic World, Del Toro non dirige, i dubbi grossi ci sono! Ma ci saranno anche spade diaboliche, pugni a razzo e attacchi solari e il bambinone che è in me mi ha già portato davanti al multisala a fare la coda per febbraio 2018.
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Addio Chester


Ieri Chris Cornell avrebbe compiuto 53 anni. Che Chester abbia scelto non a caso data e modalità per continuare a cantare insieme a lui potrebbe non essere una semplice casualità. A noi rimarranno le sue incredibili performance vocali e la consapevolezza che qualcosa nel mondo della musica è cambiato quando fu pubblicato Hybrid Theory. In meglio.


martedì 18 luglio 2017

Cane mangia cane - la nostra recensione dell'ultimo film dell'autore di Taxi Diver, Paul Schrader



Troy (Nicholas Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook). Tre volti di tre piccoli criminali scontenti e sfigati, incapaci di gioire delle poche vittorie della vita, destinati a servire il volto più grottesco della commedia nera. Il loro rapporto si basa sulla fiducia, sul cameratismo alimentato nel carcere di San Quintino. C'è la volontà di fare girare bene le cose, coprirsi a vicenda, essere più professionali possibili, ma la testa è in pappa. Troppo sballo da stupefacenti e poche coccole per Mad Dog, troppa pignoleria e paura di sbagliare e essere inadeguato per Diesel, per Troy troppo sentimentalismo e pessimismo cosmico che si traduce in un deleterio "contratto con Dio", come direbbe Will Eisner. Che tutto finirà a scatafascio si capisce già dopo i primi esaltanti minuti, in cui un Dafoe mai così sballato e mai così patetico cerca di sopravvivere, completamente fatto, a un pomeriggio nella casetta tutta rosa della sua cicciona e petulante ragazzotta con figlia e fervente cattolica. Le cose non migliorano dopo che un piccolo colpo potrebbe cambiare la vita dei tre, perché loro non sanno gioire, stanno sempre a combattere contro i loro demoni interiori. Poi tutto si fa confusissimo, lisergico, quasi mistico. I freni saltano e il viaggio cinematografico diventa viaggio interiore e al contempo psichedelico. La narrazione, già episodica, si fa criptica e ci sembra di stare guardando un episodio di Breaking Bad parecchio sotto acido. 


- ok, cosa ho visto? È dai tempi di Paura e Delirio a Las Vegas o di Trainspotting che non assisto a uno spettacolo così psichedelico su dei totali "losers", divertenti quanto patetici ma in fondo titanici, eroici nell'affrontare una vita che va tutta storta, forse per "punizione divina" ai loro peccati. Gli attori si divertono e ci divertono nel descriverci un'America mai così piatta e priva di prospettive, mai così ipocrita. Ed è un film cattivo, sinceramente cattivo nell'animo, che non risparmia e non fa sconti alle povere vittime del passaggio dei tre, vittime ree di essere degli "inquadrati", di credere in qualcosa, di stare "a posto". La satira che ne esce fuori è feroce e gustosa, ma il meccanismo pecca un po' di limature. 

Sarà la produzione low-cost, sarà la natura episodica frammentata al punto da sembrare una raccolta di barzellette nere, sarà l'empatia difficile da instaurare verso personaggi che sono veramente border-line, ma la costruzione scricchiola. Si avverte davvero, soprattutto nel finale, l'assenza di scene di raccordo, ci si sente persi in un mondo che è la riduzione eccessiva del romanzo da cui è tratto, sempre dello stesso autore (autore che ama pure Tarantino), in quanto non avendo già in testa la pagina stampata si perdono molte sfumature. Cane mangia Cane è uno strano meteorite che cade in questa oltre-soleggiata estate nelle nostre sale. Potente come una peperonata, ma al contempo straniante per i 40 gradi percepiti a cui dobbiamo trangugiarla. Se vi piace però il piccante, in un panorama di titoli per il cinema fin troppi educati e laccati, avete forse trovato il ruvido, sconclusionato è un po' troppo cattivo spettacolo di cui avete bisogno. 
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lunedì 17 luglio 2017

Ci ha lasciato George Romero


Ma sono sicuro che uno dei più grandi registi, poeti e filosofi del '900 se ne starà per poco sottoterra. I suoi zombie ormai stanno dominando il mondo e non vedono l'ora di riportare alla non-vita l'uomo che gli ha dato un cuore e soprattutto tanti, tanti cervelli. Ciao George, grazie per averci divertito, spaventato e fatto pensare. 
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giovedì 13 luglio 2017

Spiderman Homecoming - la nostra recensione del nuovo cinecomics Sony / Marvel




- Due parole di inquadramento: all'origine c'era un ragazzo orfano allevato dagli zii del Queens, un ragno radioattivo, i grandi poteri e le grandi responsabilità. Poi è arrivato un costume improvvisato in cantina, incrocio tra una tuta, un pigiama e occhialini da saldatore ad accompagnare il tocco da vero genio, un lancia ragnatele costruito tutto da lui. Stark lo ha scovato, in rete, nelle sue prime imprese da vigilante, si è un po' intenerito e un po' appassionato, da allora tutto è cambiato. Un costume nuovo hi-tech (che ricorda  il "giubbotto del futuro" di Ritorno al Futuro 2 ed è a tutti gli effetti una versione light della tuta di Ironman), un numero di cellulare che mette in contatto diretto con Ironman, la voglia di fare tantissimo dopo essere stati lì, in prima linea, in quell'aeroporto a Berlino in cui si è combattuto il più duro scontro della Civil War supereroistica. Peter Parker è pronto, già due ore dopo lo scontro in cui ne ha date (poche) e prese (molte) da Captain America. Peter Parker è carico a pallettoni, gasato all'inverosimile alla sola idea di entrare nella serie A dei supereroi, magari con una stanzetta nella Avengers Tower. La scuola, dove è più che bravino, viene dopo. Gli amichetti e la bella Liz vengono dopo. Lui c'ha da fare le cose importanti, il cosiddetto "stage alla Stark", che gli occupa ogni goccia del tempo libero, in realtà è un autentico trainer da supereroe... o per lo meno questo è quello che pensa lui, perché nessuno di fatto gli ha detto di "allenarsi a fare il supereroe". Almeno non "troppo". Perché purtroppo è ancora un "minchietta".  Non ha ancora capito che non può lanciare la ragnatela dove non ci sono i palazzi, non si è mai scontrato con gente che vuole davvero cercare di ucciderlo con armi serie, non ha ancora fatto i conti con la forza di gravità. Non basta aver ricavato una bat-caverna grande come un armadietto segreto a scuola. Tony Stark, Ironman, suo "mentore", sente che il bimbo pur molto promettente deve passare ancora un po' di tempo a giocare nella primavera. Deve capire cosa fare da adulto, deve conoscere il territorio dove vive, deve diventare prima grande e responsabile e poi, a tappe, un amichevole Spiderman di quartiere per solo poi volare nei team-up ad affrontare le minacce cosmiche. Stark sente il peso di essere diventato un pessimo adulto, come lo era stato suo padre, sente e di aver deluso tutti con la storia di Ultron, non vuole fare errori con il suo "bimboragno". Un gps attaccato alla ragno-tuta, un "baby monitor" per registrare dai suoi occhi quello che fa, il suo uomo di fiducia Happy impiegato a tempo pieno a leggere i whatsapp di Peter, controllo di scuola, amicizie, territorio. Iron Man ci tiene, ma è come un papà iper-protettivo alle prime armi, un po' goffo e un po' troppo sensibile magari. Non gli permette di fare niente di veramente supereroico e il ragazzo freme, freme per entrare in azione. Pure la bella zia May, la milf più venerata del Queens, si preoccupa perché Peter, da sempre un ragazzo intelligente e posato, ora salta le lezioni a scuola e non parla più con lei. Questo caos lo avvertono anche i suoi amici di scuola, gli insegnanti, i conoscenti di quartiere: il piccolo Parker ha la testa tra le nuvole. Il costume rosso e blu è troppo importante però, il babyragno deve usarlo per combattere il crimine con le sue ronde, la posta in gioco è alta, è bello aiutare il prossimo e c'è anche un mostro meccanico volante da combattere nei cieli di New York. Una nemesi seria e competente, forse troppo: l'avvoltoio. Adrian Toomes prima di diventare l'avvoltoio era un costruttore edile serio e responsabile. Il perfetto vicino di casa che ama la sua famiglia e da una mano con il giardino. Quando i chitauri caddero dal cielo e si scontrarono con gli Avengers l'intera New York era di colpo piena di resti di alieni e astronavi da raccogliere e Adrian aveva un grosso contratto per lo smaltimento. Fino a che arrivò Damage Control, di proprietà di Tony Stark, uomo più ricco della terra. Damage Control aveva l'esclusiva su roba che evidentemente non era sua, ma burocraticamente sollevò l'impresa di Adrian dall'incarico e lui finì sul lastrico. Ma Adrian non si arrese e anche lui, nella sua cantina, insieme al suo piccolo gruppo, costruì un bel costume. Da allora decise di intascarsi quanti più possibile dei ghiotti cimeli spaziali, magari sottraendoli a chi li aveva "legalmente". Decise di studiarli, elaborarli, adattarli, diventando il più Figo inventore/ricettatore/ladro di oggetti hi-tech alieni del creato. Una giusta vendetta sociale che però sta sbracando nel crimine, in quanto nuovi e strabilianti giocattoli sono ora a disposizione di una nuova classe di delinquenti, i super-criminali. Solo Spiderman si è accolto dell'avvoltoio, ma gli adulti non vogliono dargli retta o, per lo meno, non vogliono che si faccia male. Riuscirà Peter a fermare l'avvoltoio e, soprattutto. a vivere una regolare vita di adolescente del Queens? Perché oltre ai super criminali c'è la scuola, una Morte Nera di Lego da assemblare con il suo migliore amico, il concorso dei cervelloni, il bulletto da sopportare, una splendida ragazza da conquistare e la dolce Zia May da non deludere. Ma tutto questo è ordinaria amministrazione, se sei Spiderman.


- Uno Spiderman a cui "puzzano i piedi": prendo in prestito questa espressione da Francesco Alò, uno dei critici cinematografici italiani che più ammiro. Quando arrivi a sentire il sudore di un personaggio cinematografico, quanto arrivi a sentirgli pure la puzza dei piedi, hai toccato un livello di realismo importante, anche se magari un po' sgradevole all'olfatto: hai un elemento di verità in più, tutto diventa tridimensionale. E questo Spiderman, ispirato alla versione su carta ringiovanita e "ultimizzata" di Bagey e Bandis (una delle run più longeve e amate dopo quella di Lee/Kirby sui Fantastici 4),  è così: tutto sudato e sporco come sanno sporcarsi solo gli adolescenti, tutto carico di febbrile mobilità ed entusiasmo, di endorfine. Tom Holland suda, salta come un grillo, sgrana gli occhioni per lo stupore, affronta stoicamente la sfiga di cui è permeato l'arrampicamuri ma soprattutto sa rialzarsi. Cede allo sconforto ma sa sempre rialzarsi, più forte, più eroico. E soprattutto è ironico e con i piedi per terra, a chilometri dallo sbagliatissimo, bidimensionale e bulletto Spiderman di Garfield. È vero come adolescente come è vero il Queens, lo scenario multi-etnico, colorato, formativo, povero ma non privo di entusiasmo in cui Peter Parker vive. Senti davvero che in quel negozietto all'angolo puoi trovarci i migliori panini di New York, avverti l'afa della sala di punizione della scuola, il profumo della compagna di classe carina, Liz, che in bikini ti si avvicina e ti invita a un bagno notturno, la puzza di pesce che ti si impregna se cadi in acqua dal traghetto locale. Spiderman Homecoming vive di un ambiente ricco, pulsante, abitato da personaggi simpatici quanto credibili, ragazzini veri. Ed è anche un mondo squisitamente "fringiano", in cui la tecnologia aliena, gli oggetti mistici e le armi in vibranio esistono, dove gli accordi di Sokovia sono studiati sui libri di scuola. L'universo Marvel "vive" e ha cambiato la società, la tecnologia non è più esclusiva di super scienziati come Hank Pym o Tony Stark, non è più rara e contesa tra società segrete come Hydra e Shield, ma è alla portata di tutti, del tuo vicino di casa. Uno che ieri smaltiva auto da rottamare, oggi giocherella con campi di forza che aprono pareti magiche, con braccia di Ultron-cloni usate come saldatrici, con alianti alieni da cui si possono ricavare ali come quelle di Falcon. E di colpo i super-criminali hanno davvero un senso, i vigilanti come Spiderman hanno davvero un senso. Unendo i puntini di tutti i film Marvel/Disney precedenti, spostando l'obiettivo dagli eroi alla gente comune, ci troviamo davvero qui, per la prima volta, nel mondo descritto da Marvels di Busiek e Ross. Ed è più che credibile e per nulla macchiettistico il villain portato in scena da Michael Keaton, è pieno di sfumature. È intelligente, curioso, veloce, ha un suo chiaro codice morale, cuore e senso dell'onore. Non è per nulla un cattivo usa e getta e ci si trova più volte a pensarla come lui, a giustificarlo e a tifare per lui. Il suo costume è più corazzato e ha più gadget di Batman, ma è tutto intriso di American Dream, personalizzato e pimpato, così come il magnifico giubbetto in pelle da aviatore che decide di usare nelle sue scorribande al posto di più seriose soluzioni hi-tech. Keaton, che ha in port-folio un arsenale di facce da matto, ha qui il suo ghigno più cattivo da Beatlejuice, ma non eccede in faccette, ti fulmina sollevando solo un sopracciglio ma ti convince ugualmente quando parla della sua famiglia e il volto subito si illumina. Un'ottima prova. Molto buona anche l'idea di usare Iron Man come mentore e Happy come cane da guardia severo ma non troppo, anche perché pesca a piene mani anche dalle storyline che il mensile Amazing Spiderman presentava nel pre, durante e post Civil War. Mi sarei aspettato ad un certo punto il costume del Ragno Rosso, ma forse non è ancora venuto il momento giusto. Nerdate a parte, Robert Dawney Jr, anche per merito di un'ottima sceneggiatura, riesce in questa pellicola a meglio ricucire e armonizzare il suo personaggio rispetto alle precedenti pellicole. Stark è gigione come sempre, ma ha anche sfumature molto umane, paterne. Il film funziona come perfetta parte 2 di Civil War dando una bella chiusa al suo personaggio. Non si sa ancora se dopo i due nuovi film degli Avengers l'attore confermerà il ruolo, ma questo è "per lui" decisamente un finale più appagante di Iron Man  3


Favreau , nel ruolo di Happy, gioca molto con Holland, hanno una buona intesa e tempi comici e sono molto divertenti le scene in cui battibeccano. Così come conquista il simpatico e cicciottello Jacob Batalon nel ruolo del migliore amico di Peter, Ned. Ned, che è un personaggio del tutto inedito, è davvero uno spasso. Logorroico, buffissimo, invadente quanto fidato, sveglio, indispensabile. È il grande cuore ciccione del film e non sbaglia una sola scena in cui è presente. Il fatto che lui sappia che Peter è Spiderman permette al nostro eroe di raccontarsi e smitizzarsi, ammorbidendo quell'aria malinconica propria dell'arrampicamuri classico che poco si sposerebbe con l'età anagrafica dell'attuale bimbo-ragno. Ned è il suo assistente, il "tizio alla scrivania" che spesso aiuta l'eroe con dati, mappe e hacking. Tutte attività che risultano maldestre e buffissime ma sopratutto originari e godibili da seguire. Non poteva mancare Flash Thompson, il bulletto cattivo degli incubi del nostro eroe, anche se Tony Revolori invece che la solita stupida montagna di muscoli lo presenta come un ragazzetto simpaticamente acido e sopra le righe, cattivello ma non crudele... una specie di Squiddy di Spongebob, in assenza di un paragone migliore che non mi viene. E dopo aver parlato di tutti questi maschietti, passiamo all'altra "metà del cielo". È magnifica e incantevole Marisa Tomei nel ruolo di zia May, una donnina minuta e solare che insegna a Peter a ballare prima del ballo di classe e che piange la notte se non ha notizie del nipote da troppe ore. È un mix di forza e fragilità che conquista. Assomiglia un po' a Scarlett Johannson in Her, Jennifer Connelly nel ruolo "vocale" (ovviamente nella versione americana) di Karen, detta anche "lady tuta", un po' l'equivalente di Jarvis per l'armatura di Iron Man. Più di  una semplice "Siri" spersonalizzata, una vera motivatrice / psicologa che riempie di complimenti e consigli sentimentali il nostro eroe e se vogliamo un altro centrato artificio narrativo per permettere a Spiderman di raccontarsi anche mentre si trova da solo a saltare di ragnatela in ragnatela. Funziona bene, come funzionano bene anche la dolce Liz interpretata da Laura Harrier e la strampalata ma intrigante Michelle, interpretata da Zendaya. A parlare di loro due rischio il linciaggio per spoiler, mi limito quindi a dire che sono dei bei personaggi che non rimarranno indifferenti per la vita futura del nostro eroe.



- per Millar il migliore film Marvel finora, ma per me? Per me uguale, ma con la consapevolezza che se non ci fossero stati i film precedenti non avremmo mai avuto un simile risultato. L'universo Marvel ritrova finalmente il suo centro di gravità mettendo al centro di uno dei suoi film migliori un ragazzino: un ragazzino inserito in una classe di ragazzini simpatici e credibili, autentici come i milioni di lettori a cui sono principalmente rivolte le storie a fumetti (che ci siano poi linee editoriali destinate agli adulti è cosa secondaria) dei supereroi Marvel. Ed è qui come se idealmente Ironman, il personaggio con cui tutto è cominciato, chiudesse il cerchio e cedesse un po' il testimone alle nuove generazioni, ritagliandosi un ruolo futuro più defilato, dopo aver costruito un presente che è ormai "altro", distopico rispetto al nostro. Jon Watts conferma, dopo gli ottimi The clown e Cop Car di essere un ottimo regista di storie per ragazzi, come lo era Donner ai tempi dei Goonies. Ieri come oggi in scena dei ragazzi veri, con il loro modo confuso di parlare, con la loro adrenalina, con l'entusiasmo e una voglia infinita di fare la loro parte in un mondo in parte reale e in parte fantastico. Ieri sotto ad un faro nei pressi di Astoria c'era un covo di pirati pieno di "tracobetti" e criminali, oggi tra i cieli del Queens puoi scorgere un uomo ragno piccolo piccolo appiccicato in modo sgangherato a un avvoltoio metallico. Questo è lo spirito giusto di fare cinema che piaccia tanto ai ragazzi quanto ai bambinoni troppo cresciuti che non vogliono dimenticare quanto era bello essere alle medie a sfogliare in un pomeriggio assolato i fumetti. Poi i cinefumetti, esattamente come i fumetti, possono essere anche "altre cose", possono parlare il linguaggio degli adulti, fare satira, fare vera fantascienza e critica sociale. Ma il fumetto di supereroi nella sua forma più semplice (ma mai banale) è questo e Spiderman Homecoming lo incarna al meglio. Il sequel, già schedulato, sarà il primo film Marvel post guerra spaziale contro Thanos. Chissà se ci troveremo di nuovo in un mondo diverso. Chissà se al nostro bimbo-ragno di quartiere saranno già comparsi i primi accenni di barba. 
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domenica 9 luglio 2017

La mummia con Tom Cruise - la nostra recensione, con il 75% di Tom Cruise in più




- Sinossi, circa: Ok, c'è roba strana sotto Londra che fa gola a una oscura organizzazione capitanata da Russell Crowe in penombra e voce di Luca Ward di ordinanza. Ma non ci spiegheranno mai cos'è fino al nono film di questo nuovo e sfavillante "Dark Universe" di Universal Pictures. L'oscura organizzazione fa cose oscure. E già partiamo male. Quindi passiamo in medio oriente, dove Tom Cruise (che qui si chiama Nick Morton ma è sempre lui, il tutto faccette ed egocentrismo Tom, simpatico a film alternati)  fa il "monument man" salvando (o depredando) siti archeologici prima che qualche rivoluzionario estremista decida di tirarli giù a colpi di Kalashnikov. Tra divertenti inseguimenti, sparatorie, esplosioni e battute virili Tom / Morton insieme al caporale Vail (Jake Johnson, che qui è moooolto divertente e recita una parte che rimanda a Un lupo mannaro americano a Londra) se la spassano alla grande come se ci trovassimo nel videogame Uncharted per PlayStation e lui fosse il protagonista (e la cosa ha senso... visto che la vecchia Mummia di Sommers tirava in ballo Indiana Jones, di cui Uncharted è una sorta di modernizzazione videoludica... piace meno il fatto che sembra una trasposizione di peso di un livello del secondo capitolo di Uncharted, con jeep, missili e barricate messe più o meno nello stesso posto... che Tom voglia autocandidarsi per una trasposizione già in ritardo di anni?). Comunque per trenta minuti buoni l'horror, o presunto tale, sta a zero e sembra quasi di stare in un Mission Impossible. Le cinque fan di Cruise (forse sei... sei milioni purtroppo) pregustano già il momento in cui il bel Tom inizierà ad andare in giro a torso nudo. Cosa che accadrà. Più volte. Buongustaie! Ma ecco che il nostro Indiana Jones tra una granata e una strada che si apre a buco nelle profondità del suolo si ritrova, dopo uno scivolo stile Gardaland, davanti a una piramide sotterranea. Per la precisione una piramide costruita a migliaia di chilometri dalle altre piramidi ma tutta con mattoncini originali egizi. Deve essere stato un incubo per il corriere Bartolini dell'epoca. Tom ci entra,  e con lui c'è pure il socio e forse (non ricordo più... ho già detto che il film è soporifero?) la dottoressa Jennifer Halsey (Annabelle Wallis, decorativa e poco più), il love affair di Tom nonché sovrintendente alla preservazione della cultura delle civiltà scomparse... o roba così (ho già detto che il film è soporifero?). I tre finiscono per trovare, dopo aver attivato una serie di ingranaggi oscuri e maledetti stile Goonies, una mummia di una fregna egizia. Nello specifico si trova in una vasca di mercurio che solo Dio e gli sceneggiatori sanno perché si trovi lì. Alla fine i tre decidono di portarla a casa con aereo gigante offerto dall'oscura organizzazione di cui sopra e la cosa assume aspetti sempre più misteriosi di cui non vi dico. L'aereo comunque cade, dopo che è iniziata in modo irreversibile una maledizione in grande stile. Roba da potere zombificante, tornado di sabbia e teletrasporto. Il pacchetto completo. Si salva dallo schianto solo la dottoressa grazie a un gesto altruistico di Tom Cruise in una scena a gravità zero che ormai se non ce l'hai in un action movie sei un barbone. Tom si schianta vicino a una chiesetta inglese con tutto l'aereo, ma subito dopo, per la gioia delle fans, si risveglia, a torso nudo, dentro una busta da obitorio, vivo, vegeto e immortale. E appunto nudo, per la gioia delle fans. E da quel momento Tom comprende la lingua egizia geroglifica come super potere extra. Pare che la mummia, dal nome di Ahmanet, (Sophia Boutella, che sotto le bende e computer graphic è una gnocca spaziale che non finisce più... l'ho già detto? Scusate il film è soporifero... l'ho già detto che è soporifero?) lo abbia benedetto per averla liberata, facendone un suo esclusivo, sempre giovane e sorridente oggetto sessuale. Inoltre come bonus del bonus il buon Tom riesce in qualche modo a rimanere in contatto con il suo vecchio amico, anche se lui non è proprio resuscitato, e la cosa ha simpatici aspetto comici. Ahmanet, sballottata pure lei dopo l'incidente aereo, sta zombizzando gente e riacquisendo poteri incredibili, quasi meteorologici. Si sta muovendo soprattutto verso Tom Cruise per trombarlo a morte in eterno. Ma qualcuno si sta muovendo per fermarla. E' l'ultra-segreta organizzazione Prodigium, guidata da Russell Crowe, che fuori dalla penombra della prima scena veste i panni dello stevensoniano doctor Jekyll. I tizi di Prodigium vogliono usare mostri per combattere mostri. Pare abbiano finanziato in segreto Freddy vs Jason e Alien vs Predator. Ora potrebbero voler salvare Tom dal mostro come considerare Tom stesso un mostro interessante da collezionare stile Pokémon. Mummie arrapate e non corrisposte (ricordiamo che la star Cruise interpreta per il 97% degli eroi eunuchi), inseguimenti ripresi da Mission Impossible con giusto una salsa pseudo - horror nella sempiterna Londra, siparietti per variare lo scenario in cui Russell Crowe si inietta ogni tre minuti delle siringone per non trasformarsi in Hyde. Il film va avanti così fino a un epilogo insoddisfacente che apre a tremila seguiti non richiesti. E la mummia? Eh sì... questo film dovrebbe chiamarsi così ma si dimentica spesso di questo personaggio..che pur va in giro mezzo nudo tutto il tempo; un crimine.



- Apre ufficialmente, per la seconda volta, il Dark Universe: L'uomo lupo, il mostro di Frankenstein, Dracula il vampiro, il mostro della Laguna Nera, il fantasma dell'opera, L'uomo invisibile, la Mummia e non ricordo chi altri sono i mostri classici di cui la Universal Pictures detiene i diritti fin dagli anni '30. Nel tempo si sono succedute varie versioni che hanno in qualche modo scritto la storia degli horror e resi celebri attori come Christopher Lee, Bela Lugosi, Boris Karloff. La major ha accarezzato per molto tempo l'idea di ri-attualizzarli e tutto di fatto doveva iniziare nel recente con Luke Evans e Dracula Untold, ma si vede che la nuova incarnazione del vampiro più noto al mondo, di stampo supereroistico non funzionava. Il pubblico non aveva gradito il cambio di tono, nonostante la pellicola fosse infine non così terribile. Il flop sarà stato forse determinato dal fatto che non fosse per niente un horror o dalla circostanza che Dracula mentre volava sembrava sospinto da una nube nera che letteralmente scorreggiava pipistrelli? Mistero. Comunque la Universal non ha fatto ammenda della cosa e ha deciso di continuare con questa interpretazione super - eroistica dei suoi mostri, cullando il sogno farne un universo condiviso come Marvel e DC comics. Ha deciso per modernizzare e pure di dare un taglio più femminile al brand, e di fatto oltre a una mummia donna dobbiamo prepararci a conoscere presto una nuova sposa di Frankenstein. E già io attendo una anteprima della Mostra della Laguna alla Mostra della Laguna di Venezia! Anche se come battuta fa cagare mi sentivo in dovere di farla. Quindi il futuro dei mostri è una serie di film in cui gli stessi si incontrano, scontrano e comprendono in stile Avengers. Per lo più film da 200 milioni l'uno con attori coinvolti come Tom Cruise, Barden, Depp, Crowe (Per lo meno la Marvel ha scelto diversi attori che sono diventati famosi dopo essere stati supereroi, costando meno all'inizio). Ma andrà in porto questa costosissima operazione basata sul travisare i mostri e renderli supereroi? Non era meglio lasciare che i mostri continuassero a fare i mostri, motivo per il quale poi i mostri sono amati? Non erano già falliti sul versante economico tanto Dracula Untold che prima di lui Van Helsing di Sommers (che pure sono entrambi, ripeto, film divertenti )? 



- E alla fine arriva Tom Cruise: Inutile negarlo, anche se mi sale un conato di vomito quando mi metto a pensarci davvero: Tom Cruise è lo Schwarzenegger del 2000. Lo star power di Cruise è pari oggi solo a quello di Vin Diesel e, distaccato, The Rock. Quando tu oggi fai un film con Tom Cruise non fai un horror, un action, una commedia o un dramma: tu fai solo un cacchio di film con Tom Cruise. Tom Cruise ucciderà qualsiasi idea creativa alla base di un progetto trasformandolo in un film su se stesso. Per ribadire unicamente di essere un concentrato di sorrisetti e muscoli... una cosa molto Reaganiana, direbbero i fighetti, ma vera! Ogni nuova pellicola diviene una lettera d'amore che il divo invia ai suoi fans, soppesando bene i feedback per vedere quanto gli vogliano ancora bene. "Sono stato troppo sdolcinato in Last Samurai? Guardate però come sono serio e compassato in  Collateral!"; " Avete visto che posso essere oltre che bellissimo pure umile e mi avete amato con parrucchino e panza in Tropical Thunder? Mi amerete anche senza un occhio e monco di una mano in Operazione Valchiria! Con benda stile pirata!"; " Sono troppo fighetto in Jack Reacher, al punto che non mi graffio neanche se faccio fuori un esercito e questo vi irrita un po'? Venite a vedere il mio nuovo bagno di umiltà in Edge of Tomorrow, dove salvo il mondo ma muoio su schermo almeno cinquantasei volte nella versione splatter di Ricomincio da capo!" ; "Le donne sono stufe di Ethan Hunt, tutto azione e patria,  e mi vogliono più coccolone, ribelle  nudo e unto? Ecco Rock of Ages e Knight and day", musical e commedia con Cameron Diaz!"... Cruise a momenti alterni convince tutti, Cruise a momenti alterni piace a tutti. Se sbaglia un tiro, rimedia sempre. Ha sdoganato John Woo, dato fiducia a Cameron Crowe, si è scoperto grande attore drammatico per P.T.Anderson e Mann, ha incuriosito Kubrick,  ha fatto tornare Spielberg per un attimo a fare film interessanti, ha creduto in Brad Bird, reso celebri Doug Liman e Christopher McQuarrie, ha tirato fuori Bryan Singer da un momento nerissimo, ha dato due possibilità (anche se una e mezza di troppo) a Edward Zwick. E queste sono solo alcune delle mille cose che ha fatto, pensiamo a Tony Scott, a Brukerimer... Oggi, con la Mummia, prova a mettere in cabina di regia lo sceneggiatore Alex Kurtzman. Lo fa perché di fatto ogni film con lui è un film "suo". Ma il tipo non ce la fa, rimane trascinato nel gorgo del fascino senza fine di Tom Cruise e dei suoi mille post -it su come deve essere un film con lui e finisce che Tom si appropria di tutta la pellicola fino a ergervi l'ennesimo monumento a se stesso. Sono che a 'sto giro non è in vena. Tom oggi, nel 2017 ha bisogno come tutte le vere star, di affetto assoluto e incondizionato. E come capita a ogni bella donna inizia ad avere paura di non essere non più così bello... ed esagera. La mummia dovrebbe essere un film sul passato che ritorna, tipo una roba alla The Ring. Con gente che muore in modo orribile, con musiche angosciose, magari con effetti speciali basati su bende che si allungano. Il mostro dovrebbe far gelare il sangue in quanto indistruttibile, letale, logoro e stentoreo nella camminata, abominevole sotto le bende che cercano di coprirne la putrefazione. Ci sono oggi i mezzi e gli spunti creativi per fare della mummia qualcosa come Hellreiser, ma nisba... Qui Tom Cruise vuole girare Mission Impossible 5 e 1/2 e ci mette dentro per mostro una gnocca da paura che vuole farselo. Mette le scene dei non morti che nuotano perché, ehi, sei non - morto ma pur sempre in un film di Tom Cruise, devi sudare e perdere contro i suoi polmoni e i suoi muscoli! C'è tanta roba, c'è Londra che praticamente esplode, ci sono tonnellate di citazioni al celebre horror di Landis, ma incredibilmente non c'è davvero nulla di "suo", di "unico", di "decisamente mummiesco",  al punto che scene pur girate benissimo si dimenticano in poco tempo. E questo succede perché Tom, il maniaco del controllo Tom, con il final cut anche su regista e produttore è in una fase calante di quello che è il super yo-yo  della sua carriera: dopo l'ottimo M.I.5 : Rogue Nation, il secondo Jack Reacher è andato così così e questa Mummia prosegue la fase calante... speriamo si risalga con M.I.6.  Mettere sullo stesso cartellone la Mummia e Tom Cruise è un errore soprattutto perché Tom ha un nome troppo ingombrante per essere scritto con un carattere più piccolo di una Mummia qualsiasi. E questo non viene salvato da una ideuzza finale che potrebbe anche affrancare la star dal brand. Forse. Ma la mummia, una mummia così, verrà ricordata più che altro come topa spaziale e non per il drammatico e sfaccettato mostro che dovrebbe invadere gli incubi degli spettatori... aridatece il Re Scorpione!!!che brutto come lo schifo che era, con tenaglie e coda, per lo meno lo si ricorda ancora.. e per lo meno non vuole trombarsi Tom Cruise.


- i peccati di Kurtzman: come se non bastasse il divismo esasperato di Cruise, che fa girare bene i film ma non sempre, ecco che interviene pure a incasinare ulteriormente le cose la "stanza - sceneggiatori" che la Universal ha imbastito per i tremila film sui mostri che vuole girare. Il Dark Universe sta partendo tardi, avranno pensato. Ormai la Marvel ci lavora da decenni, la DC comics si sta accodando in corsa a marce forzate e per entrambe le etichette si parla di tre/quattro film annui supereroistici. È inevitabile. Tre/quattro anni e il mondo si romperà i coglioni di tutti questi supereroi, dopo aver visto film con cinquanta tizi colorati insieme che salvano il mondo sopraggiungerà l'effetto peperonata e la cosa sarà molto meno figa di come appare ora. Quindi bisogna subito partire con una trama allargata, stendere già mille collegamenti con i futuri film per luoghi e personaggi nonché far percepire tutto in toni misteriosi e accattivanti. Detto in breve: Prodigium. Oltre ad essere un film su Tom Cruise che fa Tom Cruise e avere lo spazio minimo per trattare della Mummia arrapata e arrapante che figura nel titolo, bisogna spiegare cos'è Prodigium, come lavora, chi ha a capo, di che misteri attualmente si sta occupando, far vedere la sede, i mezzi, le ragioni storiche... ed è qualcosa di davvero inutile ed elefantiaco!! È come pretendere di fare il film sugli Avengers dopo la mezz'ora del primo Iron-Man. Anche nei film dell'Universo del "Mostri Giganti" di Legendary, con Godzilla e King Kong c'è una mega organizzazione alla base di tutto, la fantomatica "Monarch". Anche lì si passa un casino di tempo a parlare di questi tizi, cosa vogliono, da che progetto militare vengono, quali tutine antiradiazione personalizzate vestono... ma per lo meno sono gli unici dialoghi in film su disastri naturali e mostri giganti che si menano! E hai voglia di sentire un dialogo ogni tanto, perché il resto del film lo passi tra terremoti, rantoli e colonne sonore epiche che escono sparate dal subwoofer. Qui ne La Mummia è troppo, e viene pure fatto male. Russell Crowe ci prova ad essere un carismatico doctor Jekyll, ma visto che il suo spazio su schermo è mal gestito, e gli sceneggiatori nutrono pure la voglia di scatenare il suo noto alterego mr Hyde, il suo ruolo risulta macchiettistico per non dir peggio. Immaginate un professore di latino che deve ogni sei secondi fermarsi per sniffare cocaina! Non si può gestire, se non ti trovi in un film di Scorsese, figurati nella Mummia di Kurtzman!! Pure la dottoressa della Wallis non si sa bene perché sia lì, non viene sviluppata e non ci si affeziona, ha forse una relazione con Cruise ma non è sviluppata, "sa cose", ma ... boh!! Il resto dei tizi di Prodigium sembrano dei bastardi che torturano mostri (e la cosa è interessante di fatto) ma non vanno oltre la rappresentazione dei sadici stronzi. E tutto è coperto da quell'alone di "misteri misteriosi" di cui Kurtzman si bullava ai tempi di Lost, ma che oggi ha frantumato i coglioni.  Non si può più vedere un film che esce fieramente monco di diecimila "perché" e cosparso da voragini di sceneggiatura per assoluta volontà produttiva di tenere da parte roba per un seguito che (visti poi gli incassi) magari non ci sarà mai! Non si pensa più a quel povero cristo dello spettatore che va a vedere un film che si chiama "La Mummia" e poi si ritrova una trama scombinata che non va da nessuna parte intervallata da Tom Cruise che corre e salta e sta più scene a torso nudo del solito per dimostrare che è giovane e figo. E la mummia ? Vuole farsi Tom Cruise pure lei! Ma questo devo avervelo già detto... vi ho detto che il film è soporifero e ogni sei minuti mi addormento e dimentico cosa è accaduto? Ve l'ho detto? Mi sa che sto peggiorando... 

Sono Nick Morton e sono figo! Ah, sono Jack Reacher? Beh sono figo lo stesso!

-Conclusione: La Mummia è un film grosso con grossi effetti speciali e grosse scene d'azione. È un film che pure diverte, soprattutto grazie alle interazioni tra Tom e il suo socio, un film che intrattiene ma che risulta molto pasticciato e incompleto e ampiamente noiosetto, terribilmente noiosetto. Vi sfido a ricordarvi le pur bellissime scene d'azione a una settimana dalla visione. È un film che non gira e rimane ingolfato nello Star system perché lo star system "non era in giornata". E poi fa sorgere un dubbio grande come uno stadio da calcio. Lo pongo direttamente alla Universal, tipo letterina di babbo natale: Cara Universal... ma se hai tutti questi diritti sui mostri classici, non è che era più logico farci degli Horror invece che dei supereroi? Con il budget di questa Mummia poi la BlumHouse ci faceva almeno 36 pellicole da 150 milioni di incasso l'una. E invece tu parti e chiami Tom Cruise, ci quello che costa e con quello che rompe sul set per avere il controllo di tutto, con il rischio  che se poi la pellicola va bene ti chiede un grattacielo di dollari per fare il seguito? E per fare cosa, Mission Impossible con i mostri? Sai che se domani gli gira del seguito vorrà farne un musical? Fai pure cara Universal. Ma almeno la prossima volta mettici più mostri, nel tuo film dei mostri. E magari meno vip che a 50 e passa anni suonati hanno l'ossessione di far vedere i loro bicipiti anche in un documentario sui funghi. Fare pellicole come questa spaventa... ma nel modo sbagliato.
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venerdì 7 luglio 2017

Shin Godzilla - la nostra recensione!



- "Chi comanda qui?". Forse è racchiuso in questa unica domanda tutto il senso di questa straordinaria nuova pellicola sullo storico mostro gigante della Toho.
Un mostro enorme, sconosciuto, muta-forma e terrificante si sta muovendo dal mare verso la costa, verso Tokyo, e solo la politica, una farraginosa, elefantiaca, ottusa e "vecchia" casa del potere può fermarlo. La creatura si avvicina, iniziamo a piovere i danni sui tunnel sottomarini, sulle barche, i porti e il lungo corteo dei burocraticini si sposta febbrile da una sala all'altra del palazzo del potere, indicendo febbrilmente, come psicotici, commissioni e sotto-commissioni, organizzando interventi di budget e comunicati stampa, arrivando alla demenziale pratica di cambiarsi più volte di vestito (da giacca e cravatta a giubottini del servizio civile e poi mimetiche), per dimostrare quanto questi omini siano attivi sul campo. C'è un nuovo sviluppo? Riunione del quarto piano in stanza del primo ministro sospesa e indire nuova riunione al piano di sotto, con lo stato maggiore. Un aggiornamento dalla TV? Riunione sospesa e tutti al terzo piano nella stanza TV con televisore grande e preparare nuova riunione al sesto piano per stabilire linee guida per l'incontro con la stampa insieme al ministro degli interni. Ci sarebbero feriti e palazzi a terra? Tutti di nuovo nella stanza del primo ministro e in teleconferenza con ministero della difesa, infrastrutture, servizio civile e sanità. È tutto un andare avanti e indietro di corridoi, sedersi, bere un tè, aspettare il momento del proprio intervento, leccare il culo ai politici più in alto o lamentarsi se i propri pupilli non leccano abbastanza il culo. E se uno di loro, soprattutto i più ragazzini, ha un'idea intelligente o dei dati scientifici interessanti su "che cacchio sta succedendo", non può comunicarlo o essere preso sul serio se chi è più in alto di lui, o l'ha portato al potere come suo capogruppo, la pensa diversamente. Perché sarebbe un disonore, un imperdonabile schiaffo all'etichetta. E intanto il mostro avanza e (schiaffo morale), mentre ancora il governo giapponese è ufficialmente convinto che sia un vulcano sottomarino o una corrente di aria calda (nonostante abbia appena visto una cosa immensa uscire dal mare) viene chiamato Godzilla dagli americani, i potenti americani che stanno sulla costa con le loro navi e le loro bombe. Intanto il popolino burocraticino nipponico annaspa e colleziona figuracce con la stampa. Ci sono possibilità che il mostro possa arrivare sulla terraferma, ma il frato-cugino raccomandato del ministro dell'interno dice che non è possibile, si indice conferenza stampa sul fatto che il mostro non toccherà mai terra e tre minuti dopo Godzilla è in centro a Tokyo. Chi comprende cosa fare non può dare ordini e quando arrivano gli ordini da eseguire, dopo l'ennesima strage, ci si incarta su pagine e pagine di emendamenti per cambiare la legge e permettere legalmente che quegli ordini si trasformino in un intervento effettivo. C'è chi vuole abbattere la creatura dopo tre secondi che si è convinti che non è un vulcano sottomarino e al contempo c'è chi vuole catturarla, magari con una rete molto, molto grande. E dopo un immenso tempo necessario per parlare, chiamare esperti, ricercare esperti momentaneamente scomparsi e ri-parlare, qualche volta bisogna pure agire. E allora via ad altri dubbi, mentre si hanno già le truppe schierate sul territorio. Si vogliono salvare tutti, ma proprio tutti i cittadini, compresi due cretini che si aggirano in un'area deserta già evacuata da ore perché, appunto, cretini... oppure, chissene dei due fessi, dare fuoco alle polveri e cercare di buttare giù un mostro che da quando è giunto sulla terra ferma tira giù Tokyo palazzo dopo palazzo da ore? Oppure: andranno bene i rifugi antiatomici per i civili contro un mostro che potrebbe schiacciarli con il suo peso? E chi dovrebbe gestire l'evacuazione: l'esercito o la polizia? E gli interventi veri e necessari non arrivano mai... perché una risposta a quella domanda iniziale, quel "Chi comanda qui?", non arriva mai. L'America è pronta a salire in cattedra, con la sua delegata-idol jappo-americana (che ricorda molto la Asuka di Evangelion per carattere), che come prima richiesta, con mostrone in azione, chiede di trovarle un negozio di Gucci per cambiare il suo scarno bagaglio di vestiti. All'interno del governo giapponese comunque si è costituita una piccola ma cazzuta (e assolutamente nerd) commissione scientifica che sta cercando davvero di capire il mostro e come fermarlo. Avrà mai voce in capitolo? Come finirà la vicenda? Riuscirà Godzilla a radere al suolo Tokyo o per lo meno a sfoltirla di qualche burocrate di troppo?


- Quando pure la natura si incazza delle tasse che paga: è incredibile, pazzesco, il modo in cui pure noi italiani vedendo questo Shin Godzilla, saltando i più immediati gap culturali, arriviamo a desiderare che un lucertolone gigante decida di farsi una camminata su Montecitorio. Il geniale Anno, accompagnato alla regia dal veterano Shinji Higuchi (e speriamo che Anno presto torni a lavorare insieme ad un altro Shinji...), con il suo mostro scheletrico, spurgante sangue e vomitante lava dalla bocca espandibile alla Predator, butta via il canovaccio classico, la solita solfa da terza asilo della "natura che si ribella all'uomo cattivo che inquina" e congeda un attimo pure i traumi post - bomba atomica che avevano senso cinquant'anni fa. Crea invece un Godzilla dell'oggi, attuale, che punta il dito su quello che siamo diventati come civiltà moderna nonostante i terribili errori del passato recente non ancora metabolizzati e che ci avrebbero dovuto pur insegnare qualcosa. Il Giappone di Shin Godzilla oltre ad aver venduto l'anima agli americani (che hanno pure "branderizzato" il nome del mostro) appare come una società con tante buone intenzioni ma stritolata da una classe dirigente legata quasi sessualmente dalla voglia di burocrazia a tutti i costi. Un amore malsano per protocolli, sotto-commissioni, tavoli di intesa allargati che, meravigliosamente, dovrebbero garantire la parola a tutti ma che, kafkianamente,  spesso al lato pratico impediscono di intervenire con la velocità necessaria quando più serve. E a questo democraticissimo immobilismo si aggiunge una gerontocrazia significativa, dai toni feudali. Anno non ha dubbi su chi sia il vero mostro di questa pellicola: degli omini in grigio, vecchietti e dall'aria infida, che guardano con occhietti cattivi chi gli è subordinato e ha appena detto qualcosa di intelligente e ovviamente diverso da quanto avevano pensato loro. Il paese è intelligente e potrebbe fare grandi cose senza questo modo di concepire la politica. Ma come cambiare le cose? Servirebbe giusto una parte terza, "la natura", per attivare a una rivoluzione che non comporti il sangue che si potrebbe trascinare per anni. Servirebbe un mostro gigante. Peccato che i mostri giganti non esistono e quindi non possono rendersi utili per testare la capacità decisionale di un governo e permettere dei cambiamenti di fondo. Peraltro il Godzilla di Anno è un terribile e spaventoso mostro incredibilmente "a modo". Ci sono bellissime scene d'azione, che rimandano spesso, anche per accompagnamento sonoro, all'anime più noto di Anno, Neon Genesis Evangelion, ma il mostro gigante (frutto di una computer grafica che sposa alla perfezione le tutine in lattice dei primi film di Godzilla, dandogli un aspetto concreto e tridimensionale, fatto di muscoli e grasso) è davvero un tipo professionale, si muove con cura interpretando un ruolo a metà tra l'assistente sociale e l'ispettore d'igiene. Arriva lento lento, dando al governo il tempo per organizzare un'evacuazione. Raggiunta la terraferma inizia a nuotare nei corsi d'acqua interni, perdendo tempo e facendo il minor danno possibile. Scalcia macchinine vuote lasciate in strada, butta giù palazzi sgombri, attacca solo se disturbato in modo mooooolto significativo. Ogni tanto va via, permette di fare delle pause di riflessione, ma quando ritorna appare più alto e più grande, per consentire di avvistarlo il prima possibile e agire in anticipo. Poi ovviamente però arriva il momento in cui ti dà il voto, sulla tua prestazione come "governo che affronta una calamità". E allora sono dolori, partono fiamme blu da tutte le parti. Ma poi si gira pagina e riparte la trafila e se il mostro vede che stai migliorando ti dà pure una mano, ti mette il più o un mezzo voto di incoraggiamento, ti permette la domanda a piacere... non è poi così stronzo. La natura dà la pagella, nella più evidente metafora di tutti i tempi.


- ma quindi si parla, si parla, si parla, si parla e ancora si parla un casino? Sì. Si parla un casino, ma ci si diverte un sacco. C'è molto humour nero, spesso pure involontario, ma la messa in scena è sempre gustosa, elaborata. Il cast è molto valido (la idol, la Hishiara, pur simpatica e carinissima recita come una idol, ma alla fine non si riesce a volerle male, anche perché è uno dei personaggi più divertenti), si avverte un ottimo gioco di squadra e la direzione degli attori risulta buona. Hiroki Hasegawa ha il giusto carisma per tenere insieme la baracca e Jun Kunimura è una roccia. I colpi di scena abbondano e, anche se ci sono così tanti personaggi che a una prima visione non si riesce a ricordare tutti, non ci si perde mai nei meandri della trama, tutti hanno il giusto spazio. Certo poi arrivano le scene con il mostro, e sono davvero qualcosa da vedere, magari su un maxi schermo gigante. È stato compiuto un grande lavoro, tra animazione tradizionale, modellini e sculture in lattice. Questo Godzilla è vivido, primordiale, feroce, inarrestabile quanto inaspettatamente  lisergico, distaccato come un Buddha. Una doppia natura che affascina e sorprende, quanto gli occhi da pesce della sua prima forma o la sua immensa coda di serpente con anima propria della forma numero quattro. Anno prende il mostro di Honda e lo rivoluziona esteticamente, scarnificandolo e corrompendolo, pur lasciandolo sapientemente e rispettosamente invariato nella sua natura originale. Anno traduce al moderno senza tradire, pescando a piene mani dalla sua esperienza di regista di cartoni animati "evangelizza" la figura di  Godzilla per inquadrature, montaggio e uso dei dialoghi, ma mantiene un rapporto forte con la fonte originale, quasi intimo. Le scene d'azione sono un vero spettacolo da vedere e rivedere, hanno sempre una impostazione chiara, netta, geometrica, riconoscibile e un esito sempre inaspettato. Sono cariche di dettagli e in generale un autentico orgasmo visivo. Godzilla da pesce radioattivo cresce e raggiunge la spiaggia, con il sistema respiratorio che mutando spurga sangue dalle branchie sul collo. Fa i suoi primi passi come un bambino e abbatte i primi palazzi appoggiandosi a loro, cercando di imparare a camminare eretto. Poi cresce, gli arti inferiori diventano possenti e la coda infinitamente lunga, una massa da spostare. Quando inizia a sputare fuoco il suo corpo si accende da dentro di luci bluastre e i suoi occhi esplodono come ustionati fino a che il fuoco fuoriesce dalla bocca incontenibile, come un vomito continuo, fino a che raggiunge la perfezione del raggio laser. C'è un lavoro immenso dietro questa creatura. Speriamo di vederla ancora, nelle sue future evoluzioni. Magari contro qualche altro mostro rivisitato e modernizzato. Per il futuro imminente si parla di un film di Godzilla animato, non è chiaro con quanti agganci con questo Shin Godzilla, ambientato nel futuro. Sarebbe bello che Anno tirasse fuori un nuovo film live come questo.



-Grazie Dynit: è doveroso ringraziare Dynit, la Stardust e Minerva se questa pellicola di Godzilla è riuscita ad arrivare sugli schermi italiani. Le pellicole della saga del Godzilla originale giapponese arrivate in sala ormai di perdono all'alba dei tempi ed è quindi una vera gioia questo ritorno. Anche perché il Godzilla originale è davvero diversissimo da quello USA e quest'ultimo capitolo confezionato da Anno è in assoluto per me già una delle pellicole più belle dell'anno. Dynit confeziona con la sua nota cura l'adattamento e il doppiaggio e il risultato finale risulta egregio. Speriamo in nuove repliche in sala e in un'uscita in home video carica di extra. Se siete amanti della cultura giapponese è un film quasi obbligatorio, ma se amate il cinema in genere e volete scoprire un nuovo modo per parlare nelle sale di politica, anche facendo uso dell'intrattenimento, questa è davvero una pellicola da non perdere... chissà che a qualche convegno elettorale qualcuno venga fuori con immagini di questo Shin Godzilla
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lunedì 3 luglio 2017

Ci ha lasciato a 84 anni Paolo Villaggio


Negli ultimi anni ci scherzava sempre, sulla sua dipartita. Questa volta è invece seria, la notizia arriva dal policlinico Gemelli. Non ho davvero parole, perché per me è stato il più grande di tutti. Il migliore a fare satira, il più surreale, il più amaro, il più sadico, il più divertente. Nessuno era come lui e oggi non c'è nessuno che è in grado di seguirne lo stile. Tutti lo ricordano per i ruoli comici, ma era grande anche nel drammatico, come dimostrano le pellicole di Olmi e Salvatores. Ha raccontato l'Italia come nessun altro. Per parlare degnamente di lui servirebbe un'enciclopedia. Mi prendo qui l'impegno di portare sul blog prossimamente alcune delle sue pellicole storiche. Ci mancherà e ci manca già adesso. 

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domenica 2 luglio 2017

2:22: il destino è già scritto: la nostra pseudo-recensione / sfogo per un film che poteva dare parecchio di più!



Ma te non sai che idea buttata via... c'erano le suggestioni giuste, una bella location, pure la promessa di un po' di azione; il trailer era venuto bene poi... Cominciamo. Dunque, c'è questo fighetto insopportabile incapace di camminare e in genere "muoversi" senza atteggiarsi a modello di intimo. Lavora in aeroporto, ci va in bici la mattina, vive in un appartamento del centro; un tipo che appena lo vedi lo vuoi menare. Fa il controllore di volo, è un pignolino apatico e antipatico, "vive per il lavoro", tutti i giorni concentrato a calcolare i tempi di salita e discesa di trenta aerei contemporaneamente come se le macchine e i radar non facessero nulla, mentre lui calcola e prevede traiettorie manco fosse John Nash. Senza di lui, che pare abbia i superpoteri, in pratica sarebbe impossibile atterrare in sicurezza, i colleghi orgasmano quando lui dirige i lavori manco assistessero all'esibizione di un pianista che esegue il Rachmaninov n. 3 con una mano e il piede destro. C'ha il carattere da tenebroso da discount (lo sguardo è incontrovertibilmente quello della mucca che fissa il treno che passa) e tutte le donne se lo vogliono trombare senza un perché (infatti a un certo punto una tipa ammette che dopo la trombata non c'erano particolari argomenti comuni di vita da condividere, manco una raccolta punti Esselunga). Vive nella cuccia di Carlo Cracco, la sua casa è così pulita che puoi mangiarci per terra e sembra la pulisca da solo. Poi un giorno sbrocca, e per poco capita un disastro di 900 morti. Lo mandano in ferie forzate. Stare a casa però gli fa male. Al punto che questo inizia a calcolare ogni evento, dal numero di volte che sbatte la finestra all'ora in cui avviene un incidente sotto casa alle tortorelle che arrivano sul balcone. E allora trova schemi impossibili che scrive e descrive in "lavagne del complotto" realizzate a mano su dei vetri (Sì, come John Nash / Russell Crowe in A beautiful Mind). Scopre che c'è ogni giorno un incidente sotto casa sua alle 10.10, che c'è un vetro che si rompe in qualche modo intorno alle 11.00 e che alle 2.22 capita in genere un casino, c'è un'esplosione. 2.22 = Boom! È ossessionato e quando esce di casa trasporta la sua ossessione in altri luoghi, in special modo in una stazione dei treni. Quando ci passa incontra sempre (anche se sono persone diverse, vestite diverse, di età e razza diverse... dovrebbe capirla che è una cazzata ma, oh, niente!!): un uomo d'affari, una coppia che si lascia dopo un abbraccio, una scolaresca in gita con un bambino che perde qualcosa tipo una palla e una donna incinta. Insomma, ogni giorno c'è uno schema per lui, e non si pone nemmeno la questione se questo statisticamente può capitare a quell'ora in pratica ad ogni stazione dei treno di media grandezza dell'universo per banalissimi calcoli statistici: c'è lo schema. A un balletto (che va a vedere da solo perché l'ex morosa lo crede pazzo) incontra una tizia (che non può essere meno che una gnocca stratosferica) che stava su uno di quei aerei che per distrazione lui stava per far scontrare provocando i 900 morti di cui sopra. Lui le racconta che è stato a un passo dal genocidio, lei replica "Tu mi hai salvato la vita, tu mi completi", roba così. E alla fine si tromba. Scopre che lei lavora in una galleria del centro, soprattutto perché il suo ex ragazzo espone. Non quadri, non sculture, ma ricostruzioni olografiche hi-tech presentate con luci e musica techno. A una di queste il nostro controllore aereo sbrocca di nuovo. Tra lucine e lucette vede la ricostruzione oleografica della stazione dei treni, con all'interno TRA DIECIMILA PERSONE un uomo d'affari, una coppietta che si lascia, la scolaresca e la donna incinta. E inizia a menare l'artista. Dice  che gli è entrato nel cervello, che conosce "lo schema" e roba di questo tenore. 


Come si evolveremo i fatti ? 
Il film in sintesi:  110 minuti con un tizio poco empatizzo che dice a se stesso e riporta su lavagne della pazzia: "ore 11, un vetro che si rompe" e random un vetro si rompe. "Ore 7.49, una goccia cade dal cielo" e infatti; per poi darmi la spiegazione più assurda, mal spiegata e  mal concepita, una cosa che non c'ha senso né carisma né una degna presentazione / inquadramento / approfondimento. Un qualcosa che ci si inventa per giustificare a random. Una roba peraltro uscita così smielata da far vergognare i baci perugina. Se c'era il fantasma aveva senso. Se c'era la paranoia (tipo Number 23) aveva senso. Se c'erano gli alieni stile Edge of Tomorrow o gli angeli alla Frank Capra o il caso stile Giorno della Marmotta o la morte stile Final Destination... tutto avrebbe funzionato meglio. Si può dire che la strada che la pellicola cerca di percorrere sia originale per lo meno, ma si poteva sviluppare decisamente meglio, agganciarla meglio a tutta la narrazione..Per lo meno il film, pur deficitando del finale, poteva essere gradevole "nel corso d'opera". Il ritmo c'è pure, le ambientazioni e movimenti di ripresa pure, ma il nostro attore...


Va in giro inespressivo come un totano, continua a fare addominali come Arrow, docce e piatti da gourmet (il figo cuoco oggi tira). Ma poi racconta solo di quando era piccolo e aveva il papà pilota, che lui ha paura degli aerei ma vorrebbe un giorno fare il pilota. È sviluppato emotivamente quanto un bambino di cinque anni. Poi l'ex della tipa, l'artista delle lucine colorate, è ancora più bidimensionale e non si capisce davvero perché anche lui sia "maledetto"... semplicemente è un artista che ha fatto un opera su quella stazione dei treni. È maledetto unicamente in quanto artista? Ha il codino. Avere il codino è il picco della sua caratterizzazione. Vorrei dire qualcosa di male anche su Teresa Russell, ma è troppo bona. Il carisma di questi tizi affossa tutto, a un certo punto ci sentiamo pure in ostaggio della pellicola perché nonostante accadano un sacco di cose noi non riusciamo a "percepirle". È il ritmo iniziale della pellicola cala esponenzialmente così come la voglia di trovare una soluzione alla vicenda.  Insomma. Idea pasticciata, regia indecisa o preda di una direzione non accorta, scelta dell'attore principale e comprimari al seguito tragica. Però che bella era l'idea di questo uomo che guarda le stelle e gli aerei che danzano in cielo, come un balletto infinito e armonioso che ordina la vita e i pensieri. Che bello era questo avvenimento fantomatico che gli urla: "Vivi!! Abbandona gli schemi!! La vita è infrangere gli schemi, non stare a osservare ma agisci, creati qualcosa". Che bella era l'idea della ricerca dell'eccezionale dentro all'ordinario, come Pirandello insegna. 

Visivamente qualcosa di questa bellezza ritorna, è vero. Peccato per il protagonista laccato e più avvezzo a esprimere i suoi muscoli scolpiti piuttosto che il suo animo. Peccato per un finale che lambicca qualcosa di troppo distante dal resto della trama, cercando motivazioni che stridono parecchio. Sono sicuro che Michiel Huisman, il protagonista, prima noto unicamente per essere stati il "secondo" Daario de Il trono di spade, farà comunque strage di cuori tra il pubblico femminile. Come si doccia lui e come prepara un tramezzino nel suo "living"... però rimane l'amaro in bocca del bel film mancato. 
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giovedì 22 giugno 2017

2night - la nostra recensione : ovvero, come la mancanza di parcheggi nella Città Eterna


- Sinossi: notte romana, locale qualsiasi, temperatura sull'estivo. Lui (Matteo Martari) vuole farsi solo un paio di bicchieri al bar, mentre vede gli altri divertirsi sulla pista da ballo. Lei (Matilde Gioli) è quella che ti si fionda addosso senza staccarsi, che se non fosse una strafiga sarebbe da tenere a distanza con un provvedimento restrittivo del giudice. Lui ci prova a non badarle, ma non ce la fa. Lei parla un casino, corre in giro e se lo porta dietro, è delirante, lo tocca, è angosciosa... però, ripeto, è bona come er pane... e allora dai, che forse si tromba! Ma casa mia o casa tua? No perché da me non mi garba, che c'ho i vicini spioni. No perché stavo in albergo e devo andare fra tre ore all'aeroporto e non c'ho più la camera. Proviamo comunque da me, al massimo in un posto che conosco bellino... E qui arriva il dramma vero, roba da trattato di sociologia applicata. I due potrebbero andare in un prato sui colli romani, ci stanno i motel che hanno l'area parcheggio, gli autogrill che ti fanno anche birra e camogli... ma si vede che Coso e Cosa (giuro non mi ricordo i nomi e a vedere in rete altre recensioni non se li ricorda nessuno) si ingrifano solo a trombare se: 1)  in una regolare area parcheggio 2) non a pagamento. E quindi via in un girone dantesco assurdo alla ricerca del posto auto alle 3 di mattina in zona Tiburtina. Che lui, porello, ce la mette tutta, ma si è tirato in auto, e lo sa, una pazza maledetta. Una che ti si smutanda e parte all'assalto, con gambe e lingua, ma che se le dici "Aspetta, che vado a pigliare la protezione gommata", inizia a urlare: "Te sei un bastardo!! Mi hai preso per una mignotta!!! Sei un maiale insensibile!!!". Una che c'hai l'auto a noleggio e ti spegne le cicche sul cruscotto. Una che come posto speciale e isolato ti porta sul prato di casa del suo ex. Ma lui niente, pare Buddha, alle tre di mattina a cercare parcheggio con a fianco l'anticristo che parla in continuazione nella maniera irritante che solo le donne irritanti sanno fare, alla ricerca del rettangolo bianco dove sostare. Come andrà a finire? 

- Un gratta e sosta da un'ora, grazie: spero che l'italiano medio non abbia questo particolare feticismo per i parcheggi comunali, o il gene italico, qui lo dico, rischia l'estinzione. Tuttavia la "trovata", per quanto surreale, riesce a dare alla pellicola un sapore da road movie sentimentale davvero non disprezzabile. Ivan Silvestrini confeziona un film semplice, diretto, spontaneo e benedetto dalle buone interpretazioni di Martani e Gioli. Due ragazzi che in un paio d'ore imparano a conoscersi, sopportarsi e forse innamorarsi nella cornice di una Roma calda, viva, pulsante. Lui è rigido e insicuro, lei è estroversa ma lunatica. La pellicola ha tutto il fascino di un atto singolo teatrale, i dialoghi sono veloci e divertenti e l'atmosfera piccante sale piano piano, riesce a coinvolgere nella lenta danza del corteggiamento. Dopo un'ora e poco più il film finisce, e si ha l'impressione di essersi seduti in sala da non più di venti minuti tanto il ritmo è stato convincente. Buona la regia, buone le musiche, non mancano alcuni piccoli colpi di scena. Non fosse per questa stranissima ossessione del rettangolo del parcheggio, che pare aver soppiantato la fantasia del triangolo di Renato Zero. Ma si vede che a Roma trovare un parcheggio oggi è più desiderabile che avere un rapporto sessuale. 
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martedì 20 giugno 2017

I pirati dei Caraibi: la maledizione di Salazar - la nostra recensione!





- Sinossi: Quella volta il cacciatore di pirati Salazar stava facendo un fondo così ai pirati, divertendosi come un pazzo nello sterminio, quando sul ponte dell'ennesima nave di pendagli da forca ecco che appare Johnny Depp bambino fatto in digitale. È il piccolo Jack il "passero" (sparrow significa "passero" per quei sei che non se lo sono ancora domandato) con la sua aria già tipica da spinellato, andatura claudicante e sguardo non troppo vigile. E a Salazar (Javier Barden) monta la scimmia, la voglia di menarlo diventa immensa al punto che si getta all'inseguimento, avvicinandosi rischiosamente a una zona maledetta del mare. Il passero è suo, il passero è spacciato, ma Jack ha in tasca una delle sue magie. Fa lanciare le ancore verso uno scoglio e a tutta velocità, con il galeone che rischia di cappottarsi, riesce a fare la curva più estrema delle curve estreme. Salazar non può farlo, il suo carrarmato del male finisce dritto in zona maledetta e l'ammazza-corsari viene condannato con la sua truppa alla non morte eterna. Jack invece si prende i galloni e diventa re dei pirati, quello che forse non riusciremo mai a vedere in One Piece. Salazar brama vendetta, ma per rompere la maledizione che lo relega ad essere uno dei tanti "babau" del mare deve succedere qualcosa a Jack, l'ormai vecchio, poco prestante e sempre più ubriachissimo Jack Sparrow... Ma che fine ha fatto il figlio di Will Turner (un sempre più inconsistente e monofacciale Orlando Bloom), Henry Turner? Ha provato per anni a suicidarsi in mare, atterrando così sull'Olandese Volante. Il padre ogni volta lo ha riportato a galla chiedendogli di non cercare più di entrare nella sua ciurma di pirati maledetti, ma lui continua, continua ed è diventato grandicello (l'attore Brenton Thwaites con le sue stupidissime sopracciglia cespugliose già fieramente mostrare il Gods of Egypt e Maleficent). Ha studiato tutto di tutto sulle maledizioni del mare e ora sa forse come salvare il babbo. Certo che gli serve Jack Sparrow e la sua bussola magica che indica i suoi sogni più segreti. Ma potrà il Jack di oggi essere ancora così utile? In fondo con Will non è che fosse andata benissimo, di fatto sta maledetto su una nave di non morti un tempo guidata da un uomo crostaceo... 



- Arr Arr: piovuti come un fulmine a ciel sereno, i pirati dei Caraibi nel 2000 e qualcosa, grazie al talento di Gore Verbinski e a una produzione faraonica targata Jerry Bruckheimer, da popolare giostra di Disney World approdavano al cinema. Ed era tipo un mezzo miracolo, perché produrre all'epoca film sui pirati era un economico bagno di sangue. Ma la formula era giusta, Johnny Depp in forma, Geoffrey Rush immenso, la Knightley inaspettatamente divertente e Orlando Bloom un attore cagnaccio maledetto, ma con quel faccino che attirava in sala ragazzine come mosche. Dopo un trittico di film abbastanza riuscito, che esplorava in modo fantasy tutti i principali topoi marinareschi, arrivava un quarto film divertente ma un po' loffio. L'idea di fare di Sparrow un protagonista assoluto falliva perché Jack, il nostro amatissimo Jack il passero, da protagonista non funzionava. E non era nemmeno colpa di Depp, ma di come era stato studiato quello strano pirata rock star figlio di un bucaniere Keith Richards e nipote di Paul McCartney (non perdetevi il suo cameo in questo film). Un personaggio troppo caratterizzato non potrà mai essere un protagonista convincente, soprattutto quando i suoi tic nervosi inibiscono un dialogo di più di sei parole. Vita da pirata. Inevitabilmente il Barbossa di Rush rubava scena dopo scena ma questo non bastava, il film andava un po' a picco e la colpa era anche la mancanza dei personaggi di Bloom e della Knightley, perché la mitologia non poteva che risultare monca senza di loro. Così per questo quinto film Jack torna un po' in disparte, si cerca sangue giovane per i protagonisti e si vanno a richiamare le vecchie glorie. 


E incredibilmente la formula riesce a tornare fresca e il mondo dei pirati Disney torna ad essere vivo, ruspante, crudele e fantastico. Al punto che questo capitolo finale potrebbe quasi essere una ripartenza inaspettata per il brand. Javier Barden funziona e ci crede. Rush compie il salto più difficile, dona un cuore al suo personaggio e lo rende davvero immortale. Bloom e la Knightley sono forse qui più decorativi che altro, ma è giusto che ci siano, fanno funzionare le cose. Quello che manca più di tutto è per assurdo Jack, quell'ubriacone di Capitan Jack il passero. Relegato a un ruolo più piccolo, il buon Depp si è come depresso, imbolsito. Sembra che il suo pirata abbia bevuto più del solito, che sia più "fuori" del solito. E questo nonostante la sua bella "origin story", che fa da cappello a questa pellicola. Sarebbe a questo punto interessante vedere per il futuro un Jack sobrio, magari un Jack che finalmente tira fuori un po' di quella professionalità tipica di Barbossa, ma ad ogni modo qui abbiamo un Jack un po' pallido e insapore. Per tutto il resto il giocattolo è bello grande e divertente. Carico di scene spettacolari, effetti speciali favolosi, di un umorismo sempre macabro e pungente. Il mondo dei Caraibi è sempre più spaventato dalla magia, sempre più bigotto, sempre più ottuso nella caccia alla streghe e ai corsari, sempre più escluso alle donne. Chi è più intelligente è sicuramente una strega, chi è trasandato è sicuramente un tagliagole, chi detiene il potere diventa subito un fanatico e un prepotente. E poi c'è Jack, che galleggia a pelo d'acqua mentre la sua ennesima nave sta colando a picco, leggero e leggendario come solo chi se ne frega dell'universo infame sa essere... forse qui Jack vola troppo alto per i nostri schemi e non riusciamo ad afferrarlo e amarlo come vorremmo. Ma va bene anche così, la pellicola di Ronnig e Sandberg ci fornisce un buon numero di bucanieri folli, mutanti e pazzissimi... In fondo chi tifa veramente per gli eroi in un film di pirati? Tirando le somme. Trama interessante, anche se non ispiratissima carica di buoni spunti. Personaggi molto bravi, Barden e Rush in testa a tutti. Uno splendido modo fantasy in continua espansione. Non un classico, meglio del quarto. Insomma, se amate i pirati non c'è niente di meglio in questa calura estiva che andare in sala e divertirsi con le battaglie navali. Anche se per la quinta volta. 
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