mercoledì 19 ottobre 2016

I babysitter - la nostra recensione


1- Sinossi: Andrea (Francesco Mandelli) lavora da sette anni nello studio di un importante procuratore sportivo ed è sul punto di presentare alle alte sfere un suo ambizioso progetto. Il Dottor Porini (Diego Abatantuono) è però un capo dispotico e umorale che prima lo liquida senza troppi giri di parole per poi invitarlo, a causa di una emergenza familiare, a improvvisarsi babysitter (infatti in origine il film è Babysitting che indica il "fare il babysitter", non necessariamente esserlo) per il suo Remo per poco più di una giornata. Andrea è reticente in quanto quel giorno è il suo compleanno, ma il boss insiste e alla fine cede. Gli amici di Andrea non ci stanno. Si dirigono verso la villa del boss dove l'amico sta lavorando, irrompono e muniti di telecamera sono disposti a tutto pur di festeggiare e documentare la festa più epica di sempre. Si debba pure narcotizzare il bambino. Andrea resiste all'attacco per un attimo, ma poi il fatto che gli amici abbiano invitato alla festa anche una ragazza che gli piace lo fa trasecolare (termine che i molto anziani come me usano per indicare "convincere facendo uscire di brocca"). Stacco.
E' il giorno dopo.
Porini rientra a casa in anticipo allertato dalla polizia, che ha trovato la sua auto distrutta e la sua casa devastata da una maxi festa gigantesca. Andrea e Remo non ci sono, spariti. Poi salta fuori una videocamera con qualcosa di registrato, come in Cannibal Holocaust. Sul video sono impresse immagini che documentano quanto è accaduto la notte prima e forse potrebbero svelare dove si trovino ora il bambino e il suo improvvisato babysitter. 

i bimbi la notte a nanna...anche chimicamente,,

2- Semel in anno: I latini dicevano Semel in anno licet insanire, cioè che per una volta all'anno si può andare oltre: è lecito impazzire, uscire dai binari e dalle vessazioni. In quel momento magico e incosciente si possono infrangere delle regole, prendersi una rivincita o inseguire magari un amore. Modernizziamo il concetto e tiriamo fuori la massima pop "quel che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas", il pilastro centrale su cui si basa un po' tutta la filmografia e attività produttiva di Todd Phillips. Film scientemente "cattivi" nel loro mettere alla berlina i costumi sociali, quanto giustizialisti nella "punizione morale" che comunque più o meno sempre arriva, quanto sincerante spassosi nello smascherare i più reconditi istinti umani. Film in cui ci sono delle persone per bene come il nostro vicino di casa  che,  spinte ai confini della ragione, si incazzano, sbraitano e, perdendo la brocca come il celebre Orlando, radono al suolo il mondo e la società in cui vivono in una sola notte con la potenza di uno Tsunami. Liberano l'animale che è in loro, diventano un branco di lupi e sono disposti a succhiare la vita fino al midollo. E tutto è incredibilmente liberatorio da vedere, il sogno bagnato di chiunque sia stato almeno un po' represso nella vita. Poi il giorno dopo finisce l'incanto (o la maledizione), si ritrasformano in pecore, si rendono conto che il giorno in cui era "lecito insanire" era "ieri" e torna la vita vera a bussare alla porte della ragione. Todd Phillips sa come funziona questo meccanismo simile a un "tornado in un bicchiere", lo ha "brevettato", con i suoi 3 Hangover (Una notte da leoni) ribadendo la formula come produttore per Project X (dove c'era una mega festa ripresa con telecamera a mano, un po' come in questo film) e facendola transitare pure nella "storia vera", con piglio scorsesiamo, in War Dogs - Trafficanti, in questo momento in sala. La formula si è canonicizzata e si può dire, per una volta, che sono stati gli americani a influenzare i francesi,  e non viceversa, quando nel 2014 è apparso nelle sale d'oltralpe, riscuotendo uno straordinario successo (che ha già generato un sequel) Babysitting di Nicolas Benamou e Philippe Lacheau, arrivato da noi come Babysitting - una notte che spacca. Una variazione sul tema, con l'azzardo, pericolosissimo e interessante, di inserire nel girone dantesco della follia di adulti frustrati pure un bambino. Qualcosa che in effetti cambia il gusto finale, impedisce al film di addentrarsi in territori davvero cattivi (quelli sociali), trasforma adulti scoppiati in più innocenti "bambinoni" e traghetta la notte brava documentata come un film horror quasi verso la psicoanalisi applicata alla famiglia. Come in una "strange room" la famiglia del bambino smarrito osserva ( e torniamo alla etimologia di babysitting - ossia stare seduti a guardare quello che fa un bambino) senza poter intervenire, (e deve osservare "per forza" per scoprire che fine ha fatto), attraverso il filmato, aspetti che riguardano il loro rapporto e il loro stile di vita. Aspetti per di più che diventano pubblici e vengono giudicati da estranei, ossia il corpo di polizia che sta eseguendo le ricerche. Persone che vedono e commentano anche al di là del giallo da risolvere. Considerata la bontà del prodotto finale, come successo di recente con Giù a al nord, convertito nel nostrano Benvenuti al Sud, Babysitting diventa I Babysitter per la regia di Giovanni Bognetti, che qui esordisce alla regia dopo aver scritto Fuga di Cervelli, Tutto molto bello e Ma che bella sorpresa. 

...però a notte fonda coi bimbi si bisboccia!!

3 - e ora guardiamoci nelle palle degli occhi: vi piacciono i Soliti Idioti e Colorado? Prima di andare avanti con questo post mi sembra giusto prendere il toro per le corna. Perché potreste essere incuriositi da un film alla Todd Phillips declinato alla terapia familiare (io farei un film intero basato su gente "schizzata socialmente motivata" che organizza "finti rapimenti sorvegliati" per vedere quanto si interessino effettivamente i genitori dei loro figli, la formula è interessante... Ci vedrei pure una serie su Real Time, magari dal titolo "dove è la tata?") ma i nomi in cartellone inevitabilmente fanno fare una scelta di campo preventiva in base ai gusti personali del pubblico. Il regista è, dicevamo, lo sceneggiatore di Fuga di Cervelli qui al suo esordio e, per quanto il modello francese sia molto simile, il tipo di umorismo messo in campo (pur molto addolcito) richiama i suoi precedenti lavori. Questo discorso si può estendere anche a parte del cast, soprattutto ai due protagonisti, Mandelli e Ruffini, che usano un tipo di comicità molto riconoscibile e apprezzata dai loro fans. Chiamiamolo "imprinting", questo film, pur con alcune sorprese in positivo, è rivolto principalmente a un pubblico consolidato che apprezza le produzioni televisive e cinematografiche "Colorado".  Lo spettatore occasionale per me dovrebbe prima informarsi, e non mancano in rete contributi in tal senso, perché è un modo di far ridere peculiare, veloce, che ha molta presa sui giovani, social ma "non per tutti". Di par mio posso dirvi che è un tipo di umorismo che non è nelle mie corde e non riesco a cogliere in pieno: forse è troppo veloce e io troppo vecchio e poco social. Ad ogni modo ho trovato qualcosa di interessante nella pellicola, che esula la parte comica "più spiccia". Ho pensato in questa recensioncina di soffermarmi più sugli attori che sul contesto, distinguendo tra quelli "in campo", ossia quelli che partecipano al filmino della serata, rispetto a quelli "sugli spalti", gli adulti che osservano.


4 - gli attori "in campo": Mandelli a colpo d'occhio mi ha ricordato (l'ho già detto che sono anziano?.. Scusate, dimenticarsi le cose è da anziani) con il suo Andrea il Gerry Calà di film anni '80 come Il ragazzo del Pony Express, Sottozero, Colpo di fulmine, Vado a vivere da solo. Può rappresentare bene il ragazzo spaesato di "questi anni duemila e qualcosa", ha la stessa espressione di molti ragazzi che conosco e stanno chini sui tavoli di prestigiosi uffici del nord in cerca di una occasione. Timidi, lavoratori e un po' disillusi (negli anni '80 si era meno disillusi, si poteva sognare di diventare "il boss", oggi non si riesce più). Mandelli ha imbroccato il mood giusto, ha la giusta ingenuità nello sguardo e rigidità nei movimenti ed è interessante che il suo personaggio qui rischi di mettere in gioco e capovolgere la sua vita non per il classico arrivismo (come molte delle macchiette cattive di De Sica), quanto per amore. E' peculiare il suo rapporto con Abatantuono, il fatto che non voglia davvero diventare come lui. E' carina, ingenua, la sua relazione con il personaggio di Simona Tabasco, un amore dal sapore un po' post-adolescenziale, proprio di chi lavora troppo il giorno e ha poco tempo per uscire la sera. E' indulgente con i suoi amici e il loro folle progetto, forse per un senso (non troppo esposto) di rivalsa verso il suo boss. Ed è infine è soprattutto un bambinone che riesce ancora a relazionarsi benissimo con il figlio del boss. L'ho preferito qui Mandelli, rispetto che sotto il trucco pesante dell'anziano irascibile dei Soliti Idioti. Ma mi è dispiaciuto che non sia riuscito ad essere un po' più incisivo. Qui entra ed esce dalle situazioni più assurde con troppa misura. Dovrebbe "vivere di più il personaggio" e l'impressione è che il ritmo forsennato della pellicola non gli permetta di trovare spazi adeguati.
E una similare critica mi sento di rivolgerla anche allo sviluppo del personaggio di Ruffini, con l'aggravante che l'attore toscano non riesce a sfruttare le potenzialità di un personaggio che avrebbe potuto essere memorabile. Il suo "bambinone", un campione di tiro al piattello malato di egocentrismo, poteva far intravedere il mondo inesplorato degli atleti di "serie b" ( a livello mediatico, non certo per l'impegno e riconoscimenti sportivi). Ci sarebbe in materia tanto da dire da farci uno spin-off. La vita di tutti i giorni, che in genere questi atleti svolgono "facendo un altro lavoro", il rapporto con i tifosi (che non sono tifosi comuni), gli allenamenti e la mania/feticismo di perfezionare le armi, la presunta rivalità tra campioni. Mi piacerebbe pensare a Ruffini che per prepararsi alla parte va a conoscere davvero un campione di tiro al piattello come Giovanni Pellielo, vede la vita che fa, ci vive a contatto venti giorni come avrebbe fatto De Niro. E invece no, dalla recitazione del comico toscano questo lavoro non si evince, rimane tutto una battuta: "E' uno sportivo, ma di uno di quegli sport che non si caga nessuno". Anzi: "Nun si caha nessuno". Punto. E' un peccato. Va bene la cattiveria (la cattiveria da bambinone) del suo personaggio, funziona anche il rapporto che instaura con il bambino, ma poteva essere un personaggio più tridimensionale. Serviva "più tempo" forse, ma Ruffini non ci trasmette amore per questo personaggio. Arriviamo ai Pampers. Luca ha un personaggio un po' sacrificato ma che ha dei dialoghi divertenti con Mandelli. Andrea riveste un ruolo molto peculiare in quanto è principalmente lui il cameraman. Fa il pony express, ha un carattere gioioso, è incosciente (un po' come tutti i bambinoni del film) ed è imbranato con le donne come il mitico cameraman di Cloverfield. E' lui che sta girando "il film nel film", il found foutage della festa. E virtualmente attraverso i suoi occhi e i suoi commenti noi comprendiamo il "tono" della vicenda e sentiamo quindi anche la voce del regista/sceneggiatore. E la voce dice, similmente che nella pellicola francese, che "non c'è da preoccuparsi". Il tono è sull'allegro ma mai sull'auto-distruttivo. Non ci sono pianisti stressati che pieni di gioia si mozzano dita come in Hangover 2 e la "cattiveria" della pellicola è appunto una cattiveria virgolettata. Il personaggio di Andrea riesce comunque a dirci qualcosa di se ed ha anche una chiosa un po' ridicola ma anche inquietante (e quindi interessante) sul finale SPOILER, che rimanda all'uso / abuso di youtube per diventare ricchi e famosi, che passa oggi nel rischiare l'annegamento in una bacinella d'acqua pur di fare più visualizzazioni. FINE SPOILER 
Già apprezzata in Perez, Simona Tabasco in questa pellicola è letteralmente un raggio di sole nella notte. Sempre sorridente, costantemente "bullizzata dalla sceneggiatura" come nelle commedie di Ben Stiller. Un tappo che viene sparato da uno spumante e gli si pianta tra i denti, uno spintone accidentale che la fa ruzzolare. Finisce piena di gibolli, poverina, ma sempre allegra, sempre propositiva, disincantata e in grado di dare cuore alla pellicola. Molto bella la comicità che crea con Remo. Alberto Farina, anche lui da Colorado, dà corpo invece al più "stunned" del gruppo, Tonino, ed è quello che più sembra genuinamente uscire da un film alla Todd Phillips. Fa le cose più estreme, sceme, cattive e divertenti con un lampo di pura follia entusiasmante da vedere. 
Ultimo ma non ultimo in questo elenco Remo, interpretato dal giovane Davide Pinter, il "motore" di tutta la pellicola. E' interessante come riesca ad assomigliare nel carattere al padre cinematografico e come non faccia fatica a interagire molto bene e con spontaneità con tutto il cast, offrendo inoltre alla pellicola una chiosa finale che riesce un po' anche a commuovere. Una buona prova. 

...tranquilli, noi per "festa esagerata" facciamo le vocine buffe con l'elio..

5 - I commentatori sugli spalti, quelli che stanno davanti alla tv ma non per una partita di calcio. Quella del "pubblico che osserva", come ho già detto sopra, è per me la parte più interessante della pellicola, quella più psicanalitica. E' in questa categoria d'obbligo partire con Diego Abatantuono, un autentico leone dello spettacolo in grado ormai di adattarsi a ogni ruolo, riuscendo a rendere interessanti e credibili anche i personaggi più loschi e fetenti. Il ruolo sgradevole del procuratore sportivo affarista e a cui poco importa di dipendenti e famiglia se lo fa calzare a pennello, ci soffia dentro umanità. Il suo Dottor Porini come un faraone moderno vive di riconoscimenti alla sua grandezza, come il serpente "Van Basten" regalatogli da Bolt, il Casco di Valentino Rossi, la sua bellissima auto, la sua bellissima casa, la sua azienda e la sua "famiglia perfetta". Solo che sia i suoi dipendenti che la famiglia non sono oggetti inanimati, ma "beni relazionali", persone verso le quali non riesce a soffermarsi troppo, anche perché ha troppe cose da fare, contratti da stringere e serate importanti a cui partecipare. Così Porini,concentrato su quello che conta (e in fondo sul suo ego e basta), finisce per non ricordarsi i nomi dei suoi dipendenti, i nomi dei suoi clienti meno famosi, i nomi di chi lavora a casa sua come giardiniere o babysitter. Sono tutti intercambiabili e senza nome. Ricorda solo il nome dell'anziano vicino, giusto perché è un rompicoglioni seriale. E naturalmente butta nel suo "cestino mentale" tutte le date e avvenimenti importanti che riguardano il figlio, che non trova abbastanza cattivo e quindi (e questo è quasi crudele) un "panchinaro della vita". Porini non è cattivo, ma si è perso e questa situazione, il "rapimento", lo lascia quasi del tutto indifferente. Fino a che parte il filmato, qualcosa che riguarda lui, la sua casa e la sua famiglia ma in cui lui non c'è. Un mcguffin in grado, con la forza della verità, di mettere a nudo questa sua ipocrisia. E quindi Porini inizia a cambiare, mentre è spinto a commentare a voce, davanti agli inquirenti, qualcosa di davvero intimo. Un togliersi la corazza fino all'emergere del cuore del personaggio che ad Abatantuono riesce davvero bene, in un modo elegante, perché con gli anni la sua recitazione si è affinata in tanti piccoli dettagli e sfumature alla maniera di Kitano. Mi piace confrontare il suo dottor Porini con il suo, più cinico. dottor Azzesi de "La gente che sta bene". Molto simili all'apparenza, ma molto diversi.
Francesca Cavallin interpreta Marta, la mamma di Remo e moglie di Porini, ed è un personaggio molto buffo e molto dolce. Una "casalinga perfetta", alla Kidman, sexy e sorridente, che si è arresa al ruolo di sfavillante accessorio della casa cui la ha relegata il marito, pur concedendosi qualche piccola rivincita (non solo "artistica") sul "territorio domestico". La Cavallin è molto brava a renderla al contempo sognante e cartoonesca, quanto sinceramente preoccupata e materna. 
E infine ci sono il poliziotto buono e quello "inquietante", interpretati da Antonio Catania e Francesco Facchinetti. Catania è ormai una istituzione come caratterista, sembra una persona vera che puoi incontrare in un distretto di polizia, umana e non troppo severa. Facchinetti fa, timidamente, ingresso al cinema ed è molto meno peggio di quanto ci si poteva aspettare. Anzi, il suo ispettore viscido e umorale, ossessionato nel tormentare un lurido ciuffo di capelli e dallo sguardo assente, riesce ad inanellare molte battute gustose.


6- Tiriamo un po' le somme. Questo I Babysitter è un film con due anime. Una più riuscita, più razionale, canonica e strutturata, ossia la parte in cui i genitori e la polizia guardano il filmato del presunto rapimento. Una decisamnet meno riuscita, più "caciarona", anarchica, action, esagerata e caotica, costituita dai "bambini e bambinoni" che partecipano alla festa e al filmato stesso. Perché Mandelli, Ruffini e soci questo incarnano alla fine; dei bambini cresciuti che vogliono fare festa pur in modo esagerato..ma non troppo. Non c'è mai vera cattiveria salvo un paio di piccole eccezioni ( SPOILER il serpente fintissimo e "il tizio de Up" FINE SPOILER) , è tutto un gioco che parte con una festa e finisce ad autoscontri al luna park in cui il bambino si diverte sempre di più e infine è quello più adulto di tutti. Non sono presenti molte volgarità e si riesce ad arrivare alla fine senza annoiarsi anche se magari senza sbalordirsi troppo. Si può dire  che il film "non graffi" proprio perché non puntava a farlo, esattamente come il modello francese. La regia è abbastanza ordinata nelle parti di dialogo ma un po' a strappi nelle parti con la telecamera a mano e per me c'è almeno una scena che manca e avrei voluto vedere  (SPOILER quella in cui il personaggio di Mandelli decide di far entrare nella casa del capo gli amici festaioli. Certo "parlano i fatti", ma sarebbe stato interessante scoprire un Andrea più consapevole e meno vittima degli eventi. FINE SPOILER). L'esordio dietro la macchina da presa di Bognetti sembra essere riuscito, deve giuto equilibrare meglio le scene "action". Rimane la questione di base, cioè se trovate divertente la comicità di Ruffini e compagni. Perché questo non è il film che vi farà cambiare idea. Tuttavia l'ho trovato un esperimento interessante. 
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