lunedì 30 giugno 2014

Dracula Untold - primissime brutte impressioni

Certo se fanno già schifo gli effetti speciali mostrati in locandina...

Chi si ricorda il mitico Dracula di Francis Ford Coppola con Gary Oldman? L'incipit del film era qualcosa di fuori di testa, di pazzesco. Narrava della "nascita" del Vampiro. Il conte Vlad era un "dragone", un guerriero della Chiesa, con tanto di armatura rosso fuoco (bellissima, della stessa artista orientale che in seguito ha curato i costumi di The Cell di Tarsim), posto a baluardo dell'avanzata dei Turchi. Un guerriero letale, spietato, che per atterrire il nemico impalava i corpi dei soldati morti  (e anche di qualcuno ancora vivo).  Un giorno il nemico,  sfiancato, decise di ricorrere a una tattica vile. Fece recapitare al suo castello la notizia della falsa morte del conte. La sposa si getta dalle mura del castello per la disperazione. Tornato dalla battaglia, davanti alla moglie esanime, Vlad maledice Dio. Il Dio per preservare il cui credo si era tramutato in una bestia sanguinaria. Il Dio che però non era riuscito a salvare la vita della sua amata. Vlad bestemmia e con la spada trafigge una croce dalla quale sgorga sangue. Vlad lo beve e diventa un vampiro, il Nosferatu. Epico. E dura solo pochi minuti, ma precisi, perfetti, da imprimersi nella memoria.
Qualcuno poi deve aver visto Dracula 2000 di Wes Craven, conosciuto anche come Dracula's Legacy. Film pasticciato, poco riuscito ma con almeno due o tre spunti fighi. Il migliore dei quali era proprio l'origine di Dracula. Che si scopre essere Giuda, l'apostolo traditore, condannato all'immortalità per la sua inestinguibile colpa. In Blade 3 si parlava addirittura di origini egizie.
I vampiri sono tornati un po' (ma non troppo) nell'oblio oggi, dopo i mille film a tema e telefilm di cui magari la programmazione continua tuttora, ma con meno slancio.  E grazie al cielo, direi. Il mostro succhiasangue ha vissuto un'autentica sovraesposizione.
Certo la figura di Dracula, il primo dei vampiri, sembra non conoscere gli acciacchi del tempo. Il mostro risorge sempre e attira nelle sale anche dopo il tremendo Dracula 3d di Dario Argento.
Ogni tentativo di ancorarne la figura a storia o religione è stimolante. A me nello specifico era piacuta da matti l'origine di Dracula di Coppola. Mi sarei visto un film intero sulle crociate di Vlad contro i Turchi. Così quando tempo fa appresi dell'esistenza di questo progetto, fui oltremodo contento.
In una mia distorta logica attendista mi incuriosivano i nomi degli sceneggiatori. Matt Sazama e Burk Sharpless. Apparentemente dei novellini, ma accreditati per il prossimo mega block buster Warner, datato 2016, per la regia di Alex "il corvo" Poyas: Gods of Egypt, con Gerard Butler. Un grosso investimento che ha fatto mettere momentaneamente in soffitta i "Titani" e di cui sentiremo parlare presto. Per quanto riguarda la regia di questo Dracula Untold, un nome preso dalla pubblicità al suo esordio, Gary Shore. Anche il cast pareva  valido, giovane ma già apprezzato. Luke Evans (che guarda caso sarà Eric Draven nel prossimo remake de "Il corvo"... sarà un caso?),uno che a prima vista sembra Orlando Bloom ma poi ti ricredi, uno che ha la faccia giusta .
la faccia giusta
Dominic Cooper, che dopo La leggenda del cacciatore di vampiri sembra oltremodo qui nella parte.  Samantha Banks è gnocca e quindi può fare tutto, compresa la scienziata termonucleare in un film di Michael Bay. Poi però ecco che ti vedo il trailer.


Subitanea arriva la nostalgia di Coppola. L'allestimento pare qui carino, ma nulla più. Gli effetti speciali altamente risibili (il "pugno a vampiri" di un brutto quasi tattile), il colpo d'occhio di gran lunga inferiore a quanto ci ha abituato, per citarne uno, Game of thrones. Magari si salva proprio per l'interpretazione degli attori, per qualche geniale trovata di trama (pare quasi che sia un epigono di Nosferatu a dare la vita eterna a Dracula, e questa è una cosa carina), ma questo Dracula Untold non fa aspettare febbrilmente l'arrivo dell'autunno, sa molto di home video in offerta, magari meglio nelle promozioni tre per due. Noi pertanto sospendiamo il giudizio, in attesa di nuove più confortevoli update. Ma se il modo di resuscitare i vampiri è questo...
Talk0


giovedì 26 giugno 2014

Teenage Mutant Ninja Turtles - nuovo maxi-mega-super-trailer


Stanno tornando al cinema. E questa volta senza Vanilla Ice. Sono più grosse, carismatiche e bulle più che mai. I nemici sono anche loro più grossi, bulli e carismatici che mai. E poi c'è Megan Fox. Che potrebbe anche recitare l'elenco del telefono, male, ma è in grado di stregare tutti i maschietti del mondo. L'allestimento è quasi compiuto, manca poco: è infine giunto il tempo del Cowabonga nello stile di Michael Bay. Lo spettacolo sarà stordente come sempre, confuso come sempre, deprecabile il giorno dopo come sempre. Ma anche gasante come sempre, colorato, velocissimo, estremo, sguaiato e figo, decisamente figo. Perché mentre noi guardiamo un film di Michael Bay, Michael Bay guarda noi, ci scruta. Sa ciò che ci piace e ce lo offre in formato maxi imax panoramico plus. Il grande incantatore di nerd è tornato ed ecco all'uopo il nuovo strepitoso trailer.


Ci sono le esplosioni, i militari, le scene al rallentatore, i maxi effetti speciali e soprattutto lui, il culo della Fox esibito in tutta la sua regale rotondità. Insomma è il classico film di Bay con pregi e (speriamo pochi) difetti. C'è pure Shredder in versione transformers dicevamo e ci piace, il maestro Splinter mi pare riuscito ed è più veloce che mai (ma ancora non si vede bene), ma i riflettori sono tutti puntati su di loro. Le tartarughe ninja, che finalmente qui vediamo per benino.

Donatello, nella sua accentuata indole di scienziato del gruppo, pieno di gadget e strumenti strani
Raffaello, nel trailer con voce"alla Batman", è reso qui veramente "grosso", pare l'Hulk delle tartarughe
Michelangelo, il giocherellone, qui con l'aggiunta di un tocco gangsta-rap
Leonardo, il samurai, il capo, quello equilibrato
A una prima impressione bisogna dire che i characters appaiono decisamente buoni. Costruiti con un sacco di dettagli, distinguibili esteticamente quanto caratterialmente. Ricordavo le tartarughe più simili tra di loro, un po' come i puffi, ma la nuova resa mi piace. La cga inoltre permette loro dei movimenti impensabili per gli ingombranti costumoni di plastica dei film precedenti, le scene action dovrebbero essere spettacolari. Speriamo che siano anche simpatici. Speriamo che si eviti l'umorismo dei genitori di Shia Labeouf in Transformers, che si cerchi qualcosa di più aggraziato.
Ottime premesse quindi. Poi però deve seguire tutto il resto. La storia appare ancora alquanto nebulosa, indefinita, poco stimolante. Come se la "roba forte" sia già stata predestinata a futuri sequel. Mancano, come già detto, Beebop e Rocksteady ed è un peccato, erano villain divertenti, le loro scene si scrivevano letteralmente da sole. Magnifico il nuovo Shredder corazzato, ma saprà essere anche ironico? Vogliamo essere ottimisti, Will Arnett ci piace dai tempi di 30th Rock (guardatelo in lingua originale, è tutta un'altra musica) ma non è certo un John Turturro, non ci sentiamo di parlare male di Jonathan Liebesman unicamente perché tra tanti filmacci ha fatto quel Rings del 2005, un corto, che ci è piaciuto tantissimo. Tra gli sceneggiatori c'è chi ha lavorato a Life on Mars, al riuscito Mission Impossible Protocollo Fantasma. E poi le tartarughe hanno gli skateboard a razzo!! Vedremo. Magari anche più di una volta. Quando sarà il momento non risparmieremo elogi o critiche...
Talk0

mercoledì 25 giugno 2014

Prisoners - uno dei migliori thriller in cui oggi potreste imbattervi


la madre di tutte le stronze locandine autocelebrative

Premessa: Devo essere franco con voi. Quando vedo locandine come questa mi prudono le mani. Non tanto per la rappresentazione grafica, banalotta, quanto per la sperticata hall of fame di ogni interprete esibita a garanzia della bontà del prodotto. Se andate a vedere l'ultimo film degli X-Men non ci trovate in copertina "dal candidato all'oscar Hugh Jackman", per intenderci. E poi pare che tutto il cast abbia vinto o sia stato nominato in qualcosa. A parte Paul Dano, che qui ci fa la figura dello sfigato insieme al regista, Denis Villeneuve. Nome che non avevo mai sentito, anche se una volta nel 1996, imdb certifica, durante un cineforum cui ho partecipato con il mio socio Gianluca, devo aver visto un film ad episodi su un taxi diretto anche da lui, chiamato Cosmos. Del suo segmento ovviamente non ricordo nulla, ma un film carino. Il testo di questo Prisoners è poi di Aaron Guzikowski, conosciuto per lo script di Contraband con Mark Wahlberg (ma era un adattamento del precedente film del regista Baltasar Kormàkur, di cui Contraband era il ramake americano..difficile caire di chi fosse la farina del sacco..)  Con queste premesse tempo fa avevo decretato il "vade retro"della pellicola fino a caduta del prezzo home video a 9.90. Situazione che prontamente si è verificata un paio di giorni fa.

Possibile cover scartata, più attinente e simpatica.
Sinossi: America rurale contemporanea. Il redneck ultracattolico Keller Dover (Hugh Jackman) ama passare il tempo con la sua famiglia e sterminare cervi con il fucile dopo avergli dedicato la variante cristiano-ortodossa di una preghiera dei navii di Avatar. Un giorno, mentre sta festeggiando qualcosa insieme alla famiglia dell'amico Franklin (Terrence Howard) incarica il figlio più grande (Dylan Minnette)e la figlia di Franklin (Zoe Soul) di badare alla rispettive sorelline più piccole, Anna ( Erin Gerasimovich) e Joy ( Kyla Drew Simmons).  Nel vialetto, mentre passeggiano, le bambine si sentono attratte da uno sgangherato camper di proprietà di Alex Jones (Paul Dano), un ragazzo con turbe mentali che vive insieme alla zia ( Melissa Leo). Ci saltano sopra, si agganciano alla scaletta, "fanno le bambine" insomma, mentre i custodi cercano di riprenderle. Poco dopo il gruppo torna a casa e si prepara per la cena.  Le due bambine sono irrequiete, in  cerca di un fischietto rosso che proprio non riescono a trovare in casa. Decidono quindi di uscire in ricerca mentre nessuno bada effettivamente a loro. Da allora le bambine scompaiono. Le indagini vengono assegnate al tronfio e disincantato detective Loki ( Jake Gyllenhaal), che detesta a pelle Keller. Le tracce appaiono da subito insufficienti e fuorvianti, gli scenari inquietanti. I giorni passano infruttuosi. L'indagine è difficile e si decide infine di torchiare il giovane Alex per via della faccenda del camper. Keller da subito è ossessionato da Alex, lo ritiene colpevole ed è convinto che il ragazzo sappia qualcosa, anche se la polizia non ha prove concrete e decide per il rilascio. Keller decide quindi di farsi giustizia da solo e costringere Alex ad una confessione. Ma Loki non sta certo a guardare e inizia a sospettare del padre.

Ecco, con questa faccia qui Hugh Jackman va in giro con il furgone e Radio Maria a palla... fate voi...
L'impalpabile presenza del male: I film sui rapimenti costituiscono un vero e proprio sotto-genere, molto amato dai tedeschi, che per lo più occupa stabilmente la programmazione pomeridiana di Rai Due. Canovaccio rodato, lieto fine garantito, attori che piangono, male, a comando, l'idea che tutti sono prigionieri, tanto  i rapiti quanto chi li cerca, ossessionati in continui vicoli cieci. Lo spettacolo funziona e se non va troppo su patetico pure diverte. Peccato che tutti di fatto vadano sul patetico.  Poi però arriva l'alieno. Film che riscrivono le regole, che lanciano davvero degli spunti inquietanti, film che riescono a fare davvero paura pur all'interno di una cornice sobria, pochissimo uso di sangue, incredibile coinvolgimento emotivo. Roba forte, trip mentali su "bene e male", scenari disturbanti e personaggi che  sembrano la personificazione della pazzia. Il tutto accompagnato da una regia solidissima, attori straordinari e un allestimento da applauso. Capitava così per Il silenzio degli Innocenti di Demme. Capita oggi per Prisoners di Villeneuve. Sì, credo di ritenere tranquillamente le due pellicole di pari livello (poi, vabbeh, Hannibal diventa una specie di Freddie Krueger e gli vorrò sempre bene..).
Villeneuve ritaglia per ogni personaggio tutti gli spazi necessari per renderlo credibile, complesso, reale. Svolge un ottimo lavoro sulle location, al punto che pare davvero, dopo la fine della pellicola, di riconoscere tutte le vie di una piccola cittadina, tutti gli oggetti di scena. Trovare chi ha rapito le bambine è lo scopo della pellicola e il regista distribuisce attentamente le prove, sempre cercando di non tenerle troppo in bella vista, aiuta lo spettatore a fare da solo i collegamenti, ad anticipare gli eventi. Non c'è nulla di telefonato, molti sono i riusciti depistaggi, non si avverte mai la sensazione che i personaggi si muovano senza meta. Di grandissimo livello sono le interpretazioni dei personaggi principali. Jake Gyllenhaan porta a casa la sua performance migliore di sempre, costruisce un personaggio che per le sue corde è del tutto nuovo, inesplorato. Il detective Loky, che pare uscito da un film filne settanta inizio-ottanta (a me ricorda un po'Rourke ne L'anno del dragone, per capirci) è sbruffone, tratta male la gente per fastidio, sbaglia. Ma è tenace, preciso, segue ogni pista e si espone direttamente in ogni azione. Hugh Jackman è ugualmente straordinario e ci fornisce del suo Keller l'immagine di una roccia incrinata, un uomo con solidi principi che per amore della propria figlia inizia a sentire "le voci". Keller ha una forte fede, sa di poter ottenere delle risposte ma che per farlo dovrà rinnegare se stesso, valicare dei limiti. Keller si incammina in un percorso di lucida pazzia, diventando più pericoloso e disperato di minuto in minuto, più debole e fragile di minuto in minuto. Lo avvertiamo come una persona buona ma non riusciamo ad accettarlo fino in fondo, anche se davvero più volte riusciamo perfettamene ad immedesimarci in lui, a pensare che, nella stessa situazione, magari avremmo agito allo stesso modo. é una cosa inquietante, mette i brividi. Ma non quanto il momento in cui avremo lo svelamento della matassa, quando davvero conosceremo il male. Il film ci prepara a quell'attimo, ce lo aspettiamo inconsciamente, ma alla presenza dell'oscuro burattinaio ci troviamo nudi, indifesi, guardati dritti negli occhi. La sceneggiatura ha allestito una autentica trappola emotiva, l'equivalente psicologico di una tagliola per orsi. E non è detto che tutti i tasselli del puzzle andranno ad incastrarsi. Molti degli spettatori di sicuro vorranno una seconda visione per accertarsi di aver sentito anche loro "le voci".
Non l'avrei mai detto, ma qui Jake pare un mix cazzuto dei classici poliziotti cattivi di Sean Penn e De Niro. E gli riesce!!
In conclusione: Se ancora non l'avete fatto, correte a vedere questo film. Dura circa tre ore, ma volano come di incanto. Al termine della visione lascia un po'inquieti, la violenza, anche se molto stilizzata, riesce ad essere un pugno nello stomaco, è angosciante. Ma è anche un dannato capolavoro, il miglior allestimento possibile per una storia di questo tipo. Ma Prisoners dimostra anche l'indubbia capacità di Mark Wahlberg come produttore. Dai bellissimi show televisivi In Treatment, How to make it in Amercia ed Entourage, passando per il bellissimo film The Fighter, Counterband, Broken City, il nuovo riuscito Lone Soldier. Mark non sbaglia un colpo, è bravo anche come attore ed è pure un tipo simpatico (sì è belloccio, ma non mi sta antipatico quanto Cruise..). Onore al merito.

Wahlberg non ha però ancora tanto successo da non essere deriso se fa foto come questa..
Diffidate dalla stronzissima copertina, ne vale la pena.
Talk0

lunedì 23 giugno 2014

Guerrilla War - Nemmeno lo sapevo e a 12 anni impersonavo Che Guevara in un videogame


I ricordi appaiono sempre sfuocati, magari conditi con colori particolarmente acidi, profumi indistinti. Quando avevo dodici anni capitava che, insieme ad altri ragazzetti delle medie, finissimo in un modo o in un altro al bar interno della scuola, il temuto e rispettato "Bar dell superiori". Era appunto un posto temuto, situato nello scantinato, per lo più frequentato dai grandi e dai professori. Odorava di caffè e di pizzette congelate riscaldate male, aleggiava una nube di fumo. Fuori dalla scuola, attraversata la strada, c'era di meglio. C'era una pizzeria al trancio specializzata in panzerotti, c'era un baretto che assemblava panini pazzeschi. Ma il bar delle superiori, al di là della "voglia di proibito" che incuteva, aveva anche tre cabinati da sala giochi. Era lì, in mezzo ad un Tetris e un Rolling Thunder, che faceva lustro di sè l'arrembante Guerrilla War della Snk. I tizi di Ikari Warriors e del futuro Metal Slug per intenderci.

Era un cabinato a cui si poteva giocare in due, sgomitando un po'. Si impersonavano due tizi cazzuti armati di tutto punto e si andava soli contro un esercito. Ogni giocatore disponeva per i movimenti di un joystick,  un tasto per lo sparo, uno per le granate e una strana rotella per far ruotare su se stesso il personaggio e fargli prendere la mira. Certo il tizio che compariva all'inizio del gioco dicendo qualcosa in inglese sulla rivoluzione non è che dicesse molto a un dodicenne che avrebbe usato internet solamente 8-9 anni dopo e in tv seguiva solo Holly e Benji. Quello che importava era che nel 1988, quando tutti a casa avevano il Commodore 64 o l'MSX, una grafica del genere era semplicemente di un altro pianeta. Certo, nelle sala giochi cittadine c'era anche di meglio, ma era territorio ancora più ostile, autogestione locale, roba da porto d'armi (quando si è piccoli poi si esagera sempre... non è che fossero poi così "estreme" alla fine). Così i ragazzini di tutta la scuola e pure una bella fetta di grandicelli "facevano a botte" per infilare gettoni nel mitico Guerrilla War durante la pausa pomeridiana. E siccome era un gioco dannatamente difficile, un autentico martirio economico, non mancava che qualche umore si guastasse e intervenissero in soccorso i cosiddetti "esperti", gente riprovevole che all'epoca millantava di "farti vedere come il gioco è più avanti" se gli offrivi un gettone. Non c'era youtube e qualcuno di fatto "pagava i gameplay". Spero che oggi siano tutti morti di morte atroce. La cosa bella di Guerrilla War era che si impersonavano due omini che andavano in giro a sbudellare gente in un'epoca in cui c'erano pochissimi giochi violenti e gli spara spara riguardavano per lo più astronavine o aeroplanini asettici e colorati male. Qui c'era più pathos, si respirava l'aria del grande action muscolare americano, tutti i carri armati nemici avevano sopra la stella rossa comunista. Curiosità. I personaggio principali qui portavano la barba. Non erano come i biondi, muscolosi, glabri e ben rasati super-soldati del futuro Mercs della Capcom (Basati sulle fattezze di Schwarzenegger e Action Jackson), ma la barba la portavano di fatto anche Stallone ne I Falchi della notte e Chuck Norris... sempre! La missione poi filava dritta come un film alla Delta Force. Buoni pochi, ma bene armati, contro tanti  cattivi. I nostri dovevano approdare su di un'isola lussureggiante, governata da un terribile fantomatico "King", probabilmente comunista. Affrontare a tappe tutto il suo esercito lungo il percorso indicato su di una cartina fino allo sua tana. Sconfiggerlo. Inserire le 3 proprie iniziali in classifica. Oppure scriverci "ano", che fa sempre ridere.
Dal mare, sotto pesante bombardamento, i nostri arrivavano a bordo di una barchetta sulla terra ferma. Si facevano strada fino ai boschi, giungevano alle prime fattorie, si insediavano nella capitale fino alla magione fortificata del boss finale, salvando nel mentre gente "dissidente" legata a dei pali (facendo attenzione a non sparargli addosso o curando che non lo facessero i nemici) e sparando ad uno sterminato numero di nemici. Ogni tanto compariva un carro armato a grandezza "giocattolo" sul quale si poteva salire e cannoneggiare. Ogni tanto si entrava in possesso di armi pesanti come maxi fucili e lanciafiamme. Il tutto era complicato da una intelligenza artificiale per l'epoca non così banale (vedi i tizi che si appostavano e si muovevano per evitare le granate), da alcuni ostacoli, che potevano essere abbattuti solo dalle granate o dalle armi pesanti, oltre che dal sistema di gestione della mira, difficile da padroneggiare in quanto abbastanza lento e macchinoso. Molti ci perdevano un mare di soldi piantandosi ai primi livelli. Alcuni riuscirono ad arrivare in fondo al percorso fino al difficilissimo boss finale che, una volta sconfitto, scappava in mare con un motoscafo senza poterlo impallinare. Lasciava un po' l'amaro in bocca. Nella versione per Nes invece il leader malvagio iniziava a sparare granate a grappolo fino a che non veniva terminato. Che belli i ricordi. Quando sono diventato un po' più grandicello ho cercato per mari e monti Guerrilla War, ma niente, anche sul Mame non mi funzionava. Poi l'ho trovato sul PSN, a 2.99, l'ho scaricato e mi sono informato maggiormente sul titolo, scoprendo qualcosa di pazzesco. Altro che trama generica, l'isola dei cattivi, grossi riferimento ovunque ai cattivi comunisti che i tempi della guerra fredda raccontavano (prima che Rocky 4 fece finire la Guerra Fredda a livello mediatico, ma questa è un'altra storia). Cammuffato dalla Data East, il publisher americano del gioco, cambiati nomi, contesto e pure modificando dei disegni per presunti problemi con il comunismo anni '80, scopro che Guerrilla War originariamente si chiamava Guevara.


Certo, non sono un genio, wikipedia lo indica chiaramente (oggi), ma io, giuro, all'epoca non lo sapevo. Così dal materiale pubblicitario originale scopro che il gioco parla di fatto della Rivoluzione Cubana dal 1956 al 1958 (certo il nome "guerrilla" oggi mi rammenta libri come "Guerrilla in Bolivia", ma, ripeto, avevo 12 anni). L'inizio del gioco rappresenterebbe il 2 dicembre 1956, data in cu i nostri "avatar", che poi sarebbero Che Guevara e Fidel Castro arrivano dal golfo del Messico a Cuba a bordo di una piccola imbarcazione (denominata Granma, nel gioco esattamente riprodotta). Nella realtà la flotta cubana fece strage e si salvarono solo in 15. Il gioco drammatizza ulteriormente e vede superstiti dai bombardieri solo il Che e Castro. Il gioco continua sulla Sierra Madre, zona boscosa-montagnosa dalla quale per due anni i rivoluzionari ingrossarono le loro file, per poi terminare con la battaglia di Santa Clara  e contestuale presa de l'Avana del 24 dicembre 1958, la vittoria finale che costrinse alla fuga Batista, per l'appunto via mare. Ecco perchè il boss finale qui scappa via.

Certo, parliamo di uno sparatutto della durata di trenta minuti, non certo di un romanzo storico o un testo scolastico, ma c'erano tutti gli elementi per "parlare" della Rivoluzione Cubana, con tanto di date, nei minimi termini. Peccato che il programma di Storia arrivava sempre a fatica agli anni '50. I giapponesi non sono alieni a progetti di questo tipo. Hanno fatto videogiochi che parlano della Guerra dei Cento Anni, dell'epoca Sengoku, della Roma di Cesare, dei conflitti cinesi dei Tre Regni. Avvenimenti presi per quello che sono stati, fatti storici. Spunto per intrattenimento, senza secondo fine. Pensare che nello sparatutto 1941 della giapponese Capcom si impersonano truppe dell'aviazione americane contro i giapponesi perchè alla fine hanno, di fatto, vinto gli americani! Il top del fair play. Una volta parlavo con un amico su quanto sarebbe stato figo un gioco su Garibaldi realizzato alla Call of Duty. Oggi è sicuramente più normale vedere un Assassin's Creed che ripercorre nel dettaglio le tappe salienti della storia, negli anni '90 già si vedevano i primi strategici a turno su Waterloo, sulla Guerra delle Rose ma, ripeto, questo è un gioco del 1987. Censurato all'epoca alla stregua di propaganda comunista trasformando i personaggi sulle immagini del cabinato alla stregua di Super Mario e Super Luigi. Gente che combatte contro un re cattivo.


Peraltro nemmeno un caso isolato di censura, in quanto nello stesso periodo pure la serie fantascientifica Contra della Konami cambiava titolo in Gryzor. I giapponesi volevano far riferimento a dei futuri "controrivoluzionari" gente che si opponeva alla rivoluzione e governo delle macchine (in un ambiente alla Terminator), la censura ci vedeva il brutto e recente ricordo dei Contras nel Nicaragua. Ma allora perchè non scegliere di non importare questi giochi? Perchè cammuffarli? Forse perchè i giochi, anche quelli cruenti, sono per le major roba da bambini. Basta rifargli il trucco, semplificarne i dialoghi, e possono andare benissimo come storia della buona notte. Una storia di buoni contro cattivi in cui i personaggi principali ricordano Chuck Norris. La violenza generica non è vera violenza in fondo, secondo la censura americana.
Altri tempi, a ogni modo, altro modo di pensare. O forse no?
Ad ogni modo ora, più sui quaranta che sui trenta, mi godo l'investimento di 2.99 euro per Guerrilla War. Consapevole che con l'equivalente in gettoni all'epoca avrei combinato ben poco e sarei probabilmente morto al tizio a cavallo del treno. Rimane un gioco tostissimo, ma anche divertente. Giusto quel tizio che si vede all'inizio del gioco, oggi mi dice qualcosa di più.

Talk0

sabato 21 giugno 2014

Frankenstein's Army - i colorati nazi-cenobiti per grandi e piccini!


Collezionali tutti!!!!


Sinossi: Fine della seconda guerra mondiale. Una piccola squadra di soldati dell'armata rossa è in missione per liberare delle zone dagli ultimi superstiti dell'esercito tedesco in ritirata. Il truppame è classico. Novikov (Robert Gwilyn) comandante serio e compassato ma stanco. Ivan (Hon Ping Tang)  un tizio grosso e potente, altruista e quindi papabile cadavere. Il cecchino dall'aria scontrosa e dal capello lungo biondo trattato con il balsamo d'api, Alexei (Mark Stevenson). Il carismatico Sergei (Joshua Sasse), esule polacco dalla triste storia e che fa tanto George Clooney. Il tizio agitato dalla pettinatura anni fine settanta alla Han Solo e che farà qualcosa di stupido, Vassili (Andrei Zayats),  e un ragazzino, Sasha (Luke Newberry) alle prime armi, faccia poco sveglia ma furbino. Per rendere ancora più emozionante la cosa hanno dietro Dimitri (Alexander Mercury) un loschissimo soggetto (già dagli occhialetti...) che si porta dietro una telecamera ultrapiatta full hd nel 1945 una telecamera a manovella dalle prestazioni pazzesche, ovviamente di fabbricazione russa, perché possa immortalare i momenti migliori dell'operazione. Dimitri filma tutto. I nostri che imitano il passo dell'oca marciando nel fango. Finti appostamenti e azioni simulate a migliorare il montaggio finale. Liberazione di ostaggi che temono di essere menati con la scusa di vuotagli le dispense di casa per poi ubriachi ridere nella brughiera. Gare di rutti. Finti soccorsi a soldati tedeschi congelati  facendo facce lollose e offrendogli scatoline di tonno. Di cazzata in cazzata l'allegro manipolo giunge infine in un posto stranissimo, indicato da un misterioso messaggio radio. Un posto dove il pro-pro-nipote del barone Victor Frankenstein (Karel Roden - Rasputin nel mitico primo Hellboy di Del Toro e qui l'attore più bravo di tutti),  sta riassemblando corpi umani con quello che ha a disposizione, cioè eliche, pezzi di motoscafo, trappole per orsi, fornelli da campo, tazze del cesso. Da cotanto estro creativo prende così vita la gioiosa armata di Frankenstein, prodigio tecnologico senza pari, ambito tesoro che potrebbe far gola anche ai russi. Certo bisogna andarci a parlare, con il pro-pro-nipote, fare una proposta, emettere fattura. Peccato che la sua armata giri minacciosa per l'area e ami smembrare tutto quello che gli si para davanti. Ma al manipolo russo non piace l'idea di cadere davanti al nemico.


Cose colorate. Parecchio tempo fa girava in rete un maxi progetto mostro-zomboide in cerca di fondi, una montagna di fondi. Un progetto così grosso che alla fine il regista, Richard Raaphorst, decise di rimpiazzarlo con qualcosa di più piccolo e fattibile. Un progetto che si è concretizzato nel  Found Footage delirante ambientato alla fine della seconda guerra mondiale oggetto di questo articolo.
Ma come ci siamo arrivati?
La nostra storia parte qui, cari i miei piccoli lettori.
Raaphorst come tutti i fan dell'horror è probabilmente un fan dei cenobiti, i folli mostri protagonisti di Hellraiser di Clive Barker. In sostanza tizi vestiti come drag queen armati di trivelle rotanti e con facce di gomma deformanti. Bellissimi e creativi, ideali per esporli in replica in soggiorno.  Il problema è che di cenobiti con il tempo se ne vedono sempre meno e il tanto invocato reboot della serie con un budget non inferiore a due trilogie del Signore degli Anelli, il minimo per dare giusto lustro alla saga, pare non aver ancora preso la via realizzativa. Così Raaphorst voleva per lo meno riproporne lo spirito in qualcosa di adeguato, come ogni buon fan dovrebbe fare. Ci mise impegno e creatività. Solo che non potendo alla fine contare nemmeno su un budget sufficiente per offrire un latte macchiato alla Light'n'Magic nella pausa caffè, Raaphorst fu costretto alla grande scelta. Non farlo o farlo nei minimi termini puntando tutto sul salto della fede del nerd in astinenza cenobitica. Bastavano i pupazzoni in sostanza, ma fatti bene. Avrebbe risparmiato sugli attori, avrebbe risparmiato sulla trama, sulla credibilità esteriore della messa in scena, ma avrebbe speso tutto nella realizzazione di tanti mostri strani e colorati, creando una sorta di casa degli orrori da lunapark in salsa nazi-zombesca, la migliore possibile. Una gioia visiva tale da fare tutti felici e lasciar soprassedere su tutto il resto. Quello che alla fine serve "ma non serve". Il contorno a cui nessuno bada.
Hans tra le nuvole
Cose insensate. Così chiamò i più fighi dei fighi dei tecnici di trucco, disegnatori storti, animatori raminghi e geniali alla Tim Burton in acido. Gli diede il tema e tutti arrivarono con al seguito un librone di schizzi assurdi e demenziali partoriti durante incubi etilici. Il buon Richard vide il materiale. Immagino si commosse, alzò lo sguardo al cielo e sorrise. Prese la decisione. Disse loro che li avrebbe realizzati tutti, che avrebbe fatto felici tutti, che babbo natale non esiste ma che lui era il nuovo babbo natale dei fan dei cenobiti. Tutti piansero. Di gioia, ma anche di preoccupazione. Perché per realizzare al 100% quegli schizzi più di due lire servivano.
Rudolph testa-pazza
Cose "così così". Realizzati i pupazzi, realizzato un numero imprecisato e folle di pupazzi a essere pignoli, ci si accorse subito di quanto fossero estremamente fighi, ispirati e colorati. Nello stesso tempo si avvertì chiaro un problema: quelle robe non si muovevano di un passo, pesavano un casino, non avevano quasi articolazioni. I tizi che stavano all'interno facevano fatica a vedere dove andavano e sbattevano contro i muri le volte che non cadevano da trampoli posticci o da impalcature di fortuna. Avevano tenaglie, arpioni, motoseghe, alabarde. Ma erano minacciosi quanto un palo della luce. Un palo della luce con la luce perfettamente funzionante. Bisognava ingegnarsi.

Gruber gambe-in-spalla
Cose riprese storte. Per far interagire lo spettatore con le spaventose creature a livello subconscio, Raaphorst, prese una decisione folle, coraggiosa, estrema. Ce le avrebbe tirate letteralmente addosso. Per farlo usa il maledetto found foutage. La tecnica di ripresa che mette lo spettatore nei panni di un fesso  che per tutto il tempo della pellicola riprende ossessivamente tutto quello che succede.

Kitty orsacchiotta
Ora, non è che io sia un detrattore della telecamera a mano. Trovo interessante quando questo sistema è utilizzato con logica, pathos, passione. Ho amato Cannibal Holocaust, dove ha un ruolo preciso, determinato nel tempo, (in)sensato. Ho apprezzato i cambi di cameraman-prospettiva in Blair Witch Project, Cloverfield, Project x. Mi piace alla follia l'utilizzo di tale tecnica in Rec e Rec 2.

Mika'o pesce palla - citazione ad Edward mani di forbice
Molti detestano questo film per preconcetto perché si basa sostanzialmente sull'errore (accettazione del fatto) che nel '45 esistessero telecamere con resa e peso simile a quelle digitali in hd. In effetti non si può dargli tutti i torti. Ci sono dei momenti in cui si può sospendere l'incredulità, quando l'operatore compie riprese compatibili a quelle di un documentario. Ci sono diverse scene ber riuscite di questo senso nel film, l'accorgimento di far sembrare poi le riprese sgranate e degradate dal tempo funziona. Ma pur chiudendo un occhio, è davvero difficile immaginare un tizio che continui ostinatamente a riprendere esposto sotto una pioggia di proiettili, in fuga davanti a mostri tentacolosi che gli si paiono innanzi ogni tre minuti, mentre cercano di cavargli un braccio. Anche perché le soluzioni possibili in merito a questo problema di coerenza sono facili. Come in Salvate il soldato Ryan si può accettare che l'azione venga ripresa da una telecamera a mano senza che di fatto esista un cameraman. Oppure si può girare tutto il film come se fosse in prima persona, visto attraverso il punto di vista di un personaggio. Ma alla fine, per amore di questi magnifici pupazzi, tutto passa. Chiudi un occhio, ne chiudi due. 

Otto coltellino-svizzero
Per gli estimatori del gaming, l'effetto telecamera traballante dà al tutto un'aria da videogame,  alla Outlast per intenderci. L'atmosfera malata che si respira rimanda a Bioshock, a Caste Wolfenstein. Per tutti gli altri si ha davvero l'impressione di essere in una macabra giostra dell'orrore da fiera, una di quelle con i figuranti vestiti male che ti si lanciano addosso per spaventarti. Offre una paura atavica, ingenua, che parte diretta. E pensare che è tutto un artificio per farci spaventare davanti a pupazzoni per lo più immobili. Pensare che abbiamo il punto di vista di uno che di fatto va continuamente a sbattere di faccia contro a dei muri. Certo il tutto non funzionerebbe se mancassero bravi attori a farci credere che è vero.
Adolfino miao. No, questo non c'è, ma serve per stemperare un po'
Un attorone o due per me posson bastare. Si è risparmiato sugli attori, alcuni paiono quasi dei cosplayer, ma due sono gradite eccezioni. Joshua Sasse, che interpreta il soldato polacco, è un grande. Domina la scena, dice cose fighe, sa quello che fa, è credibile. Sembra davvero un Clooney in erba. Il resto del manipolo è un po' amorfo, esagitato, ma lui è perfetto, è uno dei due poli carismatici della pellicola. L'altro è Karel Roden, il novello Frankenstein. La sua è una interpretazione da mad doctor da manuale, con punte che rimandano dritte a Vincent Price. Un po' sognatore, un po' crudele, ebbro di essere un novello Prometeo, dall'aria regale. Parla a vanvera, racconta qualcosa e poi perde il punto della questione, si irrita per nulla, guarda gli altri come il predatore guarda la vittima. Quando Karel Roden è in scena a fare cose folli, la pellicola decolla e arriva nella stratosfera, si respira l'aria dei classici film horror dei tempi che furono, viene davvero voglia di paragonare la pellicola a uno splatteroso Tim Burton. Perché lo splatter è tanto, ricercato, elaborato, ma sono personaggi come il Frankensten di Roden a dare anima alla pellicola, a renderla irripetibile e da rivedere più volte. Grazie a loro anche la trama più strampalata può reggere, trasformando una sfilata di mostri in un film.

anche i mostri hanno bisogni fisiologici
Conclusioni: Poco budget. Tanta fantasia e voglia di divertire. Almeno un paio di attori davvero validi. Non troverete un film horror con una equivalente numero di mostri in scena, non troverete qualcosa di più simile a un barocco, ruspante ma divertente casa degli spettri. Frankenstein's Army è un fiero B-movie, concepito per divertire i fan dei mostri horror più classici, fare due risate, cogliere la bellezza dei bambolottoni. Non è un film troppo raffinato, credo che a molti non piacerà, che lo troveranno superficiale, stupidino e dal finale abbozzato. Magari non si apprezzerà nemmeno il crasso senso dell'umorismo della pellicola. Il film divide tra fan e detrattori in un attimo.

il regista Richard Raaphorst, che ci saluta da dietro una scenografia
Altri prodotti di genere indipendenti, come Dead Snow, sono decisamente più riusciti (e non è un caso se il regista di Dead Snow ha poi fatto Hansel e Gretel cacciatori di Streghe). Qui invece la trama necessiterebbe di più di un'aggiustata. Diciamolo pure Frankenstein's Army vale molto di più come tunnel dell'orrore che come film Horror. Se vi piacciono i mostroni una visione ve la consiglio. Magari due no, ma una sì. Chissà, potrebbe piacervi e potreste apprezzarlo per quello che è: la dimostrazione dell'estro gioioso di un regista che magari in futuro, magari con un budget sufficiente, sarà un nome da tenere d'occhio.
il barone all'opera sul primo mostro nazi-comunista
Talk0

mercoledì 18 giugno 2014

The expendables 3: nuovo mega trailer


Direttamente dal tubo ecco finalmente uscire il trailer compatto, lungo e soddisfacente del nuovo maxi filmone corale in uscita per agosto in tutto il mondo (e forse anche per l'Italia? Boh!).


Treni che esplodono, carri armati che esplodono, palazzi che esplodono, aerei che esplodono, tavoli che esplodono, bicchieri che esplodono, auto che esplodono, gente che esplode. Ma gente che esplode poco per via del pg13, nuovo trend per portare più adolescenti americani possibile al cinema, gente ingrata che poi non apprezza Pacific Rim. Tanta, tanta, tanta azione e pose da bulli per il manipolo di Sly, qui diretto da Patrick Hughes, che dopo questo lavoro è già lanciatissimo per il remake americano di The Raid (e chi interpretarà il ruolo del mitico Iko Uwais? Sarà Frank Grillo, e ne riparleremo). La sceneggiatura è sempre di Sly oltre che, novità, di Creighton Rothenberger e Katrin Benedikt. Questi due sono già autori dello script di Olympus has fallen-attacco al potere e del futuro, giuro che è vero, London has fallen, il diretto seguito previsto per il 2015, sempre con Gerard Butler, Aaron Eckhart e Morgan Freeman. L'idea ci piace molto, Olympus has fallen è un'ottima variante sul genere di Die-Hard, pieno di action e battute che ricordano tantissimo i film anni ottanta e novanta. Se anche qui saranno altrettanto ispirati ci troveremo decisamente bene, decisamente meglio che in ostaggio dello sceneggiatore di Vamp, come accaduto per i Mercenari 2. 

Ma torniamo a queste meravigliose scene che espandono, migliorano, quanto già di sfuggita visto mesi fa. Ma quanto è bello rivedere in video Wesley "Blade" Snipes? Ma quanto è figa-autoironica l'idea che a portarlo fuori di prigione siano proprio i mercenari, con Sly che lo porta via con l'elicottero da un treno in esplosione? Ci è mancato tantissimo in tutto questo tempo, anche perché il tamarro Gallowwalkers del 2012 da noi (e nel Sudan mi pare..) è ancora misteriosamente inedito! Bentornato Wesley, da te non ci aspettiamo nulla di meno di Demolition Man e sappiamo che anche tu la pensi così.  E vedere Banderas di nuovo in un ruolo da duro dai tempi di... di... Femme Fatale di Brian De Palma del 2002? (sì ha fatto poi Zorro, poi è tornato El mariachi ma non lo distinguevo già più dal gatto con gli stivali di Shrek...). Riuscirà a non fare una parte del cavolo come in Machete Kills?? Speriamo! E poi ci sono le nuove leve, tra cui una campionessa di MMA di cui trovo in rete o foto troppo virili o troppo lascive, non che sia un male. Tornano Terry con un mitragliatore sempre più grosso, Jet che si fa sfottere sul fatto di essere Shorty davanti a Harrison "Indiana Jones" Ford. Il nuovo Mercenari guarda al futuro, ai giovani, ma non dimentica il passato, come dimostra l'improbabile tintura di capelli di Schwarzenegger, classico "ovetto con fissante", che non gli sta per nulla male. Gibson entra ancora nel giubbottino in pelle di Arma letale e ci tiene a farcelo vedere. Vecchie glorie che dopo aver dimostrato nei capitoli precedenti di essere per lo meno ancora vive, ora vogliono far vedere che sono ancora in grado di fare i numeri, gli stunt seri. E vedere Sly che si butta da un palazzo che esplode su un elicottero in volo come ai tempi di Cliffhanger... sono cose che fanno bene al cuore, ci rendono felici di vivere in un mondo ancora non troppo distante dal 1986. Ma quando me lo fanno il seguito dei Goonies? Sono 10 anni che tentano di girarlo! Major maledette!! Tornando a noi. Attoroni in spolvero, tra cui i redivivi Ford e Gibson dicevamo, a sostituire il trasfugo Willis. 

Lanciato con il re-brand dei G.I.Joe, i suoi R.E.D. per pubblico ottuagenario e futuri perdibilissimi Die Hard spompi, Willis rinuncia qui alla sua parte migliore del decennio per timore di sovraesposizione, e fa male. Anche perchè c'è ancora chi voleva esserci ma non c'è riuscito. Ancora una volta c'è chi ha perso il treno ma vuole recuperare in corsa si parla già di probabile Expendables 4 con Pierce Brosnam, si riapre il toto nomi, si pensa ad un ripensamento di Steven Seagal (difficile) e tutti (?) invocano Don "the dragon" Wilson, Michael Parè, i Barbarian's Brothers Peter e David Paul, Hulk Hogan, Mr.T, Peter Weller robotizzato, magari un convinto Jackie Chan che si porta dietro Donnie Yen. Ma sto ancora divagando, il succo è che "i mercenari" sono un posto dove è bello esserci, sono accoglienza, solidarietà, un gruppo di mutuo soccorso per star action rimaste in formalina quando i mostri inespressivi come Tom Cruise (sapete che lo apprezzo a giorni alterni, no?) hanno deciso che dovevano essere loro a girare i film prima terriorio di simpatici gonfi culturisti dalla faccia storta. E siccome le donne comandano, tutti ci siamo convinti che fosse giusto per poter andare a vedere un film action, sorbirselo con Tom Cruise per dare tregua alla dolce metà. Abbiamo tradito i nostri eroi. Abbiamo visto film troppo glamour per trattare di gente che impugna una spada gigante (Vedi John Carter), troppi film in cui bei visini si muovono al rallentatore e con 65 controfigure al seguito(Mission Impossible). E ci sono piaciuti, dannazione, anche per le loro trame più compatte, realistiche e coerenti (Bourne Identity) ed effetti speciali più fighi (Minority Report) , ci piacciono ancora oggi.  Possiamo essere noi dannati. Certo c'è in giro un certo The Rock, c'è Vin Diesel, ma sono eccezioni a conferma della regola, di un mondo dominato da Cruise il mangiaplacenta, il biondino Matt Damon, Mark Wahlberg e le sue sexy mutande abbassate. Hollywood in un attimo  ha preso le vecchie star e le ha confinate in riserve come gli indiani, costrette a film insulsi come Junior e Avenging Angelo, Fermati o mamma spara. Qualcuno si è dato alla politica sul ricordo della carriera del mitico Jesse Ventura. Poi Sly, che qualcosa di buono è sempre riuscito nel mucchio a imbroccare, ha visto lontano e ha trovato la cura (se tu sei il male, lui è sempre la cura). 

Non un film ma una sorta di gruppo di supporto psicologico. Per questo I Mercenari accoglie vecchi e nuovi lottatori, future star di action e leggende, campioni di arti marziali canoniche e miste di ieri e oggi e tutta gente che in genere non usa mai la controfigura, gente che sono loro stessi la propria controfigura. Gente che era amata quando faceva cose buffe ed estreme, si è poi demotivata-sentita-tradita, ma dopo la cura è tornata in lustro. Gente nuova che perché oggi fa cose buffe ed estreme gira solo nei circuito dei b-movie e meriterebbe più pubblico. L'action con loro torna all'essenza, alla trama very easy e a botti very strong, ed è pronto a prendere a calci i suoi detrattori. L'action anni '80 si ama e punto, in troppi se lo sono dimenticato. In troppi giovani non lo comprenderanno, così è e amen; è bello che esista, con tutti i suoi eccessi "ricercati" per farci divertire dove la recitazione non può essere a livello di De Niro anni '70... Non è realistico che Statham abbatta un muro di cemento? Ma state scherzando? Quello è Jason Statham! Può farlo come in Crank 2, può rialzarsi dopo essere caduto da 2000 metri! Kellan Lutz non può volare con una moto? Ma ci sono miloni di donne che hanno accettato le cose più assurde che faceva nella saga di Twilight! Dove era un vampiro che non esplode al sole! Ingenuità per farci divertire. I mercenari era la prova generale. I mercenari 2 il tentativo di andare oltre l'amarcord, di reniventari come genere auto-parodistico. Non è stato il massimo, ci hanno provato e ai botteghini gli hanno dato ragione, ma ha portato a un ulteriore ripensamento sul genere, allo step successivo,  a un possibile equilibrio tra azione seria e divertimento che qui con gli sceneggiatori di Olympus Has Fallen può avere di fatto un senso, trovare la strada corretta. Il trailer precendente mi ha fatto intimorire circa il perpetrarsi della "operazione simpatia" di cui al capitolo 2. Oggi sono invece decisamente felice e propenso per il meglio. Gente muscolosa con armi pesanti riempie le immagini di un trailer dove scoppia tutto, tutti saltano felici e tirano coltelli innalzando boccali di birra. Snipes redivivo. Ford. Arnold. Sly. Gibson. Tutti insieme. Agosto suona anche abbastanza vicino... 
Talk0

martedì 17 giugno 2014

Le Storie vol.21: L'ultima trincea; Disegni: Sergio Gerasi; Storia: Giovanni Gualdoni

Seconda Guerra Mondiale. Le logoranti battaglie di trincea. L'esercito britannico deve conquistare uno di questi insidiosi canali difensivi ma al centro del percorso c'è un "castello", una piccola fortificazione tedesca che si ritiene pesantemente armata e che ha già fatto stragi in abbondanza.La missione è suicida. Viene scelto un manipolo di sventurati e questo sotto la luce della Luna piena inizia a strisciare metro dopo metro verso l'insediamento. Nel gruppo c'è chi vive facendo sciacallaggio. C'è il giovane soldato di belle speranze e troppi ideali, l'uomo che vive nel rimpianto per essere sopravvissuto al posto del fratello. L'ubriacone disincantato, l'ufficiale fallito. Non ci sono eroi, ma questa potrebbe essere l'occasione giusta per esserlo. Giunti faticosamente alla meta, la situazione si fa strana. Tutto appare deserto ma strane ompre si aggirano insidiose. Un soldato coperto da lungo cappotto e maschera antigas, che usa solo armi da taglio, inizia a sterminare il gruppo. Scoprire chi sia e come fermarlo non sarà facile.
Gualdoni ci porta per mano nel più clòassico degli horror ad ambientazione bellica, territorio dove le zone d'ombra tra reale e irreale sono sottili. Ci sono di sicuro opere più raffinate ma al momento ho in testa il picaresco Frankensten Army, di cui parleremo a breve. Il racconto è teso e ben calibrato e sottende ad un colpo di scena decisamente valido, intrigante, da ricordare. Non vi dico qual'è la citazione che vi verrà in mente dopo la lettura,  per non rovinarvi la sorpresa e perchè questo "L'ultima trincea" è comunque un lavoro che si apprezza soprattuto per la sua personalità. Lo scrittore delinea i classici stereotipi del genere, ma arricchisce con una dose extra di cattiveria e disperazione, evita le situazioni già viste e riesce ad infondere al racconto la giusta atmosfera, un'attesa snervante e la drammatica certezza che un finale conciliatorio potrebbe non arrivare. I disegni di Sergio Gerasi utilizzano la colorazione a mezzatinta per allestire una messa in scena crepuscolare e ostile. Tutto si muove nell'oscurità più nera e l'effetto di una tale colorazione fa quasi apparire i nostri soldati ripresi da un visore notturno ad infrarossi. L'effetto è decisamente interessante e "nuovo"nel suo utilizzo. In un contesto abbastanza statico per esigenze di trama, laddove l'azione avviene per lo più fuori campo, Gerasi dedica particolare attenzione ai dettagli, alle armi come alle divise fino ai volti dei personaggi, tutti peculiari, curati, distinguibili. Allestisce la scena sempre in modo chiaro, logico, ma sempre con aree nascoste a rendere ostili i luoghi. Gli sfondi più lontani sono volutamente sfuocati anche in ragione di questo stile di "ripresa"da visiore notturno, ma non mancano dettagli in primo piano. Nei momenti di flashback, caratterizzati per essere tutti rappresentati durante il giorno, lo stile diventa il bonelliano classico. Davvero un lavoro interesante. Decisamente un altro numero che convince della collana, che si conferma la più interessante del panorama italinao.In attesa della doppia uscita di luglio, quando nelle edicole arriverà oltre che il numero 21 anche il primo special, a colori, della serie. Talk0

Le Storie vol.20: La Gabbia; disegni: Daniele Caluri; storia: Paola Barbato


Tre criminali con il volto coperto da maschere rappresentanti ex presidenti americani entrano armati in un nosocomio destinato a clienti particolarmente facoltosi. Il piano è semplice. Irrompere, sedare la guardia all'entrata, ripulire alcuni portafogli nella sera di visita dei famigliari, trovare un amico internato, liberarlo e uscire. Peccato che la guardia scopra da subito gli intenti dei tre e riesca, prima di rimanere impallinata, ad attivare un congegno che chiude ermeticamente tutte le uscite con sbarre metalliche. I tre sono in trappola. Ma un'altra amara sorpresa li attende quando arrivano nel salone principale dove si tiene l'incontro tra pazienti, medici e parenti. Per non discriminare nessuno, durante questi incontri tutti indossano camici da malato. Trovare chi possa aiutarli a trovare il loro amico come anche solo una semplice via di fuga pare alquanto difficile. Presto arriveranno poi le forze dell'ordine, allertate dalle persone che attendono a casa i parenti dopo l'incontro. Presto arriveranno poi le sei di mattina, data in cui i tranquillanti dei soggetti più pericolosi, se non rinnovati, non faranno più effetto. Soggetti così  pericolosi per i quali l'istituto si è dotato prprio di quella enorme gabbia metallica che ora rinchiude tutti al suo interno. Una gabbia che protegge il mondo esterno da loro.
Che Paola Barbato sia una scrittrice più che brava è ormai fatto notorio. Come già dimostrato sulla collana "Le storie"e in molti numeri di Dylan Dog, la Barbato sa dare il giusto ritmo narrativo, intrigare, costruire personaggi interessanti. Poi ti fa quella boiata di numero doppio a colori per Dylan Dog e ti cadono le braccia, ma nessuno è perfetto e la Barbato più e più volte dimostra di avere la stoffa giusta, come in questo thriller psicologico. "La Gabbia" cala piano piano il lettore in un vortice senza uscita composto da criminali, pazzi, sinceri bastardi, parenti serpenti, gente armata, dottori e infermieri armati di siringhe con anestetico. Un racconto che già da subito sembra prendere una brutta piega, ma che arriva a vette inaspettate, che sa riscriversi e arricchirsi pagina dopo pagina. Con brevi battute l'autrice riesce a caratterizzare una discreta rosa di personaggi, che impariamo a catalogare anche noi solo con il tempo, e assesta ben più di un colpo di scena La lettura scorre, diverte e non mi meraviglierei se qualcuno decidesse di prendere di peso tutto il materiale e farci una trasposizione cinematografica. Davvero ben riuscito. Il lato grafico dell'opera è a cura di Daniele Caluri, noto per il satirico Don Zauker. Nonostante gli "adattamenti ai canoni bonelliani" il lavoro di Caluri ci fa rivivere i tratti dell'Alan Ford di Max Bunker e Magnus, in uno stile che può essere inteso squisitamente vintage. Personaggi riconoscibili e definiti, azione sempre chiara e comprensibile. Gli sfondi appaiono qua e là un po' generici ma il tutto è asservito al ritmo narrativo e alcune tavole letteralmente "bucano lo schermo". Di contro c'è chi vede in questo stile vintage e chi vede retrò, ma personalmente ritengo di essere più che soddisfatto del lavoro di Caluri. Un altro bel numero della collana. 
Talk0 

lunedì 16 giugno 2014

Orfani vol.9: Freddo come lo spazio




Sinossi: Nel passato ci prendiamo una breve pausa da ammazzamenti e dubbi morali. Sono arrivate le nuove tute rinforzate e Nakamura invita gli Orfani a testarle su un lussureggiante panorama montano. Naturalmente Ringo è già schizzato nel verde e il comandante propone una caccia all'uomo ai suoi danni con ricompensa doppia razione di dolce. Ma il tempo è splendido e i ragazzi decidono di trovare più che altro un sistema per infrattarsi. L'amore si scopre essere il grande motore che muove il mondo dei piccoli soldati. Un sentimento tanto più forte quanto irrazionale se l'intera vita di una persona consiste nello sparare e uccidere. Nel futuro gli eventi precipitano. Ringo insieme a Juno ha preso in ostaggio la dottoressa Juric e con la chiavetta dati si dirige verso una scialuppa che li porti quanto prima sulla Terra. Jonas coordina l'inseguimento dei fuggiaschi prendendo l'amara decisione di sparare su di loro. Ringo rilascia senza un graffio la Juric, che avverte Jonas dell'intenzione dei fuggiaschi di far esplodere tutto.
Due o tre cose: Dopo i serrati numeri scorsi, Recchioni ci concede nella prima parte una piccola pausa nel verde. E bisogna ammettere che ci voleva proprio dopo tutti quei morti ammazzati. Ma ecco che nella seconda parte il tasso emoglobinico visivo torna a salire e un grosso e inaspettato colpo di scena ci atterrisce del tutto. Un momento tragico, catartico, dopo il quale tutto non sarà più come prima. Ed è geniale come il colpo basso nelle motivazioni e tragedia finale venga allestito fin dalla "leggerina" prima parte dell'albo. L'autore ci ricorda che nonostante tutto i nostri eroi sono ragazzini cresciuti troppo in fretta, dai sentimenti ancora offuscati. La voglia di soddisfare chi li ha cresciuti e nutriti, l'amore per i loro nuovi genitori, l'esercito, che si contrappone all'amore per i propri fratelli e alla pulsione adolescenziale-erotica di condividere più tempo possibile come coppie, complementari e complete, novelli Adamo ed Eva.
All we need is kill love

L'amore diviene il disperato motore di tutto, giustifica anche le scelte più estreme e apparentemente "strane" nell'ottica di personaggi altrettanto strani, che in fondo per essere felici abbisognerebbero davvero di poco. Una scelta interessante che rende ulteriormente originale questo fumetto, che invoglia alla rilettura anche dei primi capitoli. I disegni di Cavenago e Dell'Edera mettono al centro dell'attenzione i personaggi e le loro azioni, scegliendo di lasciare sullo sfondo lo scenario, che appare qui quantomai stilizzato e complementare, ma non per questo meno funzionale. I momenti drammatici centrano così al massimo i sentimenti. I momenti di azione di contro sono splendidamente coreografati e la lussureggiante foresta (splendidi i colori di Noro e Pastorello) della prima parte ha più di una suggestione ripresa dal pianeta Namek di Dragon ball.  Non ci piacciono tantissimo gli interni ed esterni dell'astronave. Un numero strano questo. Meno "potente" del solito ma di sicuro interesse. Nell'attesa di vedere come si concluderà il drammatico cliffhanger delle ultime pagine... 
Talk0

Orfani vol.08: War Pigs

Sinossi: Nel passato. Nakamura chiede a Jonas una valutazione sulla sua squadra, che scopriamo essere una delle tre ancora attive alla fine del corso. Il militare mette poi Jonas  davanti a una scelta difficile ma necessaria, dalla quale sarà valutata la futura forza degli Orfani. Uccidere uno dei membri della squadra, privandola dell'anello debole.  Nel presente. Smascherato l'inganno dell'invasione aliena, Ringo è ora davanti ai suoi compagni, fermamente convinto della necessità della divulgazione al mondo dei fatti. Solo che la guerra è servita a dare una nuova speranza all'umanità, ha distolto l'attenzione da miseria e anarchia, ha compattato gli animi, il mondo nella convinzione di essere "vincitore" potrà andare incontro a una rinascita economica e spirituale. Ma può un nuovo mondo basarsi su una bugia? Non saranno ripetuti gli stessi sbagli? Jonas decide che è meglio nascondere sotto la coperta gli sbagli, ordina di attaccare Ringo e di sottrargli i dati della professoressa Juric trafugati. Il gruppo si spezza e Sam decide di mettere fine al conflitto a suo modo.
Due parole tanto per: Recchioni tira fuori i denti e mette in scena un altro strepitoso numero della sua serie fantascientifica. Una serie che partita in sordina sotto tanta, troppa grafica colorata sta ora disvelando il suo messaggio più profondo, politico, antimilitarista, arrivando quasi a una lettura alla Alan Moore della Storia. Orfani che sparano  e trucidano con cannoni dissidenti male armati "perché i militari non fanno domande", Orfani che decidono sia necessario ammazzarsi tra di loro "perché i militari non fanno domande", Orfani che accettano di sporcarsi a vita mani e coscienza sempre "perché...".
Caramelle a soldatino !!!

Burattini plagiati perché sono "orfani", non hanno niente a parte l'esercito e l'esercito è la loro casa, l'unica casa. Ma non tutti sono così, inaspettatamente. Come Rorshach in Watchmen qualcuno non ci sta, alla "madre delle porcate". E per questo è forse destinto a finire male. Forse il numero più disperato e violento della serie (ma anche quello prima non scherzava). Potente e graficamente eccelso grazie ai disegni di Gianfelice e i colori di Simeone. La parte sulla rivolta è disegnata in modo eccelso, vivido, ci cala perfettamente nell'atmosfera disperata del momento. La parte finale, dove risiede uno dei più grossi colpi di scena dell'opera è altrettanto potente ma vive di alcune tavole che per sequenzialità appaiono poco precise, nonostante l'alta difficoltà di base. Ma è un piccolo neo in uno dei numeri migliori della serie, in decollo libero verso qualcosa di decisamente inaspettato.
Talk0

venerdì 13 giugno 2014

Maleficent - la recensione!


Sinossi: Ci hanno raccontato mille volte la storia della bella addormentata. Alla festa per celebrare la sua nascita, la principessa Aurora riceve doni da tutto il regno, fate comprese. Ma, non invitata, fa il suo ingresso una strega potente e oscura di nome Malefica (che deve essere un nome tipo Incatenata o Crocifissa, certo che chi porta tali nomi non è mai felicissimo, anche se era "di nonna"). Malefica, inviperita per quello che sembra un disguido del corriere Ups, maledice la piccola Aurora. Prima del suo sedicesimo compleanno si pungerà con un arcolaio e cadrà in un lungo sonno fino a che non verrà destata dal bacio del vero amore. Ve la ricordavate diversa e con più passaggi? Questa è la versione 2.0 approvata dalla Disney Pictures. Per paura che la giovane si punga vengono bruciati tutti gli arcolai del regno e Aurora viene ingiustamente reclusa a vita sotto la guida di tre fatine colorate. Giusto per inibire ogni speranza che incontri il vero amore. Certo, essendo la maledizione riguardante il sedicesimo compleanno (cioè, era abbastanza chiaro accadesse in procinto del compleanno), non occorreva segregarla a vita ma al padre, il re Stefano, girava così. Ovviamente al sedicesimo compleanno Aurora si punge comunque, cade in letargo come il gruppo rock dei Vernice (solo io aspetto il ritorno?) e insieme a lei tutto il mondo viene maledetto e coperto di arbusti spinosi. Poi un bel giorno arriva un principe. Combatte Malefica, che per esigenze di marketing si tramuta in drago gigante, vince e subito dopo bacia Aurora, vista prima solo una volta di sfuggita (ma all'interno di un balletto Disney coreografoato con marmottine volanti e uccellini spumeggianti), ridestandola "col vero amore" e così condannandola a vita ad essere felice e contenta con lui. Questa cosa ce l'hanno raccontata così da sempre, con minime variazioni. Ma siamo nel 2014, è tempo di rileggere e rimordernizzare i classici. Vuoi per la crisi della coppia moderna, vuoi per il rinnovato interesse per l'ecologia e vuoi per l'imperante moda di fare film con scontri tra mostri fantasy anche se la favola di riferimento è il brutto anatroccolo...
Sfigata e banale biondina americana media, ora ti abbraccio con schifo e tu mi amerai
Malefica 2.0: Malefica è il male, lo dice il nome stesso. Nel nosocomio degli orrori di casa Disney è la più risoluta, la più potete, la più iconica rappresentazione della nemesi finale. Non una sfigata isterica che ama le pelliccine con le macchiette, non una tardona insicura che si spaventa per due rughe, non una grassona invidiosa di un dio del mare che nun glielo dà. Malefica è una seria. Si incazza perché le hanno fatto uno sgarro, piega un intero regno nel più grande scazzo magico di sempre e diventa un cazzutissimo drago sputafuoco. Il massimo, molto più interessante di quella biondina slavata e impersonale di Aurora, condannata a una adolescenza sfigata da un padre così apprensivo dall'apparire demente, predestinata a diventare futura fedelissima schiava del primo pistola coi soldi che con aiutini raccomandatori palesi riuscirà a liberarla. E nel mentre lei dorme!!! Non come Biancaneve che fa qualcosa almeno, porella, lei dorme e basta. Allora come oggi Aurora era un contorno, come un contorno era il principe e tutto il resto, Malefica rullava ed era giusto dedicarle una pellicola tutta sua. Serviva la nuova pellicola anche a riparare i piccoli torti che non giravano. Ora Malefica ha un motivo più che serio per essere incazzata contro Re Stefano (uno straordinario Sharlto Copley, dopo Elysium, District 9 e il film dell'A-Team uno dei nostri attori preferiti), ora le tre buffe fatine sono esposte alla loro inutilità manifesta, ora il bacio del vero amore assume un significato meno disincantato, ora tutto è al servizio di una storia concreta, amara, a volte spaventosa e a volte divertente in cui i personaggi principali non dormono o compaiono negli ultimi sei minuti di pellicola. Come dite? Non ci sono più i "buoni"? E chissenefrega.  Sviliti e annichiliti i buoni rimangono solo i buffi animaletti a vantaggio di una più drammaturgica, ragionata ed emotiva "giusta prospettiva" delle cose. Una storia Disney in cui ovviamente ci sono i buoni e, se non ci sono buoni a disposizione, se ne trovano comunque di altri, anche a costo di andare a pescare tra quelli che credevamo i cattivi. Un racconto pulito e credibile. Ma con un guizzo in più che ne fa un "oltre-Disney". Un racconto strano e in un certo modo sinistro, al quale davvero non si riesce a credere fino in fondo, pure mentre scorrono i titoli di coda e tutto parrebbe finito bene. Perché forse sulle note distorte di una delle più celebri canzoni della Bella Addormentata (fantasticamente rielaborata da James Newton Howard), cantata proprio da Malefica parrebbe,  il dubbio viene. Molto probabilmente la regina delle cattive si è burlata di noi e di tutti i Disney-fan distratti che di colpo la credono una nuova incarnazione di madre natura. Ha compiuto il maleficio definitivo. Cannibalizzato lo stile Disney per allestire il più improbabile inganno visivo di sempre. Certo, c'è chi vi dirà che non è così, che la pillola con tanto zucchero è comunque andata giù. Ma noi siamo complottisti e a una che ti guarda con quella faccia un po' così e l'espressione un po' così... non è che diamo troppo credito.

Continuate a credere che sono la buona, fessi
Angelina Jolie, l'ultima diva: decide con uno sguardo l'essenza del suo personaggio e del suo film:  è stata una ragazza interrotta, una icona nerd, una damigella non troppo indifesa assistente di uno dei più astuti detective del mondo, una dorata strega digitale, una spia tatuata implacabile, una adultera, una fragile modella dalla vita triste. Sempre bellissima e fiera di esserlo, probabilmente innamorata di se stessa. Diva. Poi per motivi misteriosi si è messa con Brad Pitt (galeotta fu la merda su pellicola conosciuta come Mr e Mrs Smith) e ha iniziato ad adottare figli. Si è molto sciupata, fino a divenire quasi scheletrica, ha accettato parti del cavolo e ha fatto naufragare buona parte dei progetti del marito. Ma quando vuole, cioè qui, sa essere di nuovo diva, cancellare tutti gli insuccessi passati e l'inutile gossip su spaccature più o meno inguinali e tornare a essere oggetto massimo di adorazione da parte dei fan. Certo un aiutino la produzione di Maleficent gliel'ha data. Il film è letteralmente cucito su di lei e sul suo affilato profilo. Gli effetti di trucco e quelli digitali si insinuano armoniosamente su un corpo che appare già di base di natura aliena. Ma dietro a tutto c'è l'attrice di carattere, eccelsa quando deve impersonare la donna pericolosa, la vipera. Hopkins diceva che è facile e divertente fare i cattivi, ma il suo Hannibal è storia del cinema. Ugualmente la Jolie è perfettamente a suo agio nel ruolo. Regale, altera, coraggiosa e generosa come questo nuovo ruolo revisionista impone. Ma ambigua quanto basta a ricordare l'immagine classica, ad ammonire che nulla potrebbe essere come sembra nonostante la pellicola sguazzi tra tanta melassa digitale fatta da folletti volanti, alberi parlanti e tante scene di volo a pelo d'acqua sulla natura incontaminata da plagiare Miyazaki. Malefica è ambigua e lo dimostra nel modo in cui si relaziona con gli altri.  Malefica sa essere letale e terrificante, schiacciare in un lampo un esercito, ma davanti agli occhi di Aurora (Elle Fanning, adatta al ruolo di classica vittima di Freddie Kruger) e  del suo corvo servitore (Sam Riley, bravissimo), nonché negli occhi avvinti dal rimpianto di re Stefano si mimetizza, sembra debole, pare non farcela, essere umana. Malefica abbindola i suoi adulatori. Di contro altrettanto bravo è Sharlto Copley, che lavora si sottrazione creando un personaggio titanico, scomodo, impopolare e destinato alla sconfitta. Il suo Stefano è pazzo, estremo, ossessionato, ma lo è in modo così neutro, equilibrato che fa davvero intuire che "sappia qualcosa". E se guardate bene non è neppure un pessimo monarca e diplomatico, fateci caso. Nonostante sia il "primo abbindolato", lui ha saputo smarcarsi, opporsi per quanto poteva.  Nonostante il racconto lo dipinga come un arrivista bastardo e avversario sleale, la trama lascia degli ampi buchi che potrebbero essere buoni per dimostrare tutto il contrario. Stefano prima ama, poi esita per amore, infine il suo odio non è chiaramente del tutto manifesto. C'è cupidigia? L'uomo che alla fine per sopravvivere deve annientare la natura? La risposta galleggia ma non arriva netta. E questo perché, nella straordinaria sceneggiatura allestita per questo film, dettaglio di non poco conto, si è deciso che la voce narrante sia tutto fuorché imparziale. E tutto rimane lì quindi, al nostro arbitrio, nello sguardo di Angelina. Uno sguardo senza il quale probabilmente tutto questo affascinante castello di carte non avrebbe potuto aver senso. L'inganno più grande che il diavolo ha fatto all'uomo (recitava il finale di un bel film di Bryan Singer), è fargli che dere che lui non esiste. Lezione appresa e imparata.
ho visto cose con questi occhi che voi umani non potreste mai immaginare..
La Jolie e Copley sono semplicemente troppo grandi, troppo in parte. Il resto del cast non riesce a uguagliarne classe e carisma, nonostante ci sia impegno. Aurora vive del collettivo delle attrici che la interpretano ed Elle Fanning, nonostante la giusta aderenza al personaggio, non aggiunge emotivamente nulla di quanto non abbiano fatto Vivienne Jolie - Pitt (sì, sì è la figlia di tu sai chi...) e Eleanor Worthington - Cox. Aurora bambina riesce con uno sguardo a sciogliere il cuore duro di Malefica, ma Aurora adulta non sembra cambiata, maturata rispetto a prima. Ci starebbe in questo forse anche la mia teoria della "allucinazione perenne di Malefica", che in qualche modo induce la piccola a vedere solo un mondo bello e colorato laddove ci sono solo mostri anche bruttini. Ma dalla Aurora della Fanning mi aspettavo qualcosa di più.
che bello vivere circondata da tanti alberi colorati!!Ehi, non vorrete mica riportarmi a casa?
Sam Riley (L'ho visto solo io in 13 bullets? è stato un grande lì!) interpreta un intelligente e raffinato adepto di Malefica, un corvo trasformato in umano e trasformabile a piacere della fata in mille altre cose. Quasi un vampiro, parla pochissimo e capisce bene la situazione in cui si trova. Mi piace pensare che sia la "cavia" di Malefica per esternare sentimenti umani da "provare" su Aurora, ma che lui in qualche modo abbia inteso la cosa e tratti la sovrana con il giusto distacco. Comprende di essere poco più di un capriccio di Malefica, non crede potrà mai essere il rimpiazzo di un rimpianto. Tace e osserva tutto, guardando tutti dall'alto al basso. in fondo lui le ali le ha ancora. Un mito.

L'uomo-corvo di Sam Riley..andrà fortissimo tra i poster delle adolescenti
Poi c'è il One Direction (no, mi dicono che non lo è... ma avrebbe potuto tranquillamente esserlo per me...). Cioè il coso. Il principe Filippo interpretato da Brenton Thwaites. C'è un chiaro motivo narrativo se è così. A dire il vero è quasi la ragion d'essere del film, il fatto che sia così. In fondo è un ragazzo normale a cui prima fanno vedere una ragazza per tre secondi, per poi (dopo un viaggio di acidi) chiedergli di farla resuscitare con un atto di lingua e appiopparsela per tutta la vita. Un giovane moderno si porrebbe il dubbio: "ma cacchio, neanche la conosco! Magari sì, vado di lingua, ma poi devo pure accasarmela? Che fine farà la mia gioventù?". E il principe  Filippo è un giovane moderno, risponde a questo schema. Sarà in futuro il grande amore? Boh! Forse! Magari, guarita dagli acidi che segretamente le somministra Malefica, Aurora si sveglierà e notando lo sguardo poco arguto e il monociglio guarderà altri lidi. Ma chi può dirlo! Mtv è pieno di puntate di Teen Mam in cui il novello papino ha una faccia ed un'espressione così... Mi piace che un film Disney sdogani il concetto che il vero amore è qualcosa di non fatto di sola passione ma semmai è un sentimento che si possa costruire con il tempo, magari anche tra persone che all'inizio si bozzano da paura. Ugualmente è interessante che il vero amore sia un affetto non di matrice "sessuale" o "di coppia" ma possa ricomprendere anche l'amore per un figlio, proprio o adottato. In questo vedo magari anche uno zampino biografico della Jolie, che ha fatto della adozione e dell'aiuto al prossimo una sorta di missione di vita (così leggo su internet... poi magari tiene incatenati Maddox e soci a cucire palloni). Il questo però non dimentichiamo la suggestione che questo articolo vuole dare alla pellicola in oggetto: se fosse tutto un abbaglio? E il modo di spostare gli innamorati come "palloncini" è un simpatico escamotage per sfottere chi al vero amore davvero ci crede. Ad ogni modo se il vostro vero amore ha la faccia di Brenton Thwaites come fotografato qua sotto, contente voi...

certo da uno con questa faccia non è che si può pretendere chissà che cosa...
Orgia visiva e sonora da sturbo: Già dai primi trailer girati in rete l'aspetto visivo di questo Maleficent appariva fuori scala. Il mondo della misteriosa "brughiera" pullula di ogni tipi di creatura fatata e incubo ambulante. L'aspetto di Malefica pur bambina è decisamente satanico, nonostante i molti addolcimenti apportati dai costumi e gli occhioni della piccola Isobelle Molloy. Quelle corna inquietanti e le ali  da aquila ci fanno pensare ad una evoluzione del Pan, ma personalmente il Pan è una figura che mi ha sempre fatto cagare sotto. Ci sono buffi spiritelli marini dal volto di bambini, ma sono degli ibridi strani di pesci al neon e i loro organi interni sono ben visibili. Anche le creaturine più innocue hanno nel dettaglio aspetti inquietanti. Un mondo di mostri, magari regali, tranquilli e sereni ma comunque deliziosamente distorti. Quando gli abitanti della brughiera si scontrano con gli umani gli effetti su schermo si impennano, pur tenendo bassissimo il dato visivo della violenza. Ma le maxi zuffe non vogliono essere per forza il centro della scena, anche se il combattimento finale, tra armature e fuoco e un incessante battere di ferraglia è davvero forte, disperato, violento, iconico. Visivamente l'opera è sontuosa, particolareggiata. Un affresco fantasy in movimento che respira delle luci delle lucciole a rischiarare i corsi d'acqua della brughiera notturna. Una scenografia che si burla della classica casetta nel bosco inquadrandola in modi e colori piuttosto squallidi e gretti, come di fatto è il carattere delle tre fatine. Il castello delle favole diviene un oscuro maniero di disperazione dai colori sepolcrali mentre lo scranno di Malefica nella Brughiera è un'eco di una sconfitta passata dell'uomo a favore della natura, uno scalpo, un monito. Il trono per i nuovi dominatori fatati. Ugualmente la colonna sonora di James Newton Howard esce dall'anonimato che caratterizza la stragrande produzione degli ultimi anni e con la logica della rilettura delle note classiche Disney scorre sinuosa, epica, malinconica. Accompagnandoci nei voli arditi di un demone alato o forse di un angelo.
Giudizio finale: Maleficent convince. Descrive e ripropone in modo distorto il materiale di base ma nell'ottica della "rilettura apocrifa" fa decisamente del suo meglio. Molti si aspettavano un prequel della Bella Addormentata nel Bosco versione Disney, un tassello complementare e devo ammettere che anch'io ero della partita. Tuttavia questa impostazione è suggestiva e la sceneggiatura si nutre nei molti momenti di "non-detto" per far costruire nella nostra testa qualcosa di differente anche alla stessa messa in scena. Molti diranno che Malefica ne esce come una eroina buona buona, un'anima infelice per destino e per amore non compresa e degna di guidare la pace di un mondo di anime candide da preservare. Può essere vera anche questa visione delle cose, in fondo il prodotto è Disney e nelle sale ci sono un mucchio di bambini a tifare per una fata buona che si chiama "Malefica". Una fata dal nome inusuale come Incatenata o Crocifissa, che è un nome brutto anche se era di nonna (questo l'ho già detto mi pare...). A ognuno l'interpretazione che preferisce quindi, nella certezza che lo spettacolo visivo riuscirà di sicuro a convincere tutti e che la Jolie vale da sola il prezzo del biglietto. 
Talk0