lunedì 30 settembre 2013

Machete Kills!

Nuovo trailer !





Finalmente possiamo riparlare di Machete, il nostro antieroe preferito interpretato dal roccioso Danny Trejo nato dall'omonimo fake spot realizzato da Robert Rodriguez per Grind House. Cattivo, scorretto, esasperato e “grezzo”, l'antieroe nato da quei pochi ciak si è guadagnato una pellicola tutta sua con la canonica benedizione Tarantiniana. Del resto Trejo se lo è meritato un ruolo da protagonista dopo millenni di parti da “cattivo messicano”. Dopo i fasti trash della prima pellicola, costata quanto una confezione di noccioline e latrice di ovazione in tutto l'orbe terracqueo, il pubblico ha richiesto a gran voce il ritorno del personaggio e Rodriguez non è certo uno che non ascolta i fans (anche se sta nicchiando troppo sui dettagli del prossimo Predator).
 Richiamato il cugino (Trejo è di fatto cugino di Rodriguez), il regista ha messo insieme un cast stellare per la pellicola numero due, dando alla sceneggiatura, in aggiunta al solito gusto texmez da expoitation classica, un tocco di James Bond che non guasta mai. Per coerenza il budget pare sempre fissato intorno al costo della canonica confezione di noccioline, ma noi amiamo Rodriguez anche per questo. 

Cattivo di lusso, presto al cinema anche in Expendables 3, il redivivo Mel Gibson, per il quale è stata appositamente cucita la parte di un eccentrico e potentissimo trafficante d'armi, oscuro signore di tutti i traffici illegali messicani. Il vecchio eroe di Braveheart sarà come tutti i nemici di Bond attorniato da un seguito di variegati scagnozzi e da qualche appetitosa donzella in abiti succinti. 
Di suo Machete, in missione per conto degli Usa contro Gibson, avrà le sue altrettanto succinte “machete girls” e il consueto arsenale di coltelli, lanciarazzi e amenità varie che tanto la hanno fatto amare dalle legioni di fan della prima pellicola (chi vuole di nuovo vedere il tosaerba?), compresa l'ormai celebre “budella elastica” (estrarre dal nemico e usarla nel modo più creativo, da corda per calarsi come da giavellotto). Non manca la creatività per le armi, autentico marchio di fabbrica di Rodriguez: già dal trailer in aggiunta alla ormai classica pistola fallica (già ammirata in Desperado e Dal Tramonto all'alba), possiamo ammirare le mitraglia-tette. Una citazione nagaiana? Comunque apprezziamo e ringraziamo. Nutritissimo il cast femminile, che annovera tra una Michelle Rodriguez e Sofia Vergara (che da Spy Kids è decisamente cresciuta in tett... cioè in tutti i sensi) anche un'inedita (sul grande schermo) Lady Gaga. Non ci resta che aspettare la Lucky Red per la data ufficiale di uscita nel Belpaese. Gli amanti dei B-movie sono avvisati. Machete sta tornando. 
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domenica 29 settembre 2013

L'uomo tigre

Da novembre al cinema!!! Ma ovviamente parlo del Giappone



Poteva il mito dei miti non godere di una cazzuta trasposizione cinematografica? Poteva resistere alla morsa crudele della cinematografia action giapponese, che non sceglie il protagonista se non è un emo del cacchio del peso di 39 chilogrammi con un disco di canzoncine rivolto a smandrappine in uscita? Potevano magari farne un documentario tipo “Sfide”, per onorare i Tiger Mask “originali”, westlers professionisti che si sono ispirati al manga? Potevano, e questo era il minimo sindacale, farne un cartone animato figo e ultraviolento? Tutte queste domande trovano subitanea risposta dopo la visione del trailer di cui sopra. Ve la sintetizzo: no. 
Antonio Inoki con Tiger Man
Tana delle Tigri, Naoto Date che riempie di pacchettini regalo orfanelli intrippati solo dal sangue che elargisce sul ring, Mister X azzurro per via di qualche strano abuso di viagra, la grafica “poligonale” (questa per spiegarla mi servono venti righe... ma chi l'ha capita ora sta ridendo). Niente. A ben vedere già con la seconda stagione del cartone animato si sub-odorava che tutto stesse andando a peripatetiche, ma mai mi sarei aspettato questo. Guardo le immagini e mi pare di rivedere Garo. E piango. Ma porca la pupazza, almeno far vedere un lottatore di sumo potevano! Nessuno in giappolandia subisce più il fascino di Antonio Inoki? Inoki all'emo del caçço protagonista gli rompeva la spina dorsale. Con un rutto. Mestizia. 
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sabato 28 settembre 2013

Mighty n.9 (quando gli utenti finanziano)


Kickstarter è una delle più moderne risorse che la rete propone agli autori, vecchi e nuovi, per creare materialmente le loro opere. Film, libri, videogiochi, fumetti, sculture dadaiste e innovativi pearcing rettali. Tutto si può proporre su kickstarter, basta avere una bella idea e magari credenziali stratosferiche e la capacità di convincere gli utenti a produrre direttamente loro il progetto attraverso il sistema delle donazioni. Il progetto per partire necessita di una somma-soglia raggiunta la quale tutto può iniziare, ma se si supera la soglia il progetto può ampliarsi, diventare più corposo e ricco e tutti sono felici. In un mondo in cui i veri produttori si occupano solo del sistema più veloce di fare soldi, Kickstarter può davvero dare voce agli autori e non è poco. Tutti i piccoli mecenate che hanno però contribuito al traguardo non vengono comunque dimenticati, a seconda della loro donazione ricevono in genere dai piccoli omaggi alle cose più assurde. Ma chi è Keiji Inafune e, soprattutto, cosa mi regala se sgancio i soldini?

1) C'era una volta un robottino blu. Oggi qualcuno ne ha raccolto i pezzi e li ha riassemblati
Keiji Inafune è stato per anni uno dei principali nomi dietro all'etichetta Capcom, lo è stato quasi per un trentennio. L'occasione per sfondare arriva quando crea uno strano omino blu. Il mondo di gioco è un futuro meccanizzato ma molto colorato e buffo. Tra robottini che fanno i muratori con caschetto di sicurezza di ordinanza e animali da compagnia metallici, tutto sembra splendente e pacifico. Ma qualcuno trama nell'ombra e sta costruendo un personale esercito di robot programmati (anche contro la loro volontà) per distruggere tutto e tutti. Ma c'è un'ultima carta da giocare per contrastarlo ed è Rockman (Megaman al di fuori del Giappone), un robottino creato dal Dr.Light in grado di acquisire i poteri degli altri robot, redimerli e affrontare il misterioso burattinaio. In un'atmosfera sognante che richiama Astroboy di Tezuka nuove quindi i primi passi Rockman, autentica icona videoludica da oltre 30 anni.

Il gameplay è a tutt'oggi unico e riconoscibile. Il nostro eroe digitale avrà in dotazione un cannone particellare e sarà messo al centro di una serie di difficilissimi livelli action platform, pullulanti di trappole e di robottini, dislocati in zone diverse di un unico scenario accessibili a piacere. Al termine dei livelli dovrà vedersela con tostissimi boss sconfiggendo i quali riceverà nuove armi. Ma solo alcune armi hanno effetto su determinati boss. Il giocatore è quindi chiamato ad essere al contempo un bravo esperto di giochi platform, un ottimo combattente e un abile stratega. Risulta chiaro da subito come il gioco sia difficile e pertanto incredibilmente appagante per i giocatori più tenaci. Passano gli anni e le console. Alla serie originale si affianca la più futuristica “X”, poi la serie in 3d “Legend” e la recente “Zero”. Titoli che hanno sempre avuto schiere di appassionati disposti a seguire un brand che nonostante l'età e un gameplay che poco si innovava (se non con l'introduzione delle armature componibili introdotte con la serie x) continuava ad appassionare. Poi qualcosa si è rotto ed è successo nel recente. In un periodo in cui Megaman spaccava al punto da vendere anche in versioni ultra-old style ispirate alla grafica e controlli 8-bit si mette in cantiere Megaman Universe. È la risposta di Capcom a Little Big Planet, gioco platform che permette agli utenti di creare da zero dei quadri di gioco attraverso un gioco-nel-gioco così bello da ricordare i lego. LBP riempie i server di nuovi e infiniti livelli e Capcom pensa sia la strada giusta da seguire. Poi arrivano i primi artwork, invero bruttini, poi arriva il primo tv trailer, invero bruttino. Poi tutto tace. Pollice verso nei test. Tutto congelato. C'è da dire che Inafune non era più dietro alle avventure dell'omino blu. Dal 29 ottobre ha lasciato la casa di Osaka in profondo disaccordo con i vertici Capcom, rei di aver perso identità lasciando a terze parti (soprattutto occidentali) lo sviluppo di giochi che, anche alla prova dei fatti, si sono rivelati brutti e, soprattutto, del tutto alieni al marchio. Un duro colpo per Capcom, compagnia che racchiudeva tra le sue fila un tempo gente come Mikami, ma anche alcune delle figure di maggiore spicco di Platinum Games e GlassHopper e che solo oggi, dopo molti alti e bassi, sta cercando di ritrovare se stessa. Forse non si poteva riavere Inafune a gestire Megaman, ma si poteva fare di più per Megaman Universe.

La gente non ha dimenticato Megaman, ma il marchio è fermamente in mano a Capcom. Ecco quindi che Inafune rimette insieme gran parte degli artisti che nella storia hanno dato vita a Megaman e fa sì che questi si rimettano al lavoro su quello che la gente tanto amava, nella formula che più i fan preferivano. Non si può chiamare Megaman, ma nulla impedisce di fare un gioco con meccaniche simili: nessuno può mettere il marchio “brevettato” su un platform come su uno sparatutto, nessuno può obbligare un chara design a utilizzare il suo stile di disegno personale per creare un progetto diverso da quello per cui ha lavorato in passato, nessuno può obbligare un compositore a non comporre più se passa ad un'etichetta diversa. Ma la gente vuole davvero giocare ancora con robottini colorati o è solo una voglia inespressa, un “bello ai miei tempi, ma oggi gioco ad altro”? Ecco quindi che Inafune decide di rivolgersi a kickstarter, guardando direttamente nelle palle degli occhi i fan che tuttora lo assediano per un autografo tra le vie di Tokyo. Il primo passo è un video pubblicato anche su you tube.


Ma chi realizzerà concretamente questo sogno?

2)Keiji Inafune e lo staff: i magnifici 9 in carne e ossa.
Il capo progetto: Ha un'aria sbarazzina e dimostra di sicuro meno anni di quanti effettivamente abbia, ma quello che vedete in foto è il papà di Megaman-Rockman, uno dei più famosi personaggi dei videogiochi di sempre. Se ciò non vi basta, sappiate che è anche l'uomo dietro alla saga di Onimusha e Dead Rising!
Keiji Inafune
Il Game designer: Naoya Tomita ha lavorato su Megaman 2 per poi diventare chara designer del 5 e 6. Doveva essere anche assistente di produzione di Megaman Legends 3 e Megaman Universe, i capitoli che Capcom ha cassato.
Il chara designer: Kimo – Kimo. Un grande. L'uomo che ha caratterizzato personaggi memorabili per giochi come Street Fighter Alpha 3, Darkstalkers 3 e Red Earth (picchiaduro quest'ultimo mai uscito su console, ma dei quale alcuni chara sono stati riportati in Capcom Fighting Jam e Super Puzzle Fighter).
Musica: Manami Matsumae è la gentil donzella a cui si deve l'accompagnamento e gli fx del primo Megaman e di un numero imprecisato di suoi sequel. Pertanto stiamo parlando dell “mamma” delle sonorità del robottino con il caschetto blu.
Direttore artistico: Shinsuke Komaki. È nella “famiglia” di Megaman da Megaman x 3 per snes e si è distinto come chara e mecha design per la serie Legend (quella il 3d partita su psx, splendida) e spin off correlati.
Sviluppatori: Takuya Aizu e il suo Inti Creates co. Faranno il lavoro sporco, lo faranno al meglio. Aizu ha già prodotto e e programmato un gran numero di Megaman, 9 e 10 compresi.
Il direttore Koji Imaeda e il produttore Yu Yu, l'advisor Ben Judd: Il primo all'opera sui Megaman più recenti, il secondo, giovanissimo, per ora ha in curriculum Yaiba: samurai z, di futura pubblicazione. Il terzo è il produttore che ha riportato in auge Bionic Commando con la serie Rearmed. Sono il “sangue giovane”, indispensabile per infondere nuova linfa al progetto.
Tutto questo per dire che Megaman è ancora vivo, nonostante Capcom lo abbia messo in soffitta nella sua recente e autodistruttiva direzione aziendale. Gli uomini ci sono, i fan duri e puri li acclamano e questo ha fatto sì che quello che direttamente segue si sia realizzato senza troppi intoppi.

3)Una raccolta fondi già clamorosa che potete seguire a questo link



partita il 31 agosto con conclusione il 1 ottobre, la campagna per Mighty n.9 ha già raccolto neiprimi quattro giorni giorni la considerevole somma di un milione e 600 mila dollari e al momento si attesta sui quasi tre milioni!! Era stata scelta una raccolta fondi a tappe. 900.000,00 dollari per produrre il gioco su pc, un milione e due per aggiungervi due livelli extra, 1.350.000,00 per la verisione linux-mac, 1.5000.000,00 per opzioni avanzate di gioco. Le soglie successive sono 1.750.000,00 per un making off (sì. Questa è un po' una paraculata...) e poi a 2-200.000,00 (ormai superato) il traguardo più atteso, la versione console ps3, xbox360 e wii. E non è ancora finita, se si arriverà ad oltre potrebbe arrivare anche la versione non solo scaricabile ma anche quella scatolata! E mancano ancora un po' di giorni!!! Potenza della rete! Certo che magari qualcuno ha potuto esprimere con la raccolta fondi alcune sue manie di grandezza,nello specifico:

4)Voglio il mio boss nel gioco e e sukiyaki per tutti!!!

Come dicevamo a inizio articolo, chi dona qualcosa al progetto ha diritto a ricchi premi e cotillons. Si può donare dai 5 dollari ai 10.000,00 con benefit a scalare. Se con 5 dollari si ha accesso al forum di discussione del progetto, già con 20 si può ricevere una copia digitale del gioco (che quindi sarà poi venduto su psn o xbla per la stessa somma... pertanto se il gioco comunque lo prenderete poi potreste pre-ordinarlo prima contribuendo con le donazioni), con 40 avrete anche l'art book, con 60 anche lo scatolato. A donazioni maggiori corrispondono accesso alla beta di prova, t-shirt, poster ma le cose pazzesche iniziano dopo la soglia dei 5.000,00. Si va dalla propria voce inserita nella end song del gioco (!), alla propria faccia inserita nel gioco (sperando non sul deretano di un boss), alla richiesta di aiutare lo staff nella creazione di un nemico (credo che non si vada oltre al “vuoi il caschetto verde o rosso”, ma potrei sbagliarmi), fino (disponibile ancora per 3 posti, con 6 persone che hanno già aderito), per chi sgancia la ragguardevole somma di 10.000,00 dollari, alla luculliana cena con Inafune a Tokyo nel febbraio 2014!!! Una nota precisa che comunque viaggio a Tokyo, albergo, taxi e primo giro di sake stanno a carico vostro... Braccino corto i Jappi... 
Kickstarter come anche Indiegogo si dimostrano quindi mezzi estremamente potenti e vi invito a seguirli, perché trovereste cose assurde e inaspettate. Magari qualcuno sta cercando fondi per realizzare il gioco che avete sempre sognato o il film o la serie tv dei vostri sogni...



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giovedì 26 settembre 2013

X-Men: Days of future past

Update...



Ecco la foto-killer in grado di uccidere all'istante in un mare di saliva tutti gli X-men fan... Sembra il parto di un modellista, Adam Ross, impiegato sul set di Wolverine – L'immortale. Parrebbe che la produzione (PAZZI!!!!!!) abbia deciso alla fine di non introdurla nella pellicola. Ma dalle dichiarazioni di Hugh Jackman in quel del Comicon di San Diego pare che nel prossimo strato-film mutante il costume ci sarà. A tutti gli X-feticisti distratti che ancora non si erano imbattuti in questo capolavoro, ricordo che salivare sui led dei monitor non aiuta alla corretta conservazione dei componenti elettronici. 
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mercoledì 25 settembre 2013

Le Storie vol.11: il Lungo inverno

testo: Di Gregorio disegni: Ripoli

Lapponia. Terra nota per i popolari frutti di bosco e per i pali della luce. È la fine di novembre del 1933. Le strade sono invase dalla neve mentre una vettura incede silenziosa verso un posto sperduto, un albergo per la cura termale. Ian Stevenson annota meticolosamente ogni dettaglio, le sue lettere sono destinate alla sorella Lucille. È catturato dalla stranezza del paesaggio quanto dagli strani ospiti con cui dividerà il soggiorno. Non sa per quanto tempo si protrarrà la assenza da casa, ma le terme, l'idroterapia, dovrebbero giovare alla sua schiena malandata e il medico, il dottor Growall, pare una brava persona. Si dice che il freddo aiuti a ritemprare corpo e anima, ma non sempre si può curare tutto. Soprattutto quando paure, angosce e ossessioni scaturiscono dalla mente. Ma se un luogo si riempie di follia dove si può fuggire, se oltre la soglia dell'ingresso non c'è altro che una infinita distesa di neve?

La collana “Le storie” muta di nuovo pelle, la storia narrata nell'undicesima uscita è dramma-horror dalle tinte smorzate, quasi una ghost story, un intreccio che si insinua sotto la pelle riportandoci in questi giorni ancora di sole il presagio del pungente gelo invernale. La sceneggiatura, opera del bravo Di Gregorio, una delle migliori penne di Dylan Dog, incede con calma e ordine nella descrizione di un meccanismo narrativo circolare, semplice quanto brutale. Ognuno dei personaggi è strettamente funzionale all'economia del racconto, ognuno costituisce un indizio per il lettore, prezioso quanto inizialmente fuorviante ed è una vera gioia perdersi tra le pieghe del narrato, rincorrere il significato finale, limpido e coerente come non mai. Come l'acqua delle terme, verrebbe da dire, specchio rivelatore, forse l'unico elemento in tutto il racconto al quale possiamo credere senza indugio. È nell'acqua che sono davvero a nudo i personaggi. Un'ottima prova d'autore quella di Di Gregorio. Il disegno dell'ottimo Ripoli vive dell'effetto totalizzante dell'immensa distesa bianca dei paesaggi, dalla neve alle acque termali ai camici degli inservienti. Scenario e dettagli mettono così a nudo, come colpiti dalle luci sul palco di un teatro, gli strani personaggi in scena, brandelli di umanità persi in se stessi, incapaci di guardare al di fuori delle proprie piccole e spaventose prigioni mentali. Vittime-carnefici che gelosamente lottano per continuare a esistere, per non finire risucchiati dal bianco infinito. L'albergo costituisce personaggio a sé. Parco di rifiniture ma asettico, sulle sue superfici, ornamenti e finestre regna una ossessiva ricerca di perfezione geometrica, i corridoi non possono che riportarci a Shining. Ma quello che davvero colpisce è il tratto. nSi gioca sull'identità grafica del racconto, lo stile muta e tratteggia in una geniale intuizione i tre piani del “reale”. Guardate il tratto usato per il racconto fin dall'inizio, il classico “italiano” alla Bonelli che si sposa con suggestioni del fumetto francese, elegante e preciso, ricco di dettagli ossessivi palesati, per esempio, nel ricercato disegno degli abiti, nelle levigature del legno. Osservate come muti nello stile che riproduce le foto, dove appare la mezzatinta e la colorazione a matita. Confrontate infine come trasfiguri nelle scene che mettono in luce il passato, tra le pieghe dei ricordi del protagonista, con le linee che si fanno vive e imprecise, con i dettagli che si sfocano. Eccezionale.

Faccio sempre maggiore fatica a sistemare la mia personale top 10 dei migliori racconti della collana “Le storie”. Il lungo inverno è l'ennesima perla di questa collana e un fumetto imperdibile per tutti. 
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lunedì 23 settembre 2013

Fast & Furious 7

Aggiornamenti sul cast


Si fa sempre più vicina la data fissata per la prima del settimo episodio sulle macchine truzze, fissata per il 10 luglio 2014. E con l'approssimarsi della data, sempre più dettagli appaiono in rete (e con rete intendo Imdb, solitamente piuttosto preciso). Confermata la presenza del trio delle meraviglie Vin Diesel - Paul Walker - The Rock così come quella del fidato Tyrese Gibson e della bella Michelle Rodriguez nei panni di Letty. Villain dell'episodio in questione sarà il mitico Jason Statham; nessuna sorpresa per chi ha visto la parte sesta fin dopo i titoli di coda. Ora arriviamo alle chicche: Kurt Russell pare sarà del film, ma nessuna conferma ufficiale per ora, pertanto non si conoscono neppure i dettagli del suo personaggio. Tornerà invece Lukas Black, lo sfigatone protagonista di Tokyo Drift. Il cast di gnocche si completa con Nathalie Emmanuel (classe '89, la Missandei del trono di spade) e Deepika Padukone, stupenda attrice Bollywoodiana. Niente di speciale? Allora via al finale col botto: Tony "muay thai" Jaa, protagonista di orrende pellicole tailandesi, ma forse uno degli atleti più impressionanti mai visti su schermo! Cominciamo a contare i giorni allora...
Gianluca

Wolverine l'immortale

The Wolverine

Quando tutto va a rotoli che c'è di meglio di una bella vacanza? Così Wolverine (sempre Hugh Jackman, sempre stra-palestratissimo) dopo che la fenice nera ha semi distrutto la razza mutante in X-men conflitto finale opta per il classico. Un bell' agriturismo in Alaska per stare a contatto con la natura, seguito dal viaggetto a Tokyo dove riempirsi di manga e tradizione locale, ingolfarsi di ramen e poter molestare le cameriere vestite da manga in quel di Akihabara (beh, si sa, il target è sempre quello dei nerd...). Ora non è che accada “esattamente così”, ma ci siamo abbastanza vicini. C'è un antefatto. Durante la seconda guerra mondiale Wolverine salvò la vita a un ufficiale giapponese prossimo al canonico seppuku mentre le atomiche americane dimostravano alla storia come il paese rubato ai pellerossa a colpi di revolver fosse l'ideale e auspicabile garante della pace mondiale. Il giappo è oltremodo grato al canadese, al punto che lo va a cercare in Alaska, dove il nostro si è ritirato per vivere insieme a orsi e lupi come in Twilight. L'ormai anziano ufficiale vuole che Wolverine sia presente al suo imminente funerale per donargli qualcosa di importante. Divenuto un pezzo grosso nell'industria ha forse scoperto un modo per rendere l'artigliato finalmente mortale. Non una cattiva prospettiva per il nostro Logan, che ultimamente vive di angosciosi e pazzeschi incubi in cui gli compare Jean Grey in biancheria intima e atteggiamenti da porca (Framke Janssen). È terribile non potersi trombare i sogni e il nostro ne patisce. Senza sapere ancora del “regalo” il canadese (ma quanti sinonimi sto utilizzando in questo articolo? È che sono stanco e sto elaborando tutto a pensierini di terza elementare...) prende un aereo in compagnia della classica gnappetta con gli occhi a mandorla e i capelli multicolore vestita in uno stile emo-retrò con cromatismi sparati alla Yattaman. Il Giappone lo aspetta. E i nerd esultano. Non vi dico il resto perché in questo film non è poi che accadano moltissime cose e in tre righe rischierei di raccontarvelo tutto.
Sono bello palestrato!
Tra tutti i mutanti, l'artigliato canadese è forse il personaggio più duttile, il chara con cui si può letteralmente fare “di tutto”. Vuoi una bella scazzottata tra ubriaconi in un contesto goliardico? Vuoi drammi esistenziali? Supereroismo spiccio? Vuoi azione splatter senza pietà? Vuoi sentimentalismo? Rapporti intergenerazionali? Storie ecologiste e sul rispetto degli animali? Wolverine è adatto a tutto, gli autori lo ficcano a forza dentro tutto. Al punto che una vera autonoma direzione creativa del personaggio non esiste ed è perfettamente possibile che Logan al contempo esca in edicola su una testata in cui incarna il perfetto insegnante-genitore per giovani mutanti (Wolverine e gli X-men, davvero una serie ben fatta), su una testata poco adatta ai più piccoli in cui affetta e uccide criminali spargendo tanto sangue e pratica sesso libero (X-force), su una (o più) testata in cui fa parte degli Avengers e un'altra (o più) in cui fa parte deli X men, senza dimenticare le testate in cui si parla solo di lui (Wolverine, più o meno). Wolverine al pari di Spiderman è la “puttana” dell'editoria Marvel. Lo ficcano ovunque e nessuno ha le idee chiare su di lui. Salvo per un paio di dritte che autori del calibro di Claremont, Miller, Jenkins e Windsor-Smith hanno impresso a fuoco nell'immaginario dei fans con splendide, chirurgiche saghe che hanno visto l'artigliato muoversi stand alone: Arma X, Wolverine origins, il noto ciclo “giapponese”. Non serve altro. Storie universalmente richiamate milioni di volte, a volte leggermente modificate per introdurre nuovi filoni narrativi, topoi di facile memoria. Cose che chi bazzica fumetti americani si è visto sbattere in faccia milioni di volte da legioni di appassionati con il monito del “devi leggerlo”! Racconti quindi nel dna di ogni nerd. Buoni per i fumetti, ottimi per il cinema. Il primo film di Wolverine in solitaria si prestava così benissimo a tracciare il nuovo orizzonte filmico mutante, introducendo il filone prequel “le origini”. Oggi questo secondo film di Wolverine viene invece in soccorso della trilogia filmica originale, servendo da ponte per il nuovo Giorni di un futuro passato (di cui già vi abbiamo parlato fino allo sfinimento...); é un buon fim?

Il primo film di Wolverine non era un brutto film. Certo non era neanche un film “pazzesco”. Divertente, con tanta azione, ma pieno di sbrodolamenti sentimentali e lungaggini, incongruenze con la continuity delle altre pellicole, scelte infelici prima fra tutte il pessimo utilizzo del mitico Deadpool. Ma tuttavia il prodotto vende e pure tanto, al punto da portare gli studios alla decisone di X-Men First class (o X-men le origini). Lo spunto era il ciclo origini e arma x. Questo significa che per questo secondo film di Wolverine si poteva ancora utilizzare l'acclamato arco narrativo giapponese, che di fatto si può collocare temporalmente quando cacchio si vuole (l'importante è che non si replichi MAI un Dark Wolverine... questa è una parentesi per i soli addetti ai lavori, non tormentiamo spettatori ignari con i nostri peggiori incubi cartacei). La genesi di questo ciclo a fumetti è emblematica. A Miller stava sulle palle Wolverine, lo trovava un personaggio ingestibile e bidimensionale incapace di esprimersi oltre lo sguainare gli artigli e ringhiare (opinione condivisa da molti autori, vedasi anche la parodia che ne fa Ennis in The Boys). Claremont, padre spirituale dei mutanti ha così preso da parte Miller e gli ha detto: “pensalo come un samuari giapponese”. È allora che Miller ha deciso di mandare in viaggio a Tokyo il nostro eroe, creandone un background autonomo che direttamente pesca dalla tradizione orientale. Una storia assolo che da sola impreziosisce di molto il nostro personaggio e che presenta un innovativo mix grafico in bilico tra occidente e oriente. Ma di fatto una storia difficilmente traducibile in pieno sul grande schermo. 

Il brodo va allungato, bisogna modernizzare l'intreccio, considerare pure di infilare a forza altri personaggi Marvel per il famoso “mondo coeso”. James Mangold, regista di film molto belli come il remake di Quel treno per Yuma, Copland e Identià si assume quindi il rischio con la revisione del classico clarfemontiano-milleriano ad opera di Christopher McQuarrie (sceneggiatore dei Soliti Sospetti nonché di Protocollo Fantasma e di recente anche regista), Mark Bomback (che ha in curriculum Unstoppable, il brutto Die Hard 4 e l'osceno remake di Total Recall) e Scott Frank. La scrittura che ne esce è simpatica e veloce, la regia appropriata e attenta anche se un po' da “cartolina”, ma il tutto, nonostante una considerevole dose di botti e giochi di luce, appare abbastanza prevedibile, per non dire sottotono. É apprezzabile anche l'idea di sviluppare una sotto-trama sentimentale meno appiccicaticcia dell'originale. Hugh Jackman ci mette passione e così tutto il cast, le scene d'azione sono ben coreografate e anche interessanti in alcuni casi, gli effetti visivi sono discreti e i cattivi più originali del solito (con strizzata d'occhio a chi conosce i fumetti bene). Manca però la cattiveria, il cinismo di Wolverine, cifra che davvero poteva fare la differenza. Tutto appare al più come un compito ben fatto, un sicuro intrito anche per l'home video, ma davvero nulla di più, nulla di epico da ricordare negli annali. Intrattiene ma appare superfluo esattamente come il primo film di Wolverine. Ma il superfluo può sempre divertire, non dimentichiamolo, e in fondo il lavoro sporco di intrattenere la pellicola lo fa. Per questo non la sconsiglio affatto e potete trovarvi anche degli aspetti interessanti se siete amanti della ambientazione nipponiche e dei ninja. E trovatemi qualcuno che non ami i ninja! Come già detto altrove, aspettate i titoli di coda per qualcosa di interessante. 
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sabato 21 settembre 2013

Dragonero 3

Sì, può contenere spoiler...

Proseguono con grande slancio le avventure di… zzz... Dicevo, proseguono con incredibili colpi di scena le storie di ...zzz...Va bene: cafferino, Red Bull, un po' di buona volontà e si par... zzz.


Ian e compagni hanno intrapreso un lungo e “divertentissimo” viaggio per scoprire come fermare il traffico clandestino del fango pirico. I nostri hanno scoperto che qualcuno ha riciclato la vecchia formula in cui si era imbattuto Ian da giovane e la sta vendendo ai clan più rissosi e guerrafondai degli orchi. Il traffico avviene attraverso dei falconetti protetti da degli amuleti. Il saggio (e noiosissimo) mago Alben scopre che tali amuleti li fabbrica un particolare clan di impuri, una specie di satanisti spellati ricoperti di latex. Alben dona una mongolfiera al gruppo e questo si dirige sull'isola degli Impuri, che ha il solito nome impronunciabile del cacchio tipo Vttkkatthkàhhjjh a sud di Dffffrthjkatkkkhcg (ma perché queste cose piacciono agli amanti del fantasy? Mistero...). Manco venti pagine e gli impuri sono gambe all'aria, con buona pace del costumista del Mucca Assassina. I nostri ora sono pronti a seguire un falconetto che, non sapendo di essere più invisibile, porterà i nostri dritti dritti all'Heisenberg del fango pirico, la cui identità sarà un “incredibile” colpo di scena. Prosegue la prima saga di Dragonero edizione serie regolare, ai testi ancora Vietti ed Enoch, ai disegni l'ottimo Matteoni. Il prossimo numero darà la conclusione a questo primo arco. Odio ancora indistintamente tutti i personaggi, ma ho un puntiglio che mi dice che il più detestabile sarà il mago, se per ogni racconto toccherà farsi 70 pagine di viaggio per andare a consultarlo. C'è da dire che l'azione si movimenta un po' con questa terza uscita e noi godiamo immensamente di ciò. Certo l'artifizio con cui si risolve la questione dell'occultamento poteva essere meglio rappresentato, ma chissene. Nonostante quasi 300 pagine la storia comunque non morde l'attenzione come si vorrebbe. Ho parlato con un mio caro amico amante del fantasy. Usando un garbato giro di parole mi ha spiegato che la decompressione della trama nel fantasy è tipica quanto i cactus nel western. Pertanto aspettarsi una evoluzione lenta e meditata è quanto maggiormente agognano i fan del fantasy in genere. O per lo meno è qualcosa che tacitamente accettano senza rimostranza. Io ho ribattuto che quando giocavo a D&D più che picchiare ferocemente goblin non facevo e il mio pg non si è mai rollato una paglia a contemplare il paesaggio o la narrazione decompressa. Mi ha garbatamente risposto, essendo stato in giovane età lui il mio dungeon master, che il tempo passa ma del fantasy non ho ancora capito una sega. Sul perché dei nomi impronunciabili delle location invece non ha saputo dirmi molto. Pertanto, con innato spirito zen, decido di astenermi ancora dal giudicare prematuramente questo racconto, aspettando invece con vivo fervore... zzz... scusate... la conclusione del racconto prevista per il prossimo volume. Cheppalle però...
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giovedì 19 settembre 2013

Grand Theft Auto 5

No spoiler inside

La dolce attesa: Martedì 17, Mediaworld, intorno alle 19.30. L'area informazioni del settore home video – videogiochi è presa d'assedio. Un serpentone chilometrico formato da una variegata umanità mi separa dall'addetto ai preordini, l'unico uomo sulla Terra che potrà tramutare un pezzo di carta (il mio preordine) in uno sconto del 10% su GTA 5. Il gioco più atteso nella storia, il gioco che è costato quasi 300 milioni di dollari e probabilmente ne incasserà il quintuplo, il gioco che già su metacritic è schizzato in testa per i voti migliori in assoluto.
Possiamo aspettarci un trionfo. Sì
Perchè tutto è stato studiato e pianificato da anni, Rockstar ha preso il suo cavallo di battaglia, il campione di incassi GTA 4, ne ha modernizzato il motore e ha frullato con le parti migliori dei suoi giochi di maggiore successo. Da Max Payne e Red Dead Redemption arriva la trama intrecciata su più livelli narrativi, il gameplay degli scontri a fuoco “a piedi” e il bullet time. Da Midnight Club arriva la possibilità di elaborare l'auto nei minimi dettagli. Da L.A. Noire prende la maggiore intelligenza artificiale dei pedoni, che ora cercano nel possibile di non farsi investire, da Manhunt ricalca il sistema di furtività, la capacità di muoversi rapidamente alle spalle dei nostri avversari, da The Warriors gli effetti psichedelici delle droghe sulla visuale e i movimenti. Rockstar non butta niente e sta costruendo mattone su mattone il titolo perfetto. Per finire tutto è stato poi tirato a lucido e la grafica modellata per attestarsi all'apice delle potenzialità di ogni console (la versione pc non c'è ancora) e si calcolano oltre cento ore di gioco su una mappa di proporzioni epiche e si potranno impersonare diversi personaggi con autonome storie.

Può in un pezzo di plastica essere presente tanta magnificenza? Possono generazioni di fan sbavare davanti al televisore pad alla mano mentre mogli, madri e sorelle li guardano come se si fossero auto-lobotomizzati? Temo di sì, e non tutti capiranno.
Come sempre nei grandi eventi, nella fila c'è un mucchio di gente che si è messa in coda così, senza un perché, guardando altra gente che prima di loro si è messa in coda, giusto per non perdere il posto. Questi una volta giunti allo sportello, delusi che non ci sia gnocca, scoprono che è attiva la prevendita di Fifa 14: prezzo ridotto da 69 a 19 eurini se porti giochi usati. Di conseguenza lor signori chiedono se possono avere Fifa 14 a 19 euro portando in cambio Fifa 1997, delle figurine dei Pokemon parzialmente ingerite e ricoperte di moccio e una trottola di latta, regalo del nonno. Ignorano che stanno solo rompendo le palle a chi è in coda per gta 5 e che per accedere all'offerta di fifa devono portare come usato oltre che la console-unica-che-hanno e con cui giocano, un power stick, due titoli nuovi (e di quelli belli, mica le cagate) pagati almeno 74 euro sette ore prima sempre al Mediaworld, di cui uno dei titoli è fifa 14. La scena si ripete due, cinque, settantaquattro volte. In genere chi si trova subito dopo in fila a quello che è allo sportello ripete all'addetto la stessa identica domanda sulla prevendita, per avere una risposta personalizzata e non sentirsi discriminato. Ma il cultore di Gta 5 non bada ai fifaroli, è un elitario che ha prenotato da mesi la sua copia e per non leggere, sentire, vedere nulla che potesse rovinargli il titolo della sua vita si è recato in isolamento nei Carpazi, in un eremo privo di acqua calda, dal quale finalmente solo oggi è tornato, giusto per il tempo che basta ad accaparrarsi il giochino e tornare in isolamento. Cosa sono due, cinque, settantaquattro fifaroli a confronto di notti insonni nei Carpazi a combattere contro branchi di lupi che assediano la vostra magione in affitto pur di avere una copia di GTA 5? Non sono nulla. Perché Gta è un'esperienza concepita per essere immersiva quanto quella offerta dai lettini da sole di Avatar, solo che più figa. Rockstar concede ai poveri mortali di inserire il pezzo di plastica fatato e di catapultarsi in un attimo in una realtà alternativa dove vivere come nei film ammmericani.

Qui inizia una mega pippa. Questione pesa, paranoica, ma che voglio toccare. La dannata violenza dei videgiochi trattata in un unico paragrafo che potete già da qui agilmente saltare se ne avete gli zebedei pieni.Via il dente via il dolore. Non è gioco adatto ai minori. Ho visto mille volte ragazzetti circuire i genitori con il sociologico “ma ce l'hanno anche i miei amici” o il pragmatico “ma lo so che è un mondo finto” o l'esasperante “ma io lo voglio” o il definitivo “ma l'ho già pagato”. Nonostante i piagnistei che in genere i bimbi manifestano pur di averlo, non è gioco pensato per loro. Gta ci mette nei panni di stereotipi da film per adulti, gente cattiva o dalla morale alquanto dubbia che abitualmente ruba auto, picchia, dice parolacce. Gente che uccide, se costretta. Gente che trova normale passare tempo nei night club o costituire una Gang. Si parla di droga in Gta, pur con tutta l'ironia del caso si parla di razzismo, di degrado, di superficialità e vizi umani e serve la giusta testa per capire le cose. Tutto è condito con dosi massicce di umorismo tali da mettere alla berlina anche i personaggi più cattivi, ma è possibile che i più piccoli non lo capiscano semplicemente perché questo gioco “non è fatto per i più piccoli”. Chiaro che gli “eroi” di gta compiono scorribande che nessuno sano di mente farebbe nel mondo reale, ma è questo il bello che il titolo offre, il trasgredire, l'offrire una autentica “vacanza mentale” da ipocrosie e morale dei giorni nostri proposta in un ammasso di poligono colorati che diverte, rilassa, appaga e fa pensare quanto la visione di Scarface con Al Pacino (del resto chi non vorrebbe una tigre in giardino?) o una puntata dei Soprano. Naturalmente ironia e satira non sono concetti popolari per un mondo che ancora ritiene che i videogiochi siano per bambini perchè “sono cose da bambini, bambini piccoli”. I censori si immaginano sempre bambini di 6 annni che stuprano e uccidono a mitragliate i compagni di classe perchè visto su qualche fantomatico giochino del computer delegando ai videogiochi un lavoro da educatore-babysitter non retribuito che non possono (sempre) avere. È una realtà, ci sono giochi per adulti e giochi per bambini. Sulla confezione è specicato per che età è adatto il gioco. Al genitore “basta” guarare la confezione per sapere se il gioco non è adatto. Sui giornali titoli come Gta vengono spesso imputati quale causa del degrado giovanile, della violenza negli stadi, della disoccupazione e delle coppie di fatto con il superficiale, ottuso e becero sottotesto “la bambinaia virtuale è impazzita”. Quando qualcuno si accorgerà che + 18 sulla confezione in copertina significa che se siete un genitore e permettete che vostro figlio giochi a Gta siete passibili di perdere l'affidamento, vivremo in un mondo migliore. Perchè è un gioco per adulti e metterlo in mano al tuo bambino minorenne equivale a regalargli un porno. Come si dice “montagna assassina” in luogo di “alpinista pirla”, la società comunque oggi preferisce dire “gioco assassino” al posto di “genitore incapace”. Al fan (che dovrebbe essere adulto) di Gta solo il fatto di avere in mano Gta 5 provoca felicità, pur malsana e adulta. Ma stavolta ci grazieranno dal solito servizio giornalistico che paragona l'ultimo videogioco per adulti all'avvento dell'anticristo? No ovviamente, accattatevillo


Ripeto come un insano di mente con la bava alla bocca: perché l'associazione genitori dovrebbe occuparsi di un gioco vietato ai minori invece di provvedere a piani di legge che prevedano affido minori e castrazione chimica a danno dei genitori che permettono ai figli di trastullarsi con oggetti che sono loro vietati? Educare è anche controllare quanto entra in casa con il pargolo e, se il caso, eliminare gli oggetti pericolosi pur di imbattersi in qualche piagnisteo, come fanno in Airport Security quei cagacazzo australiani.

Fine della megapippa, torniamo virtualmente in coda con la nostra copia in mano.
Indugiare con lo sguardo tra la coda e vedere suoi simili provoca al vero fan un inaspettato senso di appartenenza e gli fa per un attimo riconsiderare il significato dell'espressione “il mio posto nel mondo”. Perché c'è un fan di Gta per qualsiasi età, ceto, sesso e religione e tutti sono in fila con lui, a rompersi le palle mentre il fifaro chiede per l'ennesima volta se fifa 14 è uscito (basterebbe che Mediaworld esponesse un cartello con scritto “Esce il 27 settembre”, senza precisare che si tratta di Fifa e tutti gli interessati capirebbero) e vuole averlo dando in cambio il gioco “del basket” che gli ha prestato ieri il cugino. Perché Gta poi non è solo sparare e uccidere, cacchio! Riconosco in fila tra chi ha ben salda una copia di Gta un avvocato di cinquant'anni, che esclama impazzito “oggi gioco, oggi gioco ca°°o!!”, lui ama Gta da quando nel gioco è possibile prendere un aereo e paracadutarsi nel vuoto. Lo segue un commercialista in lacrime, nel vecchio Gta ha terminato tutte le missioni che gli facevano impersonare un pompiere, un tassista e il ragazzo che consegna le pizze. Segue il padre con l'anima sporca che rabbonisce la moglie: “è per Gianni! Tutti i suoi amichetti dell'asilo ce l'hanno”, con Gta gioca a golf nei suoi campi virtuali. In Gta puoi andare a vedere uno spettacolo di cabaret, puoi giocare a tennis, puoi startene sul divano a guardare la tv (ci sono una marea di finte trasmissioni e cartoni animati “dentro il gioco”), puoi perderci delle ore senza fare un minuto di storia, puoi anche solo “esserci dentro”. La Rockstar è grande e potente più che mai oggi al Mediaworld, qualche temerario in assenza di una copia per xbox, esaurita, compra una playtation 3 e gioco correlati per poter senza aspettare divorare il gioco in nottata. Sono 49 minuti d'attesa ma è come non sentirli, siamo tutti anestetizzati dal sogno che stiamo per vivere. Arrivo a casa, faccio partire l'istallazione (quasi 9 giga), vado nel mentre a rifocillarmi. Poi ci siamo solo io e il gioco. Per un numero “x” di ore che saranno depredate al sonno.

Tutto quanto andava già bene negli episodi passati è qui perfetto. Ci troviamo di fronte ad uno dei titoli più belli mai creati. Divertente, vario, longevo, bello anche solo da vedere. Tra tutte le mille modifiche e miglioramenti ho apprezzato il nuovo sistema di pattugliamento della polizia, con le autovetture che una volta allertate seguono il sospettato in virtù del loro raggio di visuale, permettendo al giocatore di non rimanere esposto se non quando interviene l'elicottero. Le sezioni a piedi, con le ottime implementazioni da Max payne 3 e Red Dead Redemption semplificano molto i comandi, rendendo l'azione di gioco più chiara e appagante. Poi c'è la storia, ed è un'autentica figata. Vorrei dirvi diecimila cose ma voglio che siate voi a scoprirle perché non potete nemmeno immaginare come il gioco si elevi al di sopra di ogni aspettativa. Non permettete a nessuno di parlarvi di questo titolo prima del tempo, vivetelo in prima persona. Ne varrà la pena.

P.S. Mi avverte Beppe che non tutti i giocatori di Fifa si rispecchiano con la descrizione invereconda di loro fornita nel post. Tengo a precisare che quanto riportato è drammaticamente riferito a quanto i miei increduli occhi hanno visto di persona (quando la realtà è più allucinante della finzione), ma nonostante questo sottolineo che nessun giocatore di fifa è stato maltrattato durante la redazione di questo pezzo. 
Talk0  

mercoledì 18 settembre 2013

The Puppeteer

Uno sguardo alla demo.


Tanto tempo fa prima che tutto andasse in malora il regno della luna era governato da una dea bellissima. Ma un brutto giorno l'orsacchiotto della dea rubò due dei suoi tesori, la gemma nera lunare e un paio di forbici magiche, chiamate calibrus. Dopo essersi autoproclamato sovrano, il nuovo re orso della luna notte dopo notte privò i bambini delle loro anime, trasformandoli in burattini a difesa del suo castello. Un altro giorno, un'altra anima. La fame era insaziabile. Fino a che non toccò a Kutaro che ebbe la sfortuna, un attimo dopo essere tornato in vita nel corpo di legno di un burattino, di trovarsi direttamente nelle grinfie del re orso. L'oscuro sovrano gli chiese di diventare suo amico e il ragazzo, spaventato, annuì più volte. Ma l'orso non gli credette e con i suoi denti aguzzi si avventò sul collo del ragazzo burattino decapitandolo e ingoiando la sua testa. Dopodiché il mostro gettò quel che restava di Kutaro lontano da sé, prorompendo in una crassa risata cattiva. Fu il gatto della regina a soccorrere il nostro eroe, a dargli il potere di utilizzare delle strane teste di legno per poter sopravvivere e cercare di reimpossessarsi della sua perduta. Ma giunti nella stanza del trono del re orso, trovarono che questa era sgombra, deserta. Non fosse che per quel paio di forbici magiche. Un'arma potente, l'oggetto occulto in grado di piegare la realtà. Con Calibrus ora Kotaro può davvero avere qualche possibilità contro il re orso.
Benvenuti al teatro dei burattini! La storia poc'anzi raccontata di fatto sarebbe davvero spaventosa, non fosse per il fatto che si tratta di una storia di pupazzi animati buffi e tenerosi (anche se sinistramente inquietanti). Come sono “finti” i protagonisti, finto, di legno e illuminato da fari artificiali, è anche il variopinto scenario in cui si svolgono le nostre avventure: un autentico palco del teatro sul quale vengono allestite via via le scene. A rendere ancor più forte da sensazione di trovarsi a teatro è il sonoro, che alterna a una splendida e malinconica colonna sonora gli applausi e le risate di un pubblico. Il nostro eroe infatti procederà da un capo all'alto dello scenario per poi passare “dietro le quinte” in attesa che sia riallestito dal nero del palco la nuova scenografia e se il tempo di allestimento sarà più lungo calerà un sipario. Tranquilli però, nonostante tutte queste stranezze il tutto si svolge come in un platform bidimensionale semplice e immediato!
Con lo stick sinistro muoveremo il personaggio, con l2 lo faremo rotolare e con x saltare. Con lo stick destro muoveremo il gatto, che letteralmente fluttua nell'aria, facendolo interagire con gli oggetti con il tasto r2. Kutaro può “indossare” più teste, ognuna delle quali gli conferisce un potere diverso (il gioco mi ricorda Kid Kamaleon per megadrive... per quelli che se lo ricordano... in salva littlebigplanesca) e spesso assurdo (con la maschera-testa del teschio potremo “ballare con gli scheletri”, con la maschera-testa del ragno potremo evocare un mega ragno che ci porta in zone segrete). Le teste si gestiscono con il cursore a croce: destra o sinistra per scegliere la testa, tasto in basso per usane la peculiare abilità. Attenzione però, bisogna sempre restare con almeno una testa a fronte di nemici che con un singolo colpo sono in grado di “decapitarvi”. Rimanere per troppo tempo senza testa, così come cadere nel vuoto, fa perdere una vita, ma se siete fortunati dopo la decapitazione avrete tempo per inseguire la capoccia dipartita e riacciuffarla. Infine vengono le forbici, con le quali, tenendo premuto il tasto rettangolo, è possibile muoversi in tutte le direzioni sulle superfici di stoffa o tagliare i fili. Un sistema di comandi quindi originale ma davvero semplice da padroneggiare.
Il gameplay non sembra troppo punitivo (anche se temo ci sarà da scomodare i santi per un paio di piattaforme bislacche qua e là), ma su questo potrò pronunciarmi solo con la versione definitiva, in uscita a metà mese. Di sicuro gli stimoli ad andare avanti non mancano, perché Puppeteer è un autentico incanto visivo. Colori sgargianti, texture molto definite, personaggi a volte giganteschi, scenari che sembrano partoriti da Terry Gilliam, dettagli e animazioni allo stato dell'arte. Applausi scroscianti. Il doppiaggio in italiano è davvero simpatico e ben fatto.
Puppeteer è un progetto strano, trasuda amore e talento e sono certo che prima o poi farà parte della mia collezione. Forse però rimasto nel cassetto per troppo tempo, di fatto esce oggi in un mercato quasi saturo, anche se non mi sento di dire ancora superato. Di sicuro le peculiarità del titolo lo fanno emergere, rendendolo riconoscibile e appetibile per una autonoma fascia di pubblico. I littleplanetari lo adoreranno. Se mai sono le tempistiche dell'uscita a essere infelici. Anche se la ritengo una pratica deprecabile, gli economisti valutano oggi un videogioco in base a quanti pezzi vende o pre-vende nell'imminenza dell'uscita. Settembre significa per la ps3 Diablo, Fifa e un certo GTA V che, guarda caso, esce lo stesso giorno di Pupeteer. prevedo un bagno di sangue, ma magari una scia favorevole sul lungo periodo, magari a Natale. Sempre che tutti non si siano già teletrasportati su ps4 dal 29 novembre. Di sicuro prima o poi lo aggiungerò alla mia collezione. 
Talk0


domenica 15 settembre 2013

Elysium



Mondo del domani domani (Mad Max. Cit.). Los Angeles. La città degli angeli è un groviglio di macerie e palazzi abbandonati con le quattro frecce (Brumotti Cit.). L'umanità, poverissima, è allo sbando e le strade pullulano di bambini assalta-tasche come in un film della serie Hostel. L'ordine pubblico è garantito da agenti robotici piuttosto insensibili. Chi non lavora delinque. Chi delinque lavora in fabbriche che producono robot piuttosto insensibili. I costumi si sono così imbarbariti che tutti parlano la lingua che vogliono in una specie di Babele e i crimini impazzano. Tuttavia qualcuno che sta bene c'è. Una elite di spocchiosi riccastri che risiede su una colonia extramondo di Zioniana foggia a solo 19 minuti di Shuttle. Questo posto è extra-comfort deluxe, è verde e ha i cigni di plastica come Milano 2, tutti vestono Armani. Ma quello che davvero fa la differenza tra chi sta in alto e chi sta in basso è una specie di lettino solare presente in ogni abitazione, dopo l'ingresso a destra prima del bagno (guardare il film per credere). Il lettino cura di tutto, anche i mali più brutti. In sostanza la gente di sotto lavora per conto della gente di sopra, lavora umilmente e patisce stenti pazzeschi, ma i secondi alla sola idea di concedere un lettino solare ai primi escono pazzi, al punto di aver inibito l'utilizzo del lettuccio a chiunque non sia cittadino di Elysium. Normale che quelli di sotto cerchino di andare di sopra, non per i cigni di plastica, non per il feng shui, non per ammirare i culi tristi dei loro padroni quanto per fare uso di quel lettino che cura senza problemi chiunque in 10 dannati secondi. Ovviamente alle astronavi-barconi della speranza della morente Los Angeles rispondono missili teleguidati. Non missili provenienti da Elysium, che non si insozza del sangue dei poveri così, ma missili sparati direttamente dalla Terra sul deretano degli immigrati dalle sapienti manine di agenti infiltrati di Elysium, rozzi criminali che vivono da bulletti sulla Terra marcia.
Matt Damon (attore che adoro e che ha la sola colpa di aver portato ad Hollywood quel parassita di Ben Affleck... che però in Argo ha dimostrato di essere un grande, bravo Ben!) è Max. Brutto passato alle spalle e un amico, Julio (Diego Luna) che vuole farlo tornare sulla cattiva strada. L'unica gioia il ricordo di un'infanzia lontana, in cui viveva felice in un mondo che non sembrava così brutto, insieme alla bella Frey. Lavora come operaio assembla robot per il ricco cittadino di Elysium Carlyle (William Fichtner, sempre roccioso, molto versatile ma che pare nato per i ruoli “stronzi”, come in questa pellicola). Ha da poco reincontrato Frey (Alice Braga, bellissima e già vista nello splendido City of God, ne Il Rito e nel mitico Predators) dopo una vita, il suo piccolo e difficile mondo può ora cambiare. Poi tutto precipita. Max finisce per un incidente dentro a un locale della fabbrica in cui infondono radiazioni ai componenti. Gli viene diagnosticata una settimana di vita e dato in mano un flacone di antidolorifici. Grazie per aver partecipato. Se solo quel particolare lettino solare fosse alla sua portata. Con questo pallino Max torna a delinquere e finisce nell'orbita di Spider (Wagner Moura, nientemeno che il mitico Nascimento di Tropa D'elite 1, 2, una leggenda, che qui crea un personaggio dalle mille sfaccettature, che mescola in modo quasi randomico bene e male, davvero interessante), trafficone e sedicente rivoluzionario che per dare una mano a Max gli affida una missione suicida e lo mette nelle linde (!) manine di Manuel (Adrian Holmes, bravissimo), hacker e impiantatore di esoscheletri all'occorrenza, che letteralmente corazzerà il povero Max non solo permettendogli di camminare, situazione tutt'altro che scontata nel suo stato di futuro morto per radiazioni, ma anche di sferrare qualche pugno e calcio significativi.
Jodie Foster (sempre eccelsa) è l'algida Delacourt, ministro della difesa di Elysium e seguace della filosofia della tolleranza zero in materia di immigrazione. Come tutti su Elysium è per lo più imbelle e schizzinosa, motivo per cui per fare pulizia etnica si affida al tremendo Kruger (Sharlto Copley, già meraviglioso protagonista di District 9 nonché Murdock nel remake dell'A-Team e qui il Elysium letteralmente stratosferico, il personaggio più bello di tutti: brutale, rozzo e letale) e al suo schifoso manipolo di mercenari armati pesantemente con i meglio giocattoli futuristici atti allo sventramento. La Delacount ha in ballo una rischiosa scalata di potere.
Strano come il destino intessi le trame.
Opera numero 2 per l'immenso, bravissimo Neill Blomkamp. Il regista di Johannesburg ha sorpreso tutta la stampa internazionale con il suo travolgente film di esordio, lo strepitoso District 9 e con questo Elysium si riconferma solido, coerente e originale narratore per immagini. Una cultura cinematografica che rimanda a Verhoeven per cinismo e brutalità e a Cameron per la solidità e coerenza della messa in scena e dell'amore cyberpunk per i dettagli bellici: armi pesanti coerenti e studiate, affascinati veicoli antropomorfi, endo ed esoscheletri. Elysium riprende dal miglior Verhoeven le macerie e la ruggine di Robocop, la folle accettazione come in Starship Troopers che gli uomini sono nient'altro che sagome di carne facili da aprire-terminare come quarti di bue. Elysiur riprende da Cameron l'assurda pulsione-unione della carne all'acciaio propria di Terminator, gli scontri con armi futuristiche come le astronavi griffate come aerei da guerra di Aliens. E c'è da dire che la tecnologia tanto in District 9 quanto in Elysium è fantascientifica, ma inserita in un contesto del tutto credibile e plausibile. Ma l'autore che più fa venire in mente Blomkamp è la leggenda John Carpenter, tanto per l'unità del contesto narrativo (pellicole con scansione narrativa rigida e veloce, la cui trama si dipana in un periodo di tempo molto conciso) tanto per l'uso creativo del rapporto tra micro e macro cosmo (sono i più deboli e reietti quelli in grado di cambiare il mondo e una singola battaglia combattuta da pochi ha il sapore etico, migliore, di una guerra su scala mondiale). Come Carpenter anche Blomkamp spara, e spesso colpisce, sulle ipocrisie del mondo moderno attraverso i suoi putridi eroi-perdenti ricoperti di sangue. 
Soggettacci da B-movie ma le cui storie presentano una profondità unica, un “messaggio nascosto”. La politica è così nascosta dietro agli alieni in Essi vivono, i freak ricconi di Fuga da Los Angeles, regnano da presunti sovrani ma pur sadici sono imbelli pupazzi rispetto ai veri criminali. Allo stesso modo in District 9 sembrava si parlasse per lo più della paura dell'altro, dell'estraneo come dell'alieno, ma al contempo il punto di vista che osservavamo, originale, era quello del carnefice piccolo-burocrate e si metteva a nudo in reale nemico, al di là delle ipocrisie, la criminalità organizzata che da sempre sfrutta la povera gente, gli ultimi senza speranza e senza patria, per i suoi loschi traffici (arrivano a far prostituire le donne con gli alieni!). Se in Elysium il tema sembra essere solo “ricchi contro poveri” ecco che guardando più in profondità si parla di diritto alla salute, non della salute “elitaria”, ma di quella alla portata di tutte le tasche, da sempre negato alla maggior parte della popolazione mondiale. Così allo stesso modo si parla della stupidità del potere che, pur di sopravvivere, si mette (di nuovo) nelle mani di una criminalità che non potrà mai effettivamente controllare. È per questo che lo spettatore non deve troppo indugiare sulla pettinatura perfetta e il look patinato dei pavoni di Elysium, ma dovrebbe guardare invece al tremendo Kruger, personaggio che letteralmente impedisce alla trama di volare, anche pindaricamente, verso l'atto finale, uccisore di sogni e speranze.
Ho sentito critiche assurde rivolte a questa pellicola. La peggiore è che le scene d'azione siano girate male. Al di là dei gusti personali, a mio modesto modo di vedere, le scene d'azione di Elysium hanno una spiccata personalità e riconoscibilità riuscendo ad essere, cosa rara, anche piuttosto originali. È una linea di pensiero che sviluppa
di fatto quanto già visto in District 9, dando quindi una precisa continuità al lavoro registico di Blomkamp. Sono sparatorie lunghe e coreografate? No. Incedono troppo nel rallenty? Sì. Mi piacciono come stile? Di brutto! Tanto nel loro essere originali (anche per l'esosità dell'armamentario) quanto istantanee le scene con armi da fuoco, tanto nell'essere prolungate e “cattive” quelle all'arma bianca. C'è chi critica il mondo futuristico in quanto non “così tanto futuristico”. Io ci ho visto una citazione alla Mad Max e ne sono rimasto piuttosto contento. Si può dire che tutta la tecnologia futura sia stata investita per costruire la colonia spaziale, la quale con molta classe ha creato un mondo patinato similare al ventunesimo secolo. Il mondo di sotto, inquinato e “incompleto” è frutto della sovrappopolazione, di probabili guerre e di tantissima miseria e presenta un dato “fantascientifico” di sicuro interesse, la disgregazione della lingua comune, e quindi dell'unità e senso della nazione, a fronte di un barbarico e incontrollato imbarbarimento multilinguistico (non ai livelli di Cloud Atlas ma abbastanza vicino). Altra critica, ma ce ne sono molte (i film belli in genere creano vivacità culturale..) è che il personaggio di Kruger sia sovradimensionato. Chi ha questa idea, lo dico fuori dai denti, per me non ha capito una fava della pellicola. Come sempre comunque, questione di gusti come del modo di fruire del media. Avessi visto la pellicola su piccolo schermo rispondendo a degli sms mentre parlo dell'ultimo acquisto del Milan e mangio pop corn magari la avrei giudicata diversamente, e magari avrei fatto un lavoro del cavolo.

Elysium è quindi per me un'ottima pellicola, se vogliamo meno cruda di District 9, più """positiva""". Ho apprezzato tutto, dall'ambientazione agli attori agli effetti. C'è chi si aspettava magari un film “più grosso”, dato anche l'investimento hollywoodiano. Blomkamp ha voluto di fatto rimanere fedele alla poetica e dimensione di District 9. Forse poteva rischiare di più, poteva dilatare e fare una esalogia, ma il film avrebbe perso di freschezza, immediatezza. Ha deciso di essere più autorale, al punto da aver pure fatto un lungo tira e molla per avere come protagonista non la star Matt Damon, ma il rapper Ninja dei Die Antwoord, simbolo della contro-cultura del suo sud-Africa. Non riuscendoci, ha chiesto quindi per la parte Eminem, ma questo ha glissato perché il film non era girato a Detroit (non è che Eminem dovesse stare in esilio per 3 anni in Siberia, ma Eminen ha comunque glissato). Voleva quindi personaggi abituati a raccontare la gente ai margini, non estranei alle logiche del Ghetto. Damon è stato bravo nella parte, ma anche sotto questo aspetto possiamo valutare come Blomkamp abbia idee precise, come curi con amore i suoi progetti e li personalizzi alle sue esperienze di vita. Un autore integralista quindi, ma credo che sarà proprio questo integralismo a sedimentare e farne negli anni uno dei registi più grandi nel firmamento della science fiction. Già sogno di vedere in futuro un suo Alien, un suo Robocop o Predator, ma qualcosa mi dice che non li farà, che si dedicherà a continuare il suo percorso originale, anche se non a tutti piace. 
Talk0

sabato 14 settembre 2013

Come risparmiare 7 euro

Risparmiare 7 euro è semplicissimo. Basta non andare a vedere questo abominio di film:

Evitatelo come il termometro rettale! Fine della recensione.

Gianluca & Talko

venerdì 13 settembre 2013

Pompeii

Ma perchè con due “i” poi? Sti ammericani.. comunque lo pronunciano Poppei e già mi immagino la parodia hard. Primo trailer!


Lo schiavo Milo (Kit Harington, già visto né Il trono d spade, dove interpreta Jon Snow) e una pollastra altolocata pompeana di nome Cassia (Emily Browning, già vista in Sucker Punch... e con l'occasione invito i maschietti a non vedere troppo Sucker Punch, che rischiano di rimanere ciechi...) si innamorano. Di lì a poco il Vesuvio erutta e arrivano gli effetti speciali. Ok, di sicuro succederà nel mentre anche qualcosa di altro, tipo un amico che arriva da fuori per salvarli. Lotte di gladiatori, lava, inseguimenti, lava, casti bacetti, lava, barconi a remi più rapidi di motoscafi, lava.

P.T. Anderson è un nome che qui su “le conseguenze” amiamo alla follia. A lui dobbiamo indiscussi capolavori quali Mortal Kombat, la saga di Resident Evil, lo spacconissimo Death Race, il cazzaro I tre moschettieri, lo stra-cazzaro Alien vs Predator e il bellissimo e sottovalutato Punto di non ritorno. Che vi devo dire? Abbiamo gusti un po' sofisticati... Tutto il genere umano poi invidia Anderson per la relazione con la sua musa, Milla Jovovich, qualcosa di paragonabile sono alla coppia Federico Fellini - Giulietta Masina (sì, sì. Oggi sono un po' alticcio). In attesa di girare Resident Evil 6, pellicola che tutti i nerd invocano (?), ecco che il nostro decide di dare una sterzata al suo testosteronico curriculum da regista action per virare sul dramma storico. Conoscendo la spiccata sensibilità del regista sarà un incrocio tra il telefilm Spartacus e un film di Emmerich. Spettacolo! Titanic, ciupa. 
Talk0

mercoledì 11 settembre 2013

Kaze Tachinu – S'alza il vento

Orrendi commenti di pancia dopo la visione del Trailer

Va bene. Sedetevi, prendetevi un bel respiro, e godetevi questo bel trailer di cui (colpa ferie) mi sono accorto con “leggerissssimo” ritardo.



Il film, tratto da un manga dello stesso Miyazaki serializzato su una rivista che tratta di aerei (ma guarda un po'), si ispira alla storia vera di Jiro Horikoshi, progettista a cui dobbiamo gli “Zero”, gioielli di ingegneria che nella seconda guerra mondiale fecero un paiolo così agli americani, soprattutto nella versione adattata per “kamikaze”, soprattutto in quel di Pearl Harbour (anche se hanno fallito nell'abbattere Ben Affleck... che sarà il prossimo Batman... il mondo sta implodendo...). Un genio la cui vita, per nulla semplice e dai risvolti decisamente tragici, è un cristallino esempio di come con sacrificio e dedizione si possano realizzare i sogni più grandi. In senso lato un'ottima metafora della modernizzazione che ha investito il Giappone nel secolo scorso, facendone il faro dell'innovazione tecnologica e dei fumetti erotici. Miyazaki, da sempre appassionato di aerei, è forse l'uomo che meglio può rappresentare lo sfaccettato mondo interiore di un sognatore, per di più compatriota. Pensate se Miyazaki fosse stato italiano e avesse deciso di fare un film su Enzo Ferrari. Credo che sarebbe venuto qualcosa di meglio dei docu-film con Sergio Castellitto. Però...

Ghibli è uno degli studi di animazione più importanti al mondo, fucina di favole in movimento indimenticabili che hanno appassionato generazioni intere di spettatori. Eccellenza tecnica cui si accompagna il tratto, sempre riconoscibile, stile che caratterizza animazione che sa essere classica come moderna, per bambini come per adulti. Tutte le opere Ghibli, anche quelle considerate “minori”, sono un'autentica gioia per gli occhi e cosa rara, panacea per il cuore. Sì, sembrerà una cosa assurda a leggere, ma a me le opere Ghibli “fanno bene” e spesso quando sono triste come debilitato sono solito inserire nel lettore Cagliostro, Laputa, Totoro. Mi rilassano come solo sa fare Guerre Stellari (sì, sono un tipo un po' strano, lo ammetto). Però...

Però ultimamente lo studio Ghibli sta confezionando prodotti che sanno sempre meno di “magico” o, per usare una metafora qui oltremodo appropriata, “volano basso”. Non discuto il livello tecnico, la freschezza nell'affrontare tematiche nuove (come l'apertura al “genere femminile” in La collina dei Papaveri), la ricerca di un approccio più realistico nella caratterizzazione dei personaggi (vedi il chara de La città incantata), la scelta di sceneggiature che, nel caso non fossero originali, richiamano libri splendidi (Howl, Terramare). Ma dove è finito il “Miyazaki touch”, quel non so che capace di elevare un prodotto ottimo in stratosferico?

Il senso di vertigine, gli inseguimenti a rotta di collo, l'imponenza degli scenari, la grandiosità dei “cattivi” (che non siano semplicemente “vecchi stronzi” come in Arrietty e Howl), la maestosità della colonna sonora? Gli anni passano, governo ladro, un tempo qui era tutta campagna. Perché non posso più oggi aspettarmi da Ghibli qualcosa come Laputa o Cagliostro? Lo so. È colpa mia che voglio sempre la stessa, datata, minestra, ma le guglie di Cagliostro me le sogno ancora di notte e un certo idrovolante spiaggiato a filo d'acqua con il suo padrone intento a farsi una pennica in spiaggia lo avrei rivisto più che volentieri.
Comprendo che la mia critica appaia largamente ingenerosa in questo momento, nella trattazione di un film come Kaze no Tachinu che si presenta da subito come un'opera realistica. Comprendo anche che si voglia mettere in scena una tipologia di pellicola che non è aliena al Ghibli, che rimanda dritto allo (straziante) "Una tomba per le lucciole". Ma il manga di Kaze no Takinu presentava personaggi umoristici con fattezze animali antropomorfe di pronto richiamo a Porco Rosso. Che fine hanno fatto? Sempre nel manga di Miyazaki (alcune tavole ve le abbiamo pure riportate noi nel vecchio articolo) compaiono “in visioni” colossi volanti come visti in Conan, Nausicaa e Laputa (e in parte Howl), invenzioni grafiche geniali e ardite che richiamano allo steampunk come a Da Vinci. Che fine hanno fatto? Me le sono solo sognate (il che è possibile, non lo nego..)? Forse sì, mi aspettavo un revival alla Porco Rosso perché dietro le fattezze caricaturali, all'aspetto buffo, questi character sapevano bene interpretare animi tormentati, nascondere una scorza tragica. Ma Miyazaki ha deciso di cambiare l'impostazione originaria dell'opera, forse per renderla più fresca di un dolce amacord in vista della sua recente dichiarazione di ritirarsi. Il chara designer è di fatto un mostro sacro dell'animazione giappa, nonché responsabile del chara di Kiki consegne a domicilio, dovrei essere felice e invece mi ritrovo qui impantanato in un'atmosfera retro-carina-pur-drammatica degna del, da me, odiatissimo "La collina dei papaveri". Sognavo i pirati dell'aria di Laputa (e quella prima locandina di Kaze Tachinu mi aveva riportato a Porco Rosso) e mi ritrovo ultra realistici Zero degni della Production I.G. (ossia bellissimi-perfetti ma “non da Ghibli”... almeno secondo me). Probabilmente anche il fatto di rappresentare sul grande schermo la storia di un personaggio reale ha influenzato. Non sempre si può scherzare, la storia del grande costruttore di aerei è una storia vera, ma perché non attingere almeno un poco, allo straordinario sense of wonder dello studio, magari in pindarici voli onirici? Poi la canzoncina del trailer... ve la ricordate la canzone di Cagliostro? La end song di Laputa e quella di Mononoke? Due minuti e voglio già strangolare cantante, autore e produttore della canzoncina del trailer di Kaze Tachinu (e qui mi aspetto che un mega esperto di cultura Giapponese mi certifichi che detta “canzoncina” è la seconda sinfonia più conosciuta in nipponia dopo l'inno nazionale, e io di conseguenza sono un troglodo ignorante).

Come sempre, tutto questo è scaturito in me solo ed esclusivamente dal trailer. Per un giudizio vero e non preconcetto vi rimando a una futura recensione. Kaze Tachinu è stato in programma alla mostra di Venezia, se siete stati in zona fatemi sapere se vi è piaciuto e mettetemi a commento un laconico “Talk0, anche oggi non c'hai capito una sega”. Io come sempre apprezzerò. Probabile la distribuzione video di Lucky Red (manca giusto la conferma ufficiale mentre scrivo ma la darei per buona...). 
Talk0