martedì 22 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 363 al n. 365 - mini recensioni!

Ciao a tutti, come va?! È un po' di tempo che mancano sul blog recensioni di fumetti Bonelli e i miei mega-piani per un recupero integrale dei numeri passati si sono per ora spiaccicati contro mille problemi di coordinamento lavorativo. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare, incrociamo le dita! Nella speranza di tappare quindi i buchi, (prima o poi) provo a fare una sintesi di come ho trovato Dylan negli ultimi tempi, per l'esattezza dalla nostra ultima  recensione dello sclaviano (e magnifico) Dopo un lungo silenzio


Abbiamo scoperto in Cose Perdute (che mi fa automatico eco in Cose preziose di King) qualcosa in più sull'infanzia di Dylan, sulle sue vacanze dagli "zii" (di cui sappiamo poco e nulla) e sui suoi amabilissimi amici immaginari. Si può dire in sintesi della storia che nella giovinezza il nostro eroe non badasse davvero molto alle donne... e nemmeno alla PlayStation! Simpatiche ombre tenebrose, bambine immaginarie e probabilmente affogate, cloni specchiati e immancabili orsetti infernali. Altro che il simpatico mr Bing Bong di Inside Out, Dylan da fanciullo nella scelta degli amici inventati era più creepy di Tim Burton, così che era gracilino, solo e vulnerabile, con difficoltà a cogliere le differenza tra la realtà e la fantasia. Già un sognatore. Il Dylan adulto di contro, da cui parte il racconto, guarda a quel bambino con lo stesso stupore dei lettori di vecchia data. Si era dimenticato di quegli sfavillanti e malinconici tempi andati fino a che qualcuno, dal passato, torna a visitarlo in quel di Craven Road. Il numero scritto da Paola Barbato funziona bene, soprattutto quando esplora i toni della favola dark. Si legge veloce, incuriosisce, ha un buon ritmo e dà vita a personaggi davvero suggestivi, con tutte le potenzialità e il fascino per tornare in futuro a fare capolino nella serie. C'è pure una bella citazione a Nightmare Nuovo Incubo, mia ossessione/amore personale. Molto belli i disegni di Freghieri, vividi e dettagliati. La campagna assolata che costituisce l'ambientazione principale  ha tutti gli stilemi i colori e luoghi del gotico americano e il "monster design" degli amici immaginari di Dylan è molto riuscito, subito riconoscibile. E poi c'è un Dylan bambino che è un vero amore.


Passiamo quindi a Gli anni selvaggi, il numero che racconta di quando un giovane Dylan, prima di inseguire mostri, prima di entrare in polizia, gestiva una incasinata rock band, i Bloody Hell. Da adesso sappiamo che quando Dylan impreca con il suo "Bloody Hell" si perde negli incubi personali scaturiti da quel periodo, fatto di troppo spray per capelli e coca cola. Barbara Baraldi è probabilmente una rockettara vissuta nel mito delle hair/glam/metal band della West Coast (chissà se ci ho preso...) e costruisce intorno al nostro giovane eroe un piccolo universo rock che grida Motley Crue (ci sono, mi pare, passaggi simili nel libro "The Heroine Diary" di Nikki Sixx) da tutti i pori. È una storia Glam e anche un po' teen, parecchio hair: la musica bella e maledetta si incastra nella vita spericolata di chi la scrive e suona perennemente sudato e laccato nei capelli. Nella ascesa e discesa dei Bloody Hell tutto ha il sapore della soap opera piuttosto "sporca" classica nella storia dei gruppi West coast. Il pacchetto classico che comprende relazioni disfunzionali tra Manager preoccupato e cantante egocentrico, tra batterista introverso e chitarrista eclettico, tutti contro il bassista carismatico, tutti contro i fan e la società che non capisce (vedere Almost Famous di Cameron Crowe oppure il divertentissimo Frank di Lenny Abrahamson). Ci sono i musicisti che dormono uno sopra l'altro in posti luridi dominati dalle blatte (Nikki Sixx le combatteva con un lanciafiamme ricavato dallo spray per capelli con l'innesto di un accendino e così ha dato fuoco a diverse abitazioni), c'è l'ostentazione per il look, le fan infoiate strappamutande, l'alcol, le pasticche, altro alcol e altre pasticche (Ozzy dopo aver bevuto troppo usava uscire da macchine in corsa rotolando nel deserto circostante), gli applausi, i "sono un Dio dorato!!". Tutti  "ci credono un casino" e sono nel mood noiosamente fighi e disperati, desiderosi di crocerossine che gli salvino l'anima. Tutti i gruppi finiscono poi ovviamente nello stesso modo: crisi, gelosie, rimpianti a cui si aggiunge qui un piccolo ingrediente soprannaturale, come la formula dylaniata vuole. La Baraldi in tutto questo marasma "metal finto maledetto" sfoggia una scrittura comunque attenta, innaffia di citazioni musicali gustose (che lascio agli intenditori), ma soprattutto punta a ricreare al meglio quel turbine di emozioni, sentimenti e confusione che è l'adolescenza. E non è un merito da poco. È una storia di rapporti personali e speranze infrante per egoismo, è più di tutto una storia di amicizia tra adolescenti scritta con un registro che è attuale per gli adolescenti d'oggi. Non c'è solo cornice ma anche spontaneità dei dialoghi, e la Baraldi si conferma scrittrice promettente e in crescita, attenta ai registri lessicali dei più giovani. C'è l'horror, ma non aspettatevi Morte a 33 giri, anche se magari ne ha le intenzioni. Nicola Mari si conferma un disegnatore ideale per le sceneggiature della Baraldi. Accanto a un intreccio che segue le regole dei young adult abbiamo disegni ultra-dettagliati e sognanti con protagoniste figure dai lineamenti allungati che per movenze e look strizzano un occhio e anche due alle produzioni shoyo. Lo young Dylan sfoggia pure un sexy collarino nero e ha un appeal tutto suo con il co- protagonista dell'opera. È chiaro che sia un numero maggiormente pensato per un pubblico femminile, ma potrebbe essere una bella sorpresa anche per gli altri. Chiaro che potrebbe non essere per tutti. A ogni modo chi non ama disegni sognanti e contesti attraenti principalmente per un pubblico femminile, nonché una scrittura che non nasconde una forte sensibilità femminile, è avvisato. Ma se Dylan ha tante lettrici non ci trovo nulla di male in un lavoro di questo tipo, anzi. 


Dopo quattro storie (comprese quella di Recchioni e Sclavi) che hanno indagato a modo loro sul passato di Dylan Dog, facendo un'opera di ret-con che ha incuriosito, sorpreso e forse pure spaventato (anche alcuni fan di vecchia data che conosco e saluto), torniamo, con Cronodramma, scritto e diretto da un grande Ambrosini con "guest Star" alle matite Walter Dell'edera, un po' agli albori della gestione di Recchioni, quando con quel 337, Spazio Profondo, indagavamo la possibilità di conoscere dei Dylan diversi creati da visioni diverse del personaggio. Ci sono due Dylan in questa storia, che vivono in realtà diverse. La trovata interessate è poi che i due mondi sono anche disegnati con stile diverso da dell'edera e Ambrosini. Quello di Dell'edera è più "fumettoso", quasi caricaturale. Quello di Ambrosini è più squadrato e tagliato con l'accetta, più cupo. Il mondo "canonico" ci racconta una storia che ha a che fare con una scrittrice famosa perseguitata dal fantasma di una bambina che le impedisce di uscire dalla sua abitazione. Nell'altro, con un Groucho molto più alternativo del solito, la missione del nostro eroe è quella di riportare una bambina sperduta a casa. Sulla vicenda che si intreccia mano a mano, aleggia un terribile killer, un complotto e un destino mai così indeterminabile. Ambrosini che qui parla di rimpianti e della difficoltà di comunicare tra le persone (con gli altri e con se stessi), è forse meno cupo che nel recente Lacrime di pietra e scarica sul racconto tutta la sua vena più surreale, quella che ha espresso al massimo con la sua serie Napoleone. Rimane una prosa lunare, criptica e dolente. Il risultato è interessante, strano, ambiguo, lineare all'inizio quanto complicato ad una rilettura. Una storia - rebus da leggere e rileggere che mi ha invischiato per diverso tempo rigettandomi più volte all'inizio, anche con "crudeltà", alla scoperta di una interpretazione diversa che non arriva. Una storia malinconica, amara  e sofferta, nascosta e mascherata da una patina surreale che la rende quasi euforica, fatta della stessa stoffa dei sogni. Ambrosini non lascia mai indifferenti, ci fa scavare nei personaggi che racconta e disegna, ci fa ispezionare le rughe dei volti dei suoi personaggi e ci fa giocare con le sue tavole come sulla settimana enigmistica, alla ricerca di elementi curiosi e spesso nascosti come i suoi curiosi e muti pupazzi animati. Dell'edera riesce con il suo tratto ad alleggerire il tono generale, senza dimenticare che nel suo "mondo" abbiamo inoltre un Groucho che mangia canarini vivi e porta occhiali da sole. Decisamente strano quanto intrigante. Un numero davvero bello. 

Continua...

Addio Jerry


Da tempo malato, ci lascia a 91 anni dopo averci regalato milioni di risate con la sua comicità dirompente, indiavolata quanto innocua. Se fosse stato un cartone animato, sarebbe stato il perfetto Paperino. Pensare a lui mi fa partire in automatico tutta una serie di ricordi su quando, da bambino, guardavo di pomeriggio i suoi film in TV insieme al nonno. Ciao Jerry!

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venerdì 18 agosto 2017

WE3 di Grant Morrison e Frank Quitely


 Si chiamano NOI (in inglese WE), un acronimo che sta per "Nuovo Organismo Ibrido". Sono cavie da laboratorio trafugate un po' per strada, rubate ai loro proprietari. Un cane, un gatto, un coniglietto. Li hanno addestrati e poi corazzati, riempiti di componenti cyborg, stipati di missili. Li hanno teleguidati a distanza come fossero macchinine radiocomandate ed usati per combattere il crimine in campo aperto. Perfetti robocop animali. Poi il progetto è finito e i cucciolotti con in corpo più cavi di Darth Vader devono andare in pensione. Solo che non possono essere smontati, perché partirebbe un meccanismo di autodistruzione. Non possono essere lasciati liberi, non tanto perché sarebbero letali macchine di morte ma soprattutto l'opinione pubblica li scoprirebbe e si farebbe delle domande serie su una sperimentazione bellica così invasiva e contraria all'etica. Vanno soppressi. Iniezione letale. Nessuno soffrirà. Ma la ragazza che li ha cresciti ed educati non ci sta, decide di liberarli. Inizierà per i tre robo-animali una piccola, sanguinolenta e tragica odissea tra i boschi. Braccati da uomini senza scrupoli e da creature come loro, ma ancora "radio-comandate". 



Grazie alla Lion torna in edicola WE3 di Morrison e Quitely. Una storia in tre parti, raccolta in elegante cartonato, che è tra le letture imprescindibili per chi ama il fumetto. A livello grafico è semplicemente sensazionale, a livello di racconto è un autentico pugno allo stomaco per crudezza e drammaticità. Se amate gli animali è davvero difficile da approcciare, anche se gli autori lo hanno creato come arma di denuncia e critica alla sperimentazione scientifica. Il sangue scorre a fiumi, il versante splatter del disegno è fuori scala. Ma al contempo gli animali protagonisti sono autentici, hanno un cuore e una malinconia che li rende tragici, "potenti". Ci si esalta, molte cose sono anche divertenti, ma soprattutto si avverte l'amarezza dell'opera. È facile ritrovarsi a piangere sfogliando le pagine e in questo ci avviciniamo davvero tantissimo alla tragicità di ferro e sangue del primo Robocop di Paul Verhoeven. 


Le tavole di Quitely sono immense, cariche di dettagli, da analizzare centimetro per centimetro. Ogni scelta grafica è chiara, di impatto, sadicamente orchestrata. I suoi disegni al contempo hanno una naturalezza unica, soprattutto quando descrivono i tre animali protagonisti. È da leggere. È tremendo, assolutamente non adatto ai più sensibili e ai più piccoli ma è da leggere. Ci trovate dentro tutta la potenza, la forza e la gentilezza che un media come il fumetto può esprimere. Qualcuno (la New Line, nel 2006) una volta pensava di farci una trasposizione cinematografica. Non credo che un film avrà mai il coraggio di rappresentare esattamente la crudezza (ma anche la poetica distorta) di questo fumetto. 

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martedì 15 agosto 2017

La torre nera - la nostra recensione



L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Cominciava così una "saga per caso" che cambiava forma e stile a ogni uscita e con il passaparola diventava grande, autentica. Una epopea horror/futur/western ruvida, sconnessa e dall'autore, Stephen King, mai pianificata veramente, costruita sull'onda del momento, spesso inseguita e ricercata dall'autore tra le righe dei suoi altri romanzi, come un chiodo fisso o un memento. Un'epopea culminata dopo anni, anni e anni in un capitolo geniale, grande, ma che non era poi davvero conclusivo. Lì si pone, con spericolata baldanza e assoluta follia, questa riduzione cinematografica della Torre Nera. Un seguito, un nuovo punto di inizio per i nuovi futuri lettori, un "Elseworld" che ripercorre i passi del primo romanzo, L'ultimo cavaliere e che solo chi ha letto i libri fino alla fine, fino all'ultima pagina dell'ultimo libro, può collocare al meglio (certo serve una certa interpretazione, ma ci può stare). È un mondo simile a quello cartaceo, ma mosso da regole diverse (le porte qui fungono da teletrasporti completi, non solo dell'anima), percorsi temporali diversi e nemici in parte diversi. Meno horror e più fantasy, più rivolto ai giovani. Una favola oscura dalle parti dei fantasy come Legend di Ridley Scott, narrativamente più dalle parti del kinghiano Il talismano e quasi in zona dell'Endiano La Storia infinita, con cui condivide tantissimi punti. C'è un bambino che sogna un mondo lontano, c'è un eroe ultimo della sua razza, c'è un potere che ingoia ogni cosa simile al potente "Nulla". Il gioco rimane lo stesso del libro. C'è una torre nera che protegge alcuni mondo dall'oscurità. C'è un nemico che vuole abbatterla corrompendo quanto di più puro e indifeso ci sia al mondo. Ci sono i pistoleri, l'unico baluardo contro il male a difesa della torre e tra loro c'è Roland, l'ultimo di loro, che impugna contro i demoni pistole ricavate da Excalibur. Roland ha mantra quando si prepara alla lotta. Non mira con la mano, perché colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui mira con l'occhio. Non spara con la mano, perché colui che spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui spara con la mente. Non uccide con la mano, perché colui che uccide con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui uccide con il cuore. Codice, onore, sacrificio e molto sconforto, uniti a una pellaccia quasi d'acciaio e da una mira sovrumana, muovono Roland nella infinita e spietata lotta contro il re rosso e uno dei suoi attendenti più temibili, Walther. Walther assomiglia qui tanto al Randal Flagg del kinghiano L'ombra dello scorpione. È un demone quasi onnipotente, terribile e letale. C'è questa lotta, ci sono i mostri e un desolato mondo parallelo post apocalittico e c'è la storia di Jake, un bambino che ha strani sogni, viene bullizzato e quasi internato perché creduto pazzo dalla sua stessa, pessima ma amatissima madre. Ma come King insegna, non bisogna mai sottovalutare le capacità delle persone più tartassate e sconfitte dalla vita, perché è in loro che risiede la vera forza. 


Il film è ben recitato, è carico di scene suggestive, scenari evocativi  e preso per quello che vuole essere, cioè una favola dark, funziona e alla fine ha pure una chiusa interessante. Rimane un fatto netto: non è, ne mira ad essere, una trasposizione fedele dei libri della Torre Nera. Il fatto che ne sia in qualche modo un sequel non è male, ma la scelta di farne un prodotto più per ragazzi può far storcere magari il naso a chi voleva un taglio più horror e adulto. C'è chi poi ha letto che è una saga fantasy, non ha letto i libri e si aspettava una specie di Signore degli anelli. Ovviamente si sono sentiti fregati, anche se magari potevano informarsi prima. In rete lo hanno demolito anche più del necessario, il botteghino è andato deserto, difficilmente il progetto della Sony, che includeva altri capitoli cinematografici e serie TV a tema, sarà prolungato, salvo miracoli. A un occhio critico non è affatto la monnezza tanto sventolata dall'indignato pubblico. È un film piuttosto onesto e nemmeno troppo lungo, con belle scene d'azione e un finale, per una volta, che è autosufficiente a future pellicole. Io lo metto nella schiera delle pellicole fantasy carine anche se non epocali come Blade, The Last Witch Hunter, Shadow Hunters, Underworld. Lo metto quasi una spanna sopra però. Per una sera, specie se molto calda, va benissimo, magari accompagnato a una coca cola. 


Idris Elba è granitico, fico a non finire e fa un sacco di cose ganze con le sue pistole. In alcune scene non fa che sparare e ricaricare contro montagne di mostri che gli si parano davanti. Matthew McConaughay sembra Christopher Walken da giovane e si diverte un pazzo a creare un cattivo cattivo crudele quasi quanto il T-1000 di Terminator (c'è una scena ad hoc in cui vedrete questo aspetto). Un cattivo che per una volta non ha un filo di ironia e che quando arriva fa veramente paura. Il piccolo Tom Taylor non recita affatto male, lega molto bene con Elba ed è molto credibile pur nel contesto incredibile della storia. In molte scene tra Elba e Taylor si recita il classico buddy movie, e questi sono tra i momenti più riusciti della pellicola. L'aria pesante da dark fantasy, stile Legend, funziona e la musica da un accompagnamento niente male. C'è tutta una pletora di mostri tentacolari, demoni che comprano al mercato nero pelli umane da indossare, poteri telecinetici e pure un raggio mortale creato dal terrore. Ci si diverte. Ci si aspettava a ogni modo a livello di "mondo" qualcosa di parecchio diverso, di più grosso, di più profondo, di più aderente ai testi, di piu pauroso, di più adulto. Tutte vie che potevano essere percorribili ma che non si sono intraprese, complice una produzione che è un po' naufragata dopo che Ron Howard si è allontanato troppo dal progetto e dopo che la solita coppia di produttori pasticcioni (si dice) si è chiusa per due settimane in sala montaggio a fare i macelli cosmici. Qualunque sia la verità, il film è carino e abbastanza solido pure dal punto di vista del montaggio, privo delle bestialità di montaggio viste in Suicide Squad o Batman v Superman. Non ci sono buchi di sceneggiatura qui. Manca semmai all'intera produzione un po' di ambizione in più per elevarlo a un prodotto di serie A. Il gigante produttivo ha partorito un topolino. Anche se un topolino simpaticissimo.


Mi viene in mente un aneddoto. Ho visto tempo fa Daredevil al cinema. Era bruttino, diciamo. Poteva venire meglio. Ma da allora mi sono incuriosito e ho iniziato a leggere il fumetto, che è ancora oggi uno dei migliori comics in circolazione e una delle mie letture imprescindibili. Forse qualcuno, come me allora, dopo aver visto questo film potrebbe avvicinarsi alla saga cartacea della Torre Nera. E so già che così facendo avranno una bellissima sorpresa. Ma a prescindere da tutto, se non lo avete ancora fatto correte a leggere la saga di King appena potete. Ho sentito in giro che c'è troppa gente che ancora non la conosce e questo è davvero un peccato. 
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sabato 12 agosto 2017

Pacific Rim Uprising - gli Jeager!!

Abbiamo finalmente avuto i primi contatti ravvicinati con il futuro film robottonico per la regia di Steven DeKnight grazie al Comicon di San Diego. Si sono viste due tutine, due pupazzetti, un teaser vedo non vedo e poco altro. Tra quel poco altro ci sono le schedine dei robottoni e siccome queste fesserie ci mandano in estasi, condividiamo la pazzia con voi. Non chiedeteci però chi pilota cosa, che è troppo presto e quello che in fondo davvero importa di tutta la trama è che esploda degli Jeager solo quello con Scott Eastwood, magari facendogli fare una fine (sempre virtuale ma decisamente orribile). Evvai di pupazzi quindi!


Gipsy Avenger è l'evoluzione del Gipsy Danger classico. Monta sul petto, alla Mazinga, un cannone  Vortez in questo caso "doppio" (uno grande e uno più piccino sotto). Sfoggia di nuovo i mitici pugni "accelerati" a razzo, è dotato di spada a catena (che speriamo stavolta si ricordi di avere prima della fine del film) e mantiene la mano trasformabile in plasmacaster (speriamo dalla ricarica più veloce di prima). Molto interessanti gli upgrade alle gambe, che dovrebbero garantire una velocità superiore a quella da "muflone morto" del Gipsy precedente. L'elmo è più da soldato spartano e meno da motociclista, le spallotte giganti qui sembrano più "sobrie". Un bel pupazzino.


Il Titan Redeemer sembra a tutti gli effetti l'evoluzione di questo oggetto adattato alla lotta contro i Kaiju...





Ha molti componenti ma pochi usi specifici. Deve fare male. Non deve essere bello per un Kaiju avere alle spalle il "Redentore Titanico". Un'arma come le "granate nebbiose" serve probabilmente ad occultare un robottone da mezzo chilometro dalla vista di Kaiju piuttosto tonti.


Ok, il riboninja con doppie katane e aggeggi per incrementare la velocità. Sarà pilotato da donne per via della colorazione? Durerà di più del Crimson Typhoon, per la gioia dei produttori principali della pellicola?


Ecco il robot "razzista"del gruppo. Spara dalle gambe, dalle braccia, dal petto. Sembra il frato-cugino dello Striker Eureka: grosso, potente e pieno di missili. Si raccomanda ai bambini di non puntare i missili a grappolo contro gli occhi.


E questo chi è? Sembra pure lui grosso e cattivo e pieno di acceleratori per i movimenti. Si vede che i robottoni alla Cherno sono ormai fuori moda, qui dovrebbero schizzare tutti come schegge. A occhio pare il pupazzino che se lo trovi nell'happy meal ci rimani male, quello che McDonald ci impiegherà gli anni per eliminare le scorte. 

E adesso non vediamo l'ora di vedere i pupazzini Kaiju! Febbraio si avvicina! 
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martedì 8 agosto 2017

Deadpool 2



Le prime foto di Josh Brolin così come apparirà nel ruolo di Cable nel secondo film di Deadpool. È un look molto vicino alla controparte cartacea pensata da Rob Liefeld, ma giocoforza meno muscolare e più ruvida e rugosa. L'ingresso di Cable nel pantheon mutante significa che presto arriverà nelle sale (o in TV) anche la X-Force, la squadra di mutanti pesantemente armati di cui spesso lui è leader sulla carta stampata. Il personaggio è molto misterioso in effetti, al punto che le sue origini (da non spoilerare) divergono tra la versione classica e quella ultimate. Ma il succo, quello che più lo contraddistingue da sempre come personaggio, è il fatto di essere un soldato e un leader carismatico. Un'aggiunta interessante, che si pone tra il sognatore Charles e il terrorista Victor. Le sue avventure con Deadpool sono comunque tantissime e fuori di testa,  e immaginiamo che presto ce le troveremo tutte di nuovo in edicola. 


Oltre a Cable, in Deadpool 2 troveremo anche Domino, altro membro storico della X-Force. Non c'è che dire, il nuovo film del mercenario chiacchierone, previsto in sala per il 2018, sta iniziando a farsi interessante...

Anche Deadpool è pronto a perdere ogni dignità per una Domino (Zazie Beets) così!
Torneranno ovviamente anche il Colosso "digitale", la minuta Testata Mutante Negasonica, la fidanzata Vanessa (la bellissima Morena Baccarin) e il tassista Dopinder. 

Il primo Deadpool, diretto da Tim Miller, è stata una bella sorpresa. Un film di supereroi pieno di parolacce, sangue e scoregge. Un film sgangheratamente ironico, ultra-action, trucidamente splatter, sentitamente sopra le righe ma anche immensamente auto-parodistico. Ci ha conquistato questo anti-eroe brutto come Freddy Krueger, immortale come Wolverine, grezzo da far paura, ma soprattutto sorprendentemente tenero e innamorato. Un eroe imperfetto e per questo più umano del solito. Il timone della pellicola numero 2 va ora a David Leitch, coinvolto nel progetto già dalla pellicola numero uno (soprattutto nel mitico "corto di prova", quello con il combattimento girato in auto che ha attirato i produttori al progetto), uno della cricca degli ex stunt-man passati dietro la macchina da presa con John Wick (l'altro è ovviamente Chad Stahelski) e in sala adesso oggi, come regista, con Atomica Bionda. Ci piace il modo in cui questo regista sta riscrivendo con i suoi soci le regole dell'action, frullando arti marziali e pistole in un modo nuovo e originale (ma che comunque strizza l'occhio a John Woo, al judo quanto alle scoperte orientali di Gareth Evans). Ci piace l'ironia e i "mondi segreti" che affiorano dalle sceneggiature delle loro opere. Sul lato squisitamente delle "botte", la "rallenty -action" del primo Deadpool era divertente quanto plastica, ma forse un po' già vista. La "gun-fight " più spinta e "meno contemplata" vista in John Wick e Atomica Bionda è invece una scelta più realistica, più sofferta e più tecnica. Sembrano davvero pugni, sembrano davvero provenire da persone sudate, nonostante tutto rimanga assolutamente sopra le righe. Se Leitch la importerà o tradurrà per Deadpool non è ancora dato saperlo, ma sarebbe un'implementazione mica male. Il villain della pellicola è ancora senza nome, anche se potrebbe benissimo essere Cable stesso. Insomma, lo ripetiamo: hype a mille. 
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venerdì 4 agosto 2017

The Assignment - Nemesi - il nuovo film di Walter Hill con la colonna sonora di Giorgio Moroder



Frank Kitchen è muscoloso, peloso, sudato e con una nerchia grande così. La sua vita consiste in sesso compulsivo e continuo intervallato da una carriera professionale da assassino prezzolato. Come spesso capita ai cattivi nei film, avrà la sua punizione. Una scienziata pazza interpretata da Sigourney Weaver, la dottoressa Rachel Jane, decide di punire il killer per aver assassinato suo fratello. Siccome oltre che pazza e geniale è filosofa e cita Shakespeare a memoria decide di dare all'assassino macho sesso-dipendente una punizione esemplare. Lo trasformerà fisicamente in una donna. Così dopo essere stato aggredito, rapito e operato il buon Frank si ritrova a guardarsi allo specchio, nudo come dottoressa Jane lo ha fatto, dopo essersi dolorosamente e feralmente tolto le bende, quale novello Joker. La scena qui è forte. Sembra quasi di trovarsi in una grottesca imitazione di una delle più celebri scene di Orlando di Sally Potter con Tilda Swinton. Nell'adattamento del romanzo di Virginia Woolf, Orlando, reincarnatosi in un corpo femminile dice: "Stessa persona, nulla è cambiato. Solo il sesso è diverso". È un manifesto della superiorità della sostanza sulla forma, che si definisce e contrasta, in una lotta continua, in altre frasi celebri tratte dalla stessa opera letteraria come: "Sono gli abiti a portare noi e non noi a portare gli abiti; possono far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua. Essere e apparire. Frank Kitchen si specchia nel corpo nudo di Michelle Rodriguez. Non ci sono più i suoi muscoli scultorei, i suoi peli e la barba irsuta, la sua nerchia gigante. Frank urla come un cinghiale ferito a morte da una tagliola. La dottoressa, che è fan anche di Poe, gli/le riempie la casa di citazione al Corvo: "Nevermore, mai più" scritto ovunque. Lo/la invita a prendere le pastiglie, gli antidolorifici e gli ormoni, per far scomparire i residui di mascolinità insieme allo sgraziato vocione. Frank  è morto e forse può rimanere tale, la ragazza del caffè che aveva conosciuto per caso prima del rapimento/ intervento gli/ le vuole bene anche nel "dopo". La punizione può essere un dono? Per Frank no. E armato/a di pistola decise di fare una strage e di non fermarsi fino a che non scoprirà chi lo/la ha venduto/a,chi lo/la ha operato/a. Troverà pace o vendetta?



Con la colonna sonora di Giorgio Moroder, un paio di attrici cazzute, un budget da prodotto indipendente e una estetica che rimanda dritto con la carta carbone alle opere a fumetti più muscolari e deviate di Frank Miller, Sin City su tutte, il regista de I guerrieri della notte adatta una sceneggiatura maledetta, da pura black list di Hollywood, a firma Denis Hamill. Un gender-thriller da commedia nera che subito ha indignato la comunità transgender per l'uso punitivo/sadico della pratica del cambio di sesso. In realtà, volando molto più basso, trattasi di fumettone folle e un po' sconclusionato, che puzza di sudore e ormoni e fornisce l'occasione pruriginosa di vedere un fullfrontal della spesso inibita Michelle Rodriguez. Certo fa un po' specie vederla nuda dopo averla vista nuda e "maschile" con un appariscente corpo protesico da maschio alfa anabolizzato latino con tanto di pacco penzolante. Peccato che il lato action sia un po' deficitario, peccato che la trama proceda a balzi insensati tenendo come debole cornice l'interrogatorio della polizia alla Weaver (su certi fattacci che non vi spoilero).  Però è un film strano forte. Ci sono scene assurde e spiazzanti, c'è tutta una stilizzazione delle immagini a fumetto (un pallino di Hill fin dai tempi de I guerrieri della notte) che non si sa come appiccicare bene al resto del contesto. Sorprende anche un po' il fatto che forse Hill se lo avesse fatto trent'anni fa lo avrebbe fatto uguale. Però questo è per gli "hilliani doc" un guilty pleasure, un po' masochista. Alla Jimmy Bobo direi, anche lui con di base il fumetto. Oltre ai già citati Guerrieri di New York il cinema ha visto anche i suoi cavalieri dalle lunghe ombre,  le sue Strade di Fuoco rock , 96 ore di pura action - commedy , il quasimodo Johnny il bello, perfino la sua personale "sfida del samurai western" (Ancora vivo con Bruce Willis). Hill ha fatto tanta roba e tanto buona che non gli si può voler male in fondo nemmeno oggi, che dirige una Michelle Rodriguez barbuta e con un pisellone finto tra le gambe. Se lui si diverte... noi forse un po' meno del solito. Ma se cercate la Rodriguez nuda, sapete che film guardare. In sintesi: un fumettone, ma bello strano. Se vi piacciono le cose assurde e un po' illogiche. 
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