mercoledì 21 settembre 2016

Dylan Dog n.360: Remington House


Una magione orrenda, claustrofobia, spettrale. Ad amplificare l'orrore pare di trovarci davanti alla casa infestata dell'incipit del nuovo Ghostbusters "quote rosa". Solo a citarlo mi viene già la pelle d'oca. Al suo interno si è svolta una elaborata e cruenta strage familiare così incasinata che per numero di armi, vittime e location pare una partita di Cluedo. Remington House è così diventata una delle case maledette di maggiore richiamo turistico. Tutto è stato conservato al suo interno come nel giorno della strage, con tanto di riproduzione del candelabro insanguinato sulla veranda in cui è stato ucciso il colonnello Mustard. Ci sono i poster, le magliette, le cartoline e le guide accreditate, con la giusta teatralità de caso, riproducono davanti a visitatori biglietto muniti, con voci spettrali e giochi di luci, i momenti salienti del massacro. Quale posto più bello per fare delle foto ricordo da inviare a Natale agli amici più cari? Tuttavia il business del "famoso e cruentemente estinto" non tira più come un tempo, si vede che siamo in Inghilterra e non in Italia. Il lavoro è poco e la concorrenza tra i dipendenti della casa maledetta davvero spietata. Una delle due guide vede vacillare il posto fisso e in clima di spending review c'è poco da ridere, anche perché la guida rivale è più brava, più teatrale, più simpatica. Ma un colpo di fortuna potrebbe cambiare le carte in tavola. Un imberbe e ancora non ex alcolizzato e vegano Dylan Dog, ancora con la divisa da poliziotto, viene scovato tra le foto storiche di Remington House. Lui c'era nel giorno della strage e potrebbe fornire dei dettagli nuovi sull'accaduto. Così la guida astuta, che naturalmente è un figone da paura, va a bussare al 7 di Craven Road e con qualche sotterfugio convince il nostro eroe a ripercorrere un doloroso amarcord. Ma appena Dylan arriva nella casa del Cluedo qualcosa di brutto e ancestrale si risveglia e pretende che la recita giornaliera sulla ricostruzione di quei fatti di sangue annoveri anche lui tra i suoi protagonisti. 
Paola Barbato "ci sta andando in fissa" con le case misteriose. Tra le case possessive e nostalgiche (simili alle macchinine abbandonate della Route 66 di Cars della Pixar) del numero 347 della collana, Gli Abbandonati, e le case cemento-organiche della Luino post-umana di Ut (prima o poi dovrebbe uscire un post in merito), la nostra amatissima Paola, un po' come Paola Marella, ci parla anche qui di come in tempi di crisi il mercato del mattone si faccia sempre più bizzarro. La casa diventa di nuovo la protagonista, in una ricetta che qui profuma di classicismo Hammer, miscelato con suggestioni del Craven ultima maniera, impastato con le "rancorose" fragranze orientali vicine alla cucina di Takashi Shimizu. Ciliegina sulla torta una meravigliosa dose extra/size di splatter anni 70-80, amabilmente "di marca", amabilmente "analogico" (fosse un film, non ci sarebbe computer grafica ma dei bei pupazzoni sanguinolenti uniti dal classico corredo di arti mozzati in pieno stile Tom Savini). L'orrore scaturito si fa ingranaggio crudele programmato per ripetersi all'infinito. La storia della Barbato riecheggia, per stigmatizzarle, le brutte pagine del turismo necrofilo. Ci fa immaginare con un mcguffin paranormale come tutta la bramosia oggi imperante per i fatti di sangue possa in qualche modo trasformarsi, facilmente, in un culto dell'osceno. Un trascendente deforme glorificato dalle mille pagine dei quotidiani e dei social che un giorno potrebbe venire a "chiederci il conto". La Barbato intercetta bene questo "spirito" per un numero che parte quasi come un'innocua partita di Cluedo, si trasforma in una tragicomica pantomima alla High Spirits e diviene infine una bella orgia di sangue stile Gli Invasati con quel tocco anarcoide ed esagerato delle sopra-citate trovate splatter di fine settanta. La storia è carina, fila dritta fino alla fine senza troppi colpi di scena, è divertente e dotata di un buon ritmo. E' chiaramente scritta al servizio dei disegni, che fanno la parte da leone, ma forse l'equilibrio poteva essere migliore. L'azione è concitata, pure troppo, e in fondo travolge tutto al punto che tre minuti dopo la fine della lettura già si dimenticano completamente i personaggi del racconto, un po' come fossero figurine interscambiabili. Ed è un peccato perché non sfrutta bene la possibilità di parlarci del "giovane Dylan", quello scontroso e scostante che abbiamo per la prima volta potuto "incontrare" nel celebre primo crossover con Martin Mystere e che rimane ancora inedito e interessante. Chissà che prima o poi la Bonelli affronti direttamente l'argomento, un po' come sta facendo ora per Nathan Never, presentandoci magari accanto alla collana Old Boy una Young Boy. Fatecelo vedere più rabbioso e meno maestrino, il nostro Dylan. Fatecelo vedere quando l'alcol per lui era diventato un vero problema, aspetto che ci viene detto da anni e anni al punto che deve essere qualcosa di "potente" e può far riflettere anche quel pubblico giovane che la casa editrice negli ultimi tempi cerca sempre più di intercettare. Ad ogni modo la storia fila ed è molto, ma molto gradevole alla vista, grazie al meraviglioso lavoro di Gerasi. Questo giovane disegnatore (dico "giovane" in quanto mi è quasi coetaneo) qualcuno della vecchia guardia  lo ricorderà anche su Lazarus Ledd. Mi era capitato per mano in tempi più recenti (forse tre anni fa) una volta pure un fumetto di Carlo Lucarelli disegnato da lui, e lì il suo stile era già molto buono. Come su questo numero 360, possedeva una ricca e complessa gestione della tavola, carica e "sovraccarica" di personaggi e dettagli di scenografia, ultra definiti e particolareggiati, una tavola tuttavia sempre limpida, esatta nella rappresentazione, intellegibile. Mi ricordo poi ovviamente anche il suo lavoro su L'ultima trincea, della collana Le Storie, che abbiamo trattato anche su questo blog. Veniva confermato il suo talento grafico e si palesava ulteriormente un'ottima predisposizione nella costruzione di scene action e orrorifiche. E per Remington House Gerasi crea dei momenti splatter-horror davvero d'impatto, facendo qualcosa di davvero favoloso per la caratterizzazione delle star incontrastate di questo numero, i "posseduti" . I loro corpi esteriori sono costumi di carne sgraziati e mutilati dal cui interno (e in genere da ogni cavità aperta) si muove, variando di dimensione ma in connubio con l'organismo, il fantasma che li comanda. L'effetto è molto "carnalmente Cronenberghiano", mi vengono in mente soluzioni visive di Videodrome, Inseparabili e la Mosca. Ricorda anche il Freddy Kruger di Nightmare 2 che cerca di uscire dalla pancia del protagonista allungandola come una gomma, ricorda un po' l'Edgard-Abito del primo Men in Black. Ma soprattutto cita a piena mani Society di Brian Yuzna, con le sue costruzioni sensuali e repellenti di  carni aggrovigliate. Quando scopro spulciando in rete, in un'intervista rilasciata a Lucca, che Gerasi ha pure scritto un racconto breve per Horrorama, una collana antologica proprio di Yuzna, il cerchio in qualche modo si chiude. Questi posseduti sono favolosi e se amate il filone più splatter e organico dell'horror dovete vederli e vederli in azione. Forse l'ho già detto sei volte, ma sono davvero spettacolari. Un plauso alla Barbato che ha lasciato a Gerasi tutti gli spazi possibili per espandere i suoi disegni.


In sintesi. Una storia che ha una costruzione di base interessate e uno svolgimento molto action (pre troppo) che permette a Gerasi di diventare con i suoi disegni mattatore assoluto del numero. Dateci ancora Gerasi su questa collana se potete, è il disegnatore giusto per Dylan Dog. Recchioni nell'introduzione dell'albo ci dice che a fine settembre uscirà un numero molto importate per la testata per festeggiare il trentennale. Sono per l'occasioni previste molte interessanti iniziative, anche legate a Radio 24, compreso un incontro a Milano presso il cinema Odeon (il 26, dalle 18 alle 24 pare) ricco di autori e proiezioni. E, incredibilmente, per accedere in sala dovrete solo avere con voi una copia di questo numero 360. Nessun biglietto. Se non ci va tutto il pianeta terra e riusciamo a combinare gli impegni, magari ci trovate anche me è il mio socio. 
Talk0

sabato 17 settembre 2016

Ut - la miniserie di Corrado Roi e Paola Barbato: parliamone un po'



Ut è un uomo dal volto bendato, un assassino crudele, un sognatore e forse un pazzo. Custodisce insieme a Decio, l'entomologo, la Mastaba, una costruzione che racchiude un essere misterioso, tenendolo lontano dal mondo. Anche il mondo in cui vive Ut è misterioso. Popolato da creature che non sono più uomini, pervaso dalla violenza e dal cannibalismo, incistato da sette che sorvegliano ogni strada e retto da padroni crudeli e occulti. Un mondo deragliato fuori dalla vita. Senza bambini, senza gatti. Un mondo senza cuore in cui i vivi e i morti hanno la stessa forma e lo stesso volto. Ma anche un mondo pieno di eccezioni. La prima delle quali è Ut stesso, che dichiara di non essere come tutti gli altri perché in fondo "mai nato". 
Ok. Questa non è la solita analisi strutturata (male) dal sottoscritto, quanto più una chiacchierata ideale con chi lo ha letto. Per me l'acquisto, in duplice copia (edicola - fumetteria... E se esce cartonato Bao pure una terza copia...) di Ut è sempre stato un imperativo categorico. Corrado Roi è "semplicemente" il motivo per cui sono passato dai fumetti di Topolino alle opere Bonelli. Nello specifico galeotto fu un numero di Martin Mystere disegnato da lui, in cui l'eroe veniva "smembrato e ricomposto" da una entità chiamata Baphomet; mi rimase impresso a fuoco nelle retine. Un senso dell'azione brutale, visi torvi e lombrosiani, delle ombre pazzesche. Mai visto all'epoca tanto sangue e smembramenti (ero piccino), non sapevo nemmeno che un fumetto potesse "far vedere" cose di quel tipo. Roi si è poi stabilito quasi in pianta stabile su Dylan Dog e io ho iniziato a leggere Dylan Dog, scoprendo quell'uomo immenso che è Sclavi. Il resto è un po' storia. Tagliando corto, Corrado Roi è sempre stato e sarà nel mio cuore e tutti i brutti disegnini che pasticciavo da ragazzino, prima di fumarmi l'anima con i manga, cercavano di copiare (miseramente) i volti espressivi e le pose aspre di Roi.
Ut nasce come sogno nel cassetto di Roi. Il personaggio gli è "cresciuto dentro" per anni, insieme allo strano mondo in cui vive, fatto di "esseri non umani", cannibali e filosofi, architetti e sognatori. Roi non lo aveva mai davvero "definito" ma immagino che Ut "urlasse" per uscire su carta. Aveva un legame profondo con lui, al punto che l'occhio dei più esperti ha subito scorto nelle sue schematiche scenografie persino degli scorci di Luino, città natale dell'autore. Il disegnatore finalmente ha accontentato Ut, volendogli donare non solo una forma ma anche una voce. E questa di fatto è la prima storia che Roi scrive oltre che a disegnare. Con estrema umiltà, fiducia e amicizia,Roi ha  voluto essere accompagnato nel viaggio da Paola Barbato, una delle penne più amate di Dylan Dog (ovviamente anche da me). Paola ha cercato di affiancarlo senza guidarlo troppo, lasciando quanto più pura possibile la magmatica materia di cui erano stati cullati per anni i sogni su Ut. Quello che ne esce, oggi che è su carta,  è spiazzante, sorprendente, originale e davvero molto, molto strano. Ut è un'opera che trasuda fascino scegliendo di rimanere ingarbugliata in una complessa rete tanto di disegni che di testi. La massima espressione di una mente vitale e non addomesticata dalle classiche regole di scrittura. 

Dal punto di vista dei disegni Roi continua ed estremizza il suo percorso di destrutturazione della tavola. Negli anni ha sempre più puntato a mettere al centro del disegni le figure umane, tendendo a rendere stilizzati e simbolici (se non proprio ad annientare) i fondali. Corpi che così dominano la scena, che appaiono tridimensionali, scolpiti, con occhi così penetranti da bucare la quarta parete e scrutare il lettore. In Ut il suo mostruoso studio sui volti viene valorizzato al 1000% mentre il il tratto usato per delineare le figure umane sembra mutare, dall'impostazione ultra-realistica bonelliana, verso qualcosa di più estremo e simbolico, simile per certi versi ai lavori dei giapponesi Tsutomu Nihei e Hirohiko Araki. Accanto ai fondali più tradizionali e stilizzati (nella loro funzione sempre più accessoria, simili più a rapide pennellate espressioniste ) Roi inventa qualcosa di "altro", fondali che hanno quasi dell'alieno. Strutture con le pareti spesso solo formate da corpi-statue ammassati e assemblati.  Visi giganteschi che si sciolgono dai lineamenti come il trucco delle donne a contatto con l'acqua o con le lacrime. Visi incorniciati in affreschi bio-organici alla R.H. Giger. Dei non-luoghi "vivi", avulsi da ogni tipo di geometricità o prospettiva, a soppiantare la consuetudine di case fatte da muri e cemento. Come se per Roi il livello più essenziale della architettura si possa ricavare nella scultura umana. Ciliegina assurda, buffa, su tanta organicità per lo più lugubre, dei dettagli come "il sole con faccina manga" o "i volti di gattini disegnati sul vestito e la maschera di Ut (maschera che in certi frangenti, così agghindata, pare quasi un pannolino per bambini colorato). Cagnolini che sembrano Snoopy (per quanto inquietanti). Dettagli che paiono usciti da un manga umoristico di Jacovitti o Toriyama, che di colpo alleggeriscono le tavole, le caricano di sole, ma di un sole malato e straniante. Il "sapore" delle tavole di Ut è strano quanto il suo personaggio principale. Una creatura coperta di bende come uno slave sadomaso. Con la bocca cucita da una cerniera zip in una unica espressione, fissa, ma in grado di sorridere o arrabbiarsi a seconda di come vengono disposti i due laccetti della lampo che si trovano ai bordi delle labbra. Una creatura con gli occhi enormi e fuori dalle orbite, scheletrica e ricurva, dalle movenze accentuate. Un mostro armato di roncola che spesso in scena uccide altrettanti mostri strani strappando loro gli arti con l'onomatopea "Zock" che risuona di continuo sulle tavole. Ma anche una specie di Pinocchio, a guardarla con le lenti giuste. Un non-uomo-bambino, che finito uno squartamento e amputate un paio di dita, si ferma a contare le stelle e accarezza affettuosamente il gatto Leopoldo e si intrattiene di nascosto con Yersinia (anche se raramente la chiama con questo nome). Il micio e la bambina, l'unica di un mondo di adulti, che vive solo nutrita da Ut "con le favole", sono lo strano cuore emotivo che da calore tra tanto splatter grafico in bianco e nero. Ut sembra graficamente ed emotivamente una copia insanguinata del Piccolo Principe, con immagini orrorifiche che si concentrano su coltelli e occhi come nel migliore Dario Argento. Da disegni che sembrano fuoriuscire da un libro illustrato per bambini, direttamente alle teste mozzate. Ogni personaggio vuole essere un'allegoria. Alcuni sono chiari, altri più criptici, ma tutti e tutto diventano incredibilmente complessi e complicati nella scrittura.


La storia è ugualmente difficoltosa da descrivere. E' una favola senza inizio e senza fine, innamorata del suo indefinito "esistere". Roi sembra dirci che non importa comprendere un mondo intero per starci dentro. E Ut si "muove", osservato nella sua natura da un entomologo. Ut ha le "sue ragioni", che possono essere anche "piccole" quanto umorali, ma sono per lui importanti al punto da prendere spesso anarchicamente il posto del buon senso e il filo del racconto. Sembra quasi dirci che per sopravvivere al mondo bisogna quasi pensare in piccolo, purché "il piccolo sia di valore", che sia connesso con l'insopprimibile bisogno umano della affettività. Forse l'unica scriminante tra i vivi e i morti, tra gli uomini e le bestie. Certo questo spiazza chi si aspetta l'epica o la tragedia che, pur presenti negli altri personaggi, si ammantano sempre di vana gloria, chiuse in un infinito ripetersi di fallimenti e (pochi) successi umani. Come spiazza chi si aspetta logica e risposte universali da questo fumetto. Ut, in tutte le sue pindariche fascinazione e complicazioni, è più piccolo e semplice di quanto qualcuno vorrebbe. Tutto il contorno narrativo oltre alla "fiaba" (e Ut prima di tutto vuole essere questo) è "rimandato a dopo", indefinito e "inquieto". Ogni tanto pare pure di stare in un anime come Ergo Proxy, con cui condivide malinconia e pulsioni spirituali, ma l'opera manca (soprattutto perché "non la cerca") di una svolta finale che "sistemi le cose". Una seconda stagione, con una seconda favola magari, potrebbe aiutare chi avverte nell'opera di Roi un certo senso di incompiuto, più che una ostinata allergia definitoria riguardo a eventi e personaggi del racconto. Ma il fascino in effetti c'è, così come le buone intenzioni.  E forse il senso del tutto riconducibile all' "All you need is love" dei Beatles. Posso capire però i detrattori. La trama è un po' contorta ma per me non pecca nemmeno per un secondo di carisma, con vette di scrittura davvero notevoli. Parlo della favola di Ut raccontata a puntate alla bambina, dei bambini-stele, della campana sorda con un braccio per batacchio, del filosofi che all'interno del loro corpo nascondono la verità, del popolo degli omini piccoli che teme di essere mangiato dai più grandi, dei corpi impiccato a grappolo come marionette abbandonate da un oscuro pupparo, delle "case che hanno una propria volontà e provano persino paura" (che mi rimandano a un numero di Dylan Dog, proprio a firma Barbato, che qui assume quasi una traccia interessante di lettura, il 347 "Gli abbandonati"). Ut è un fumetto denso, criptico, scomodo, probabilmente incompleto secondo i "canoni". Spesso i personaggi sembrano girare su se stessi, spesso la trama bara con salti temporali e logici. Graficamente è fin troppo surreale e indefinito, con passaggi narrativi e logici che rimangono oscuri tra una tavola e l'altra, con personaggi secondari spesso solo accennati e spesso dispersi, con "costruzioni" che barano nella loro struttura non fornendoci un chiaro senso dell'azione. Sono tanti difetti, ma che nonostante tutto non vanno ad intaccare i moltissimi pregi grafici e narrativi dell'opera. E molti dei momenti più evocativi forse non sarebbero stati possibili in una trama più liscia e in un disegno più ordinato. Ut possiede la forza dirompente di piegare gli schemi, ma  tuttavia rimane quindi "ferito" nell'impresa. L'opera può non piacere a tutti, l'opera può rimanere non capìta e abbandonata perché molte delle "risposte che servono " arrivano solo al quinto numero di sei. Qualcuno potrebbe pure fraintendere la buona fede di Roi, vederci un'ambizione che è del tutto estranea a un autore umile come lui. Ed è un peccato perché Ut è innanzi tutto un'opera intima le cui molte sfumature appartengono a un intero mondo interiore sommerso, fiori di una sensibilità unica. Ad andare di sintesi più brutale ammetto pure io di non aver "colto tutto", ma di essere pur rimasto affascinato dal viaggio. Così come affascinante è stato il modo in cui Bonelli ha proposto l'opera. Con le strane copertine ruvide come liste irregolari di pietra, con le variant da fumetteria realizzate da alcuni degli artisti più importati del panorama italiano e le note di approfondimento. Ho sentito che Roi vorrebbe andate avanti, magari con una nuova miniserie. Sono già fremente di leggerla, anche se ci volesse molto tempo. Perché Ut è un'esperienza davvero unica e non vedo l'ora di essere nuovamente sorpreso, confuso e intrigato da questo strano mondo narrativo. Talk0

mercoledì 14 settembre 2016

Suicide squad - la nostra ultra-ritardataria recensione! (e già che ci siamo anche Paradise beach)


-sinossi fatta male: Terzo film del nuovo universo condiviso DC comics. Si parte direttamente dall'epiligo di Batman v Superman. Dopo l'arrivo del generale Zod a bordo di una astronave aliena in piena Metropolis l'asticella di "pericolo" rappresentata dai cosiddetti Meta-umani si è alzata. Cosa fare, dopo la faccenda Doomsday, se a una semi-divinità, che pur il giorno prima aiuta gattini a scendere dagli alberi, gira la mosca al naso? Il buon Luthor aveva le idee chiare: che fossero proiettili alla Kryptonite o giochini mentali collaudati, l'uomo doveva inventarsi un sistema per contrastare/controllare i meta-umani qualora se ne fosse trovata l'occasione. Dello stesso parere è anche la misteriosa eminenza governativa di nome Amanda Waller (Viola Davis, carismatica e luciferina) e i suoi metodi per ottenere la sicurezza del paese non sono meno radicali. Vuole prendere i meta-umani di cui lo stato dispone in quanto sotto la sua custodia, ossia i per la maggior parte supercriminali portati in galera da Batman e compagni e allettarli a lavorare per lo zio Sam con qualche diminuzione di pena. Vuole iniettare loro, come a Jena Plissken, qualcosa di brutto a livello sottocutaneo per obbligarli a eseguire i suoi ordini sul campo, magari qualcosa che li faccia esplodere se non eseguono gli ordini o tentassero di scappare. Vuole intrupparli nella "squadra x", un manipolo di black Ops capitanato dal roccioso soldato Rick Flag (Joel Kinnaman - che ha sempre la faccia da cretino e la recitazione da cernia che sfoggiava in Robocop), specializzati in complotti e storiacce politiche che "non sono mai accadute". Vuole mandarli a combattere contro roba tipo il Gozer del primo Ghostbusters e in genere entità ultraterrene "evocate per sbaglio" dall'esercito stesso, in missioni in cui il numero delle vittime va dall'assurdo all'incalcolabile. Il succo è: "Ehi, a questi tizi piace uccidere la gente! Se li facciamo scontrare contro un esercito di mostri loro allo stesso tempo si sfogano e svolgono pure una specie di servizio sociale. Cosa può andare male?". Può andare male il fatto che se qualcuno non vuole fare quello che vuoi tu, ti tocca costringerlo. E Amanda Waller non perde troppo tempo a far irritare "l'incantatrice" (Cara Delevingne), una entità paranormale di migliaia di anni per il cui contenimento utilizza una specie di bambolina voodoo. Lei ne avrà a male e terrorizzerà una città intera. Per affrontarla sarà mandata la prima squadra di galeotti meta-umani disponibili e sacrificabili. Un cecchino velocissimo e infallibile di nome Deadshot (Will Smith, che funziona sempre bene e qui è un po' il protagonista), una super combattente svitata come Harley Queen (Margot Robbie, magnifica e bravissima a rubare la scena a tutti), un pyrocineta conosciuto come El Diablo (Jay Hernandez, che poi è il ragazzo del primo Hostel, non il fesso tatuato a vita che si vede in 47 Ronin), un grosso e cattivo mutante squamoso come Killer Croc (Adewale Akinnouye-Agbaye che lo rende meno peggio di come mi ero immaginato) una ninja armata di Katana che si chiama... ehm... Katana (Karen Fukuhara) e un australiano hooligan che usa dei boomerang e va in giro con il pelouche di un unicorno rosa  (Jay Courtney... Che è divertente ma ha un personaggio davvero senza senso). Insomma. Ce la faranno un tizio che spara bene, una tizia che mena duro, un coso grosso squamoso, la stereotipata asiatica con la spada, il depresso uomo fiammifero e il coglione con i boomerang a far fronte a una minaccia stile Gozer dei Ghostbusters che ha zombificato e armato un'intera città e minaccia di distruggere il mondo? Non è già evidente che hanno fatto una cazzata nella selezione dei nostri eroi?


- Il culo di Blake Lively ci salverà: Blake Lively è protagonista del film che viene proposto nella sala a fianco di Suicide Squad nel multisala dove mi reco di solito. Si chiama tipo The Shallows o Paradise Beach o quello che è e parla di lei che va a fare surf, finisce sul dorso di una balena morta vicino alla spiaggia, incontra uno squalo che non vuole che torni più a riva, conosce un gabbiano di nome Steven Seagal (ma è un nome d'arte, non è interpretato dal noto artista marziale vestito da volatile, anche se sarebbe stato fantastico,  ma un gabbiano vero che si chiama in realtà Stevie Seagal, come si apprende dai titoli di coda). Il film con Blake Lively sono 80 minuti in cui si vede unicamente questa dea bionda arrapante in bikini a nuotare tra i flutti facendo garini con uno squalo digitale tra una boa, uno scoglio e una tavola da surf. E naturalmente parla con Steven Seagal, che emana carisma da ogni piuma. Blake e': "Oh mio dio!!". Gambe chilometriche, gli occhi azzurri penetranti, culetto con la sabbia ancora appiccicata per effetto dell'abbronzante, l'acqua che va a valorizzare e rendere lucenti le sue forme, il bikini che nasconde un seno invitante quanto Venere, prima nascosto da una muta e poi rimesso alla luce dei giusti. Tutto su maxi-schermo. 
Ma perché vi parlo di questo?

Perché ho letto in rete tanta di quella merda su Suicide Squad che mi davo quasi del fesso ad andare a vederlo in sala. Così ho deciso di affrontarlo in "double vision" con Paradise Beach subito a seguire al film supereroistico. Almeno sarei tornato a casa con qualcosa di memorabile. Paradise Beach è un film del cazzo nella sostanza, ma nella forma vi posso già confermare che è uno sballo totale. Cioè, lei è "lo sballo totale" e regge da sola 80 minuti. E recita pure bene! Poi c'è una fotografia pazzesca, una regia convenzionale ma discreta, qualche bel momento di tensione e pure un momento alla The Blair Witch Project. Rimane una "cavolata" ma è godibilissimo. Insomma, prima di vedere Suicide Squad avevo già pronto il piano b.



- (premessa alla mia visione, lunga noiosa e contorta e che tira in ballo Batman v Superman, studios cattivi, fan miopi e bla bla bla... Saltare pure se non interessa)  torniamo nell'inferno della DC Comics e lo scopriamo meno peggio di come ce lo ricordavamo.
Il marketing sta distruggendo il cinema. Da sempre. Più il film è ricco e legato a personaggi importanti per uno sfruttamento commerciale, più c'è gente  ai piani alti che "deve dire la propria". E non tutti dicono la propria allo stesso momento. Così, ipotesi, metti che in Batman v Superman devi pubblicizzare una jeep e il produttore vuole che la fai vedere su schermo almeno tre minuti. Allora Batman deve usarla questa Jeep. Perché Superman vola e quindi "il campo si restringe". Quindi Bruce Wayne, mentre è in atto una invasione aliena con morti e feriti ovunque, deve prendere quella jeep di merda e arrivare a Metropolis per fare con lei lo slalom tra i palazzi che cadono, saggiandone la tenuta di strada, per poi arrivare davanti al palazzo della sua ditta e vederlo distruggersi. Batman poteva trovare 60 modi diversi di fare qualcosa di più utile, ma il marketing aveva vinto. Oppure mettiamo che in Batman v Superman ci fosse Aquaman. Perché, cacchio, ci poteva benissimo essere!! La Kryptonite rubata da Lex e poi arrivata a Batman viene trovata in fondo al mare e Aquaman poteva essere lì, poteva seguirla fino a Metropolis, scambiando informazioni con qualche tonno - spia (o poteva semplicemente nascondersi sul cargo con la roccia aliena). Aquaman poteva vedere dall'acqua  il combattimento tra Batman e Superman e alla fine portare lui l'arma sul campo di battaglia contro Doomsday, dopo che Lois Lane aveva gettato la lancia nell'acqua. Poi (sto immaginando) arriva un produttore DC che negli ultimi sei mesi era stato al cesso. Dice che Aquaman non può apparire in Batman v Superman e ritaglia per Mamoa la scenetta in cui il suo sirenetto esce da una grotta marina a uno del canale youtube di Lex Luthor sui meta - umani. Così per tappare la trama Lois Lane deve tuffarsi in acqua, rischiando l'annegamento, per riprendere la lancia che ha appena gettato in una delle più clamorose scene di schizofrenia che il cinema ricordi. Se penso a quante menate ha detto Jason Mamoa di Aquaman negli ultimi tempi faccio davvero fatica ad immaginare che non abbiamo almeno girato mezz'ora di Batman v Superman con lui (in luogo di quello spot stile Zoolander che al cinema sostituisce il suo intero contributo). Questa di Aquaman in Batman v Superman è una mia sega mentale, ma potrebbe avere un senso. Come, sensatamente, per permettere più spettacoli giornalieri nelle stesse sale, i produttori hanno tranciato 30 minuti di trama a Batman v Superman a pochi giorni dall'uscita, rendendo alcune scene, come quella dell'attacco alla base dei terroristi all'inizio e quella del tribunale, del tutto incomprensibili. Ora non è che Batman v Superman diventa di colpo un capolavoro se vengono corretti questi errori. Momenti "grossolani" come la famosa "Scena Martha" o il fatto che Clark Kent da giornalista non sappia nulla di nulla di Batman e Bruce Wayne, che vivono a mezz'ora da casa sua, rimangono. E mettiamo un velo pietoso sul fatto che il superudito di Superman senta l'aumento del battito cardiaco di Lois a 10.000 km ma non gli permetta di trovare sua madre rapita che strilla a manco un chilometro di distanza. Il film alla fine è pure godibile, "passa". Visivamente è da orgasmo, la musica è spaziale e le botte (l'unica cosa sulla quale alla fine si fa zapping con l'home video...) clamorose. Ma con Batman v Superman si è alzata per me un po' troppo l'ingerenza del marketing su di un film, a tutti gli effetti considerato più come un prodotto che come una storia. Il film è troppo lungo? Taglialo. Il film è troppo tenebroso? Mettici delle scenette comiche. L'attore ha litigato con la produzione? Taglia tutte le scene che lo riguardano, fanculo il pubblico e la coerenza. Pretese che i piani alti avanzano con la stessa noncuranza con cui si chiede di aggiungere il portabicchiere sul cruscotto di una Panda. Ora, a un certo punto il film deve uscire nelle sale. In un mondo perfetto tutti si accorgerebbero che "il re è nudo", come nella famosa favola. Solo che arrivano i fan 2.0 dell'era moderna. Quelli internet muniti e dalla mente aperta quanto i cacciatori di streghe. Ne ho parlato una settimana fa: i critici dicono che il film è brutto, i fan (che ancora non l'hanno visto) sollevano i forconi e vanno a dare fuoco alla redazione dove è nascosto quel vile miscredente. Cacchio quanto vorrei poter scrutare nell'animo umano!! Perché bisogna difendere con le unghie e con i denti un film che è brutto per tante ragioni? Forse Perché si ha una ancestrale paura che se si ammette che un film su Batman è orribile si teme che nessuno ne girerà più un altro? Forse perché se non si fanno film sui supereroi gli appassionati degli stessi non possono invadere i siti cinematografici con i loro straordinari commenti? E perché si fanno i paragoni con i film della "casa concorrente", come in seconda asilo, per dire "tanto quelli sono più immaturi e più brutti" quando il film che si difende è semplicemente osceno? Non è un discorso di Marvel vs DC (e ognuna ha fatto dei passi infelici). Non è un problema di preservare i film futuri a Batman, perché Batman in 30 anni è apparso già 9 volte in sala e nel futuro continuerà sempre ad esserci. Non è nemmeno un problema di "esserci in rete", perché si possono commentare anche film non sui supereroi. I fan dovrebbero mettersi contro ad un prodotto fatto male, sapendo che qualcuno in grado di fare meglio esisterà sempre. 


Suicide Squad non sgarra a questa impostazione "merceologica". La DC chiedeva inizialmente un film adulto o per lo meno "vietato ai minori", per saggiare il nuovo mercato aperto con i vari Kick Ass e confermato "valido" con Deadpool. Ayer confezionava un film di bromance e sangue sulla linea delle sue sceneggiature per Trainig Day e Sabotage, con il senso di "sporco" del suo Fury. Poi i test non sono andati bene. Sarà perché hanno pure tagliato una mezz'ora con il Joker per vederla nella edizione estesa del film in 8k. Scene aggiunte con gag per alleggerire il tono, ma non sembra bastare. Poi il trailer non è andato bene pure lui. Trailer nuovo con effetto pop e musica dei Queen. L'effetto è un po' Guardiani della Galassia, piace. Gli expendables DC della Suicide Squad vengono paragonati ai losers intergalattici Marvel, che porta bene. I dirigenti vedono di tagliare gli aspetti più cruenti del film, metterci più musici a e divertimento. Fanculo "film per adulti". Sembra incredibile ma il film già girato e montato viene affidato dalla DC alla stessa casa di produzione che si è occupata dell'ultimo trailer. Che smonta, smembra e stravolge tutto. Che decide, perché è funzionato con la saga di Rocky, di sviluppare intere sequenze, quasi l'intera prima ora del film, sulla sola base della colonna sonora di sottofondo. Compra cazzute colonne sonore di sottofondo per questo. L'idea è: "Devo presentare un personaggio manipolatorie? Ok, mettiamo che questo esce dall'auto al rallentatore mente spariamo a palla Sympathy for the devil del Rolling Stones". Un po' didascalico, ma chissenefrega. Anche un po' ridicolo in quanto spesso a una scena musicale ne seguono altre tre, ma cacchio, se la musica è il meglio del meglio, incredibilmente questo trucchetto, entro certi canoni, può pure funzionare!! E poi fa molto "anni 80", pare Brivido (Maximum Overdrive) con gli AC/DC!  

Non vi nascondo però che nonostante tutto questo "modo sbagliato di fare le cose" io in questo film sono riuscito a cogliere qualcosa di valido. E mi sono pure divertito! Rimane però davvero un curioso mostro di Frankenstein, che proverò a descrivere come posso nei capitoletti che seguono.



-( buio in sala): qual e' la differenza tra i buoni e i cattivi, se tutto è sviluppato tramite "pensierini" di seconda elementare?
Tra gli aspetti negativi del marketing supereroistico DC ho poco sopra, tra gli altri, menzionato il mio supposto "complotto Aquaman", un concetto che si può anche leggere in termini di "Avidità". I personaggi ci sono, sono anche molto fighi, ma sono volutamente solo "abbozzati". Uno spara bene, una picchia bene, uno c'ha il fuoco, uno è il cretino con il boomerang. Non sappiamo molto altro di loro, la DC non vuole che noi sappiamo altro ma non è vero che non ci serve saperlo. Perché alla fine un villain è molto più complesso di un supereroe, è il "seme sbagliato della società" che lui deve combattere. Certo fa bene nascondere sotto la coperta le cose brutte per mettere in scena l'apologia di uno stato cattivo che stupra la libertà dei più deboli e spesso li mette in catene, ma qui andiamo forse un po' in zona ipocrisia. Se non sono importanti e pericolose le motivazioni di un villain, che senso ha che un supereroe intervenga per due ore di film per fermarlo? Oppure abbiamo tutti sei anni e ci accontentiamo di vedere tizi mascherati dai valori morali intercambiabili che si picchiano per poi fare la pace, giocare insieme e fare merenda? Alla fine SS sembra inoltre il trailer dei futuri film in solitaria di questi anti-eroi, che di "anti" hanno davvero poco. Film che faranno davvero fatica a renderli cattivi dopo averceli presentati come dei tipi simpatici. Film che forse comunque tenteranno almeno di spiegarci qualcosa di loro, perché di fatto SS perde un numero folle di minuti per "presentarceli", ma solo attraverso delle scene action che riguardano la loro cattura da parte di Batman o Flash e senza fare davvero nulla per scavare nella loro psicologia. Una volta che "ci sono tutti" ed è passata quasi un'ora e non si è visto mezzo minuto in cui interagiscano uno con l'altro "sbam", secondo tempo, tutti intruppati per la missione che durerà fino a fine pellicola. Un'ora e passa dove si spara e basta. Certo fa piacere che, in un mondo dove Batman e Superman ci mettono un film intero di 3 ore a menarsi prima di lavorare in squadra, dei supercriminali fanno gruppo in tre minuti e si scambiano in contatto di whatsapp. Fa piacere avere più azione e meno menate. Ma fa ancora più specie che nessuno di loro venga davvero visto dallo spettatore come pericoloso. Deadshot si vede che spara, nel suo breve flashback, ma a dei criminali (e in questo universo pure Batman e Superman uccidono i criminali, anche se non hanno un ritorno economico). E ama tantissimo suo figlio. Harley Queen, allo stesso modo, è una squinternata ma a parte qualche furtarello la vediamo essere cattiva sempre e solo con altri criminali. Ed è una donna innamorata e solare. Gli altri sono ladruncoli da quattro soldi o dei freak che si sono "auto-incarcerati" per il senso di colpa di aver fatto del male a qualcuno per via dei loro incontrollabili poteri. Cosa hanno di cattivo, a parte ripetere di "essere cattivi"? Perché il film non ci fa mai vedere che fanno effettivamente qualcosa di percepibile come davvero cattivo, salvo un certo giustizialismo nei confronti di chi "è cattivo come loro"? Peraltro nella seconda parte del film li vediamo combattere insieme all'esercito, tutti ordinati, non contro civili, donne e bambini (di fatto la ragione perché esistono dei black ops... Fare azioni che moralmente l'esercito di facciata non può permettersi) ma contro una specie di zombie orribili. Per di più dimostrando eroismo e altruismo. Ma siamo pazzi? Questi sarebbero criminali sociopatici pericolosi? Ci può stare che nel gruppo ci sia qualcuno che si è trovato dall'altra parte della giustizia per vicissitudini sue e abbia un senso di "rivalsa", ma tutti, e ripeto TUTTI, no. Senza che li conosciamo, senza che siano un minimo sviluppati, li percepiamo tutti come positivi, volenterosi, poveri disgraziati presi di mira per i motivi sbagliati e che il governo brutto e cattivo sfrutta. E' assurdo!! Capisco che questo rientri in una visione dei cattivi che è concepita per un pubblico di ragazzini, così come che la DC voglia tenersi caro quel pubblico nonostante si dichiari ogni tre minuti "più adulta e dark" della Marvel. Capisco e appoggio la visione speranzosa che tutti possano avere una seconda possibilità e che sappiano sfruttarla. Ma a tutto c'è un limite di buon senso. Paiono quasi stronzi i supereroi ad averli catturati. Ok, faccio una piccola eresia, vi parlo dei "cattivi redenti" che conosco, i Thunderbolts della Marvel. Probabilmente accade lo stesso con la Suicide Squad cartacea. Il Barone Zemo (introdotto in Captain America Civil War al cinema) è un folle con una sua visione distorta della giustizia. Vuole fare del bene, ma ricade sempre nella sua pazzia perché, cacchio, rimane un "cattivo"! E lo stesso accade a Norman Osborne quando arriva ad essere lui a capo del gruppo, tormentato dalle visioni del Green Goblin. Si vede che entrambi "si sforzano" e hanno anche le migliori intenzioni al mondo, si tifa per loro ma si sa che sono comunque destinati a fallire (vi consiglio il ciclo dei Thunderbolts di Warren Ellis, lo trovate in volume da fumetteria). Ci sono personaggi che davvero vogliono redimersi, come Songbird, ma devono "dividere la cameretta" con gente come Bullseye, che se non viene sedato un istante dopo il termine della missione inizia a sparare su poliziotti e civili. Tutte queste tensioni emotive in questa pellicola non ci sono, se non nella speranza che prima o poi il Joker , il "budino" di Harley, arrivi a scatenare un po' di anarchica carneficina. In sostanza, vuoi per sfruttare il loro background per film futuri, vuoi per il pg 13, i "bad-boys" di questo film non sono poi così bad e sono quasi indistinguibili nello spirito dai Guardiani della Galassia (che invece hanno un film in cui sono sviluppati meglio). Rimangono colorati e divertenti da vedere, ma in sostanza un po' "vuoti". Delle figurine.


- la cosa chiamata "trama"
Un primo tempo di immagini al rallentatore mute accompagnate da brani rock da paura. Come una serie di videoclip. Finisce un pezzo, cambia il personaggio. Ogni personaggio è presentato con una specie di scheda, parte il pezzo, parte il suo "blocco". Sarà che sono cresciuto ascoltando musica e trovo carino che i pezzi si sforzino di adattarsi alla descrizione delle scene che trattano, ma alla fine questa scelta stilistica dello "studio che ha prodotto il trailer di SS" non è così male. Alla fine del primo tempo parte qualcosa di confuso che ci porta dritti alla seconda parte.
Un secondo tempo di elicotteri che cadono, città prese d'assalto da zombie che sembrano fatti di sacchi della spazzatura, tutto al buio, tutto di notte, tutto sotto la pioggia. C'è pure un momento che ricorda la poetica di Ayer, la scena del bar in cui il gruppo si confronta. Forse uno dei momenti più riusciti del tutto. Ma dura troppo poco perché la pellicola subito ci conduce verso un'azione forsennata verso un nemico vago che vuole fare cose vaghe e che non troveranno mai un perché. Per di più un nemico contro il quale sfugge completamente il senso per cui è stata mandata la SS. Sono tipi cazzuti ma non vanno troppo oltre il militare superaddestrato e anche se dispongono di super forza non potrebbero mai logicamente contrastare una divinità. Alla fine il modo in cui si risolvono le cose in qualche modo funziona, ma appare davvero forzato. Così come appare forzato che diventino tutti amicissimi in due minuti.



- però è divertente da guardare!
Pur nelle assurdità della caratterizzazione dei personaggi, pur nella insensata costruzione della sceneggiatura che comprime lo sviluppo e storia principale a una striminzita seconda ora, pur in ragione di alcuni non -sense (tipo un cattivo semi-divino che da una scena all'altra diventa una pippa assoluta, tipo "dove sono finiti i cittadini della città x"? Ecc.), io questo film lo promuovo come il migliore dell'universo condiviso DC uscito finora. 
I personaggi sono abbozzati ma resi bene dagli attori. Will Smith si diverte un sacco a fare la macchina di morte, ma cita pure "l'attacco triangolo" di Phil Jackson (uno dei masterpeace del discorso motivazionale) ed è sempre simpatico e battutaro. Margot Robbie ci crede un sacco ed è simpatica e schizzata quanto serve, nonché bellissima. Il suo rapporto con il Joker di Leto è qualcosa di nuovo, cinematograficamente, per questo personaggio. E nemmeno così stucchevole come ho letto in giro. La Amanda Waller di Viola Davis è perfetta e crudelmente determinata, davvero un gran personaggio. Joel Kinnaman è triste come era triste nel remake di Robocop, deve avere un agente più bravo di lui. L'azione è confusa, buia, sotto la pioggia. Ma ha un certo tasso di appagante frenesia, è divertente e piena di robe che esplodono e "zombie" infiniti che cadono sotto diecimila proiettili, spade maledette e boomerang esplosivi. La musica come già detto va alla grande. Ma soprattutto non c'è il disordine assoluto di scrittura di Batman v Superman. C'è al suo posto un disordine relativo che si riesce a reggere chiudendo un occhio qui e là. Per lo meno qui non ci massacrano di retorica.  E' comunque una Zarrata. Un film ultra-tamarro e grezzo e che se non siete amanti di un particolare gusto coatto del cinema potrebbe indisporvi fin da subito.  Sta un po' dalle parti di Deadpool, anche se il budget qui è più sostanzioso. Gli effetti speciali stanno in zona Gods of Egypt. Siamo lontani per tenuta e cura generale dal prodotto Marvel medio che porta nelle sale bambini e genitori (ma la cosa potrebbe pure piacere anche per questo). 

Partivo da aspettative bassine, e in genere è questo il modo giusto per apprezzare un film. Molte scene sembrano assemblate con la motosega (leggi: l'intero primo tempo) e sembra molto credibile che la pellicola sia stata maldestramente squartata e svilita rispetto alla visione del regista dell'ottimo Fury. 
Qui i voti non ne diamo in genere. Ma mi rendo conto che "salvo" la pellicola (che è piena di difetti) per la simpatia dei personaggi, per un certo gusto visivo eccessivo, per la gioia orgiastica di sentire in sala dei pezzi rock di livello e per una ben gestita azione squinternata nella seconda parte. Se vi è piaciuto il DC cinematic universe finora penso comunque che ormai lo abbiate già visto tutti. Se cercate un film divertente per una serata a mente spenta va benissimo. Se pensavate di trovare da Ayer l'equivalente supereroistico del tragico, anti-eroico e intenso Fury, troverete magari qualcosa di bello tra i ritagli, ma in genere uscirete dalla sala piuttosto depressi. Perché il marketing ha anche qui colpito e colpito duro. Ma a noi bastano le pistolettate, le battutine e il culo di Margot Robbie (unito in combo nella stessa serata con il culo di Blake Lively in azione di "rinforzo"), per essere felici. Spero però che arrivi presto il giorno in cui gli addetti del marketing si occuperanno unicamente di pubblicizzare un prodotto sulla base di una sceneggiatura approvata fin dall'inizio. Che i cineasti facciano cinema e i pubblicitari si dedichino agli spot. Sarebbe bello. 
Talk0

domenica 11 settembre 2016

Rings - il trailer del nuovo film con Protagonista Samara / Sadako



Da quando Gore Verbinski prese in mano il Ringu di Hideo Nakata, la saga con protagonista la "rancorosa" Sadako/Samara è diventato una delle mie ossessioni. La storia la conoscete tutti, o almeno io presumo che la dovreste conoscere anche se un po' di anni sono passati e il Giappone organizza periodicamente pure oggi contest cinematografici in cui si menano a uso ridere in 3D  Sadako e la sua omologa donna fantasma di Ju-oh... Mimiko? Non ricordo bene...
The Ring, un vero brand con un numero sterminato di libri, videogame, fumetti e film orientali e non,  gira tutto intorno alla urban legend su una videocassetta, cioè una specie di scatola di plastica su cui un tempo si registravano dalla tv i film...una sorta di dvd che non spixellava ma si poteva comunque "strappare"... ed era un vero casino da aggiustare a quel punto. Cacchio quanto sono analogico... insomma c'è questa cassetta che si può trovare vicino al classico videoregistratore - baraccone (l'oggetto che serviva collegare alla tv per registrare e vedere le cassette, pregando che non le ingoiasse male per sputare fuori il nastro che "sai dopo le bestemmie" di cui sopra...), per lo più in anonime mezze-pensioni giapponesi situate in posti sperduti. Così che se piove e ti rompi le palle ti vedi qualcosa di regisistrato, che tanto la tv di suo non prende mezzo canale. La videocassetta è senza scritte e custodia, anonima. Metti sfiga che la pigli pensando che sia "Milan - Juve 1-6 del 1997 e "devi" vederla. Se la vedi, alla fine di un sacco di immagini strane di pozzi, altalene, gente che si pettina e mosche ti arriva una telefonata. Anche se hai il silenzioso. Una voce di bambina annuncia "7 giorni" e se in sette giorni non fai qualcosa finisce che muori. A ricordarti che "devi fare qualcosa, a non ti dico cosa" il fantasma di una bambina affogata di nome Samara (Sadako in originale), forse la stessa bimba che hai sentito al telefono, inizierà ad apparirti ogni tre minuti facendoti una paura fottuta. Tutto il resto è accessorio e di contorno, scritto e riscritto in un lore incasinato a base di veggenti, promesse non mantenute, suggestioni post-bomba atomica, rappresentazioni teatrali (giuro!). Sta di fatto che vedere la cassetta equivale a schiacciare una mina e se dopo sette giorni non si risolve la cosa si salta per aria: nello specifico ti compare Sadako per l'ultima volta e ti spaventa a morte guardandoti storto con un occhio strano. Tenendo buono "il nocciolo" Verbinski ha spogliato la storia delle assurdità più nipponiche (perché il primo film jappo di Ring, mitico quanto volete, è inutilmente criptico), creando all'epoca un horror davvero spaventoso nonché una critica molto interessante sulla nostra sudditanza dal media-televisione. Il budget faraonico della Dreamworks ha permesso i trucchi di Rick Baker in luogo degli spassosissimi faccioni spaventati dei giapponesi (che fanno oggi ancora più ridere). Sadako diventava la "americana Samara", assumendo una fantasmaticità digitale Cronenberghiana spaventosa. Naomi Watts era bellissima, bravissima e bellissima. Il remake a stelle e strisce funziona tantissimo, così come il suo sequel, per l'occasione con alla regia lo stesso Nakata, che gioca un po' dalle parti di The Omen (e di Dark Water... che godrà anche lui di un remake Usa). Io nello specifico adoro un corto contenuto nel dvd del secondo film di nome Rings in cui la cassetta diventa virale. Mi immagino che possa arrivare a essere un'arma, che si possano narrare mille nuove storie. Quella videocassetta maledetta subito entra di diritto nella mia personale collezione di feticci diabolici multimediali preferiti, che con il tempo ha annoverato il Death Note di Obata / Oba e Il Libro delle anime di Glen Cooper (andato poi in merda nei libri successivi). Solo che l'onda dei J-horror cala sul mondo e tonnellate di ragazzine con i capelli sul volto come Samara/ Sadako iniziamo a spuntare come funghi. Arriva Ju-Oh che diventerà nella versione americana The grunge, arrivano i Pang Brothers con The Eye, Miike con The Phone e Audition, la serie J-Horror Theater (con i vari Premonition, Infection, Re-incarnation ecc.), il magnifico Dark Water. Roba discreta con punte di "molto buona" ma di cui il mondo fa presto indigestione e si rompe anche un po' le palle perché: "Ehi! Pure qui c'è un tizio/tizia con i capelli neri sulla faccia?". Così Hollywood mette in cantina The Ring fino a oggi, cerca di tutelarlo dall'effetto comico istantaneo scaturito dai mille nocivi Scary Movie e ora che ho visto il trailer vi comunico quindi le mie più immediate "vibrazioni". 


F. Javier Gutierrez come regista è una Carneade, ma il nome di Akiva Goldsman è di quelli che contano e il cast interessante. La produzione sembra di lusso e gli effetti speciali convincenti. Torna l'acqua scura, il legame del tutto orientale tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Scompare, mannaggia, la videocassetta VHS, sopperirà dall'oggi più immediato "filmato youtube", in un'opera di ammodernamento dei film sulle maledizioni, dall'analogico al digitale, che passa per forza da Kairo The Pulse (pure lui remakizzato) di Kiyoshi Kurosawa. Anche Samara usa oggi la banda larga. Però direi che "ci siamo". Il tormentone dei "7 giorni" è ripartito, così come i giochi di specchi in cui l'infernale ragazzina si diverte un sacco. Bella la scena dell'aereo. Povera Samara, che deve allungarsi sotto uno schermo ultrapiatto... Ci piace! E non vediamo l'ora di vederlo in sala. 
Talk0

lunedì 5 settembre 2016

Morgan Lost - Ultima parte


9: volume 10: Senza nome e senza volto
Che fatica fare il serial killer di successo a New Heliopolis! Ci sono così tanti pazzi in giro che, se non si ha un briciolo di originalità, finisce che la proprie imprese finiscano nel "dark number" degli assassini senza look. Certo ci sono i professionisti come Wallendream: un look ricercato da Jake Frost, delle rose nere rarissime come biglietto da visita, interi libri di psicologia criminale scritti su di lui. Ci sono quelli con le "armi ricercate" come i coniugi Rabbit, rigorosamente muniti di accetta e balestra. Ci sono quelli bellocci e tormentati con un presunto "progetto sociale", come Todd Almaric. Ma ci stanno anche tanti "barboni" che vanno in giro con la maschera di Paperino tarocca comprata al Lidl, senza un'arma tipica, senza un'idea interessante per giustificare la loro follia. La "banalità del male" (e mi scuso in ginocchio per questa citazione dotta fuorviante... Ma vi invito a digitarla su google per poi approfondire l'argomento, che non fa mai male). 

Così capita che un assassino anonimo, con la maschera più banale del mondo e con giusto un problema di dizione e poco più, un giorno si imbatte in un'idea inconsueta. Un portachiavi sonoro che dice "I love you" rispondendo a un fischio. Un oggetto piccolo e trendy da inserire nella bocca delle sue vittime. Ed è subito boom! Tutti vogliono in casa uno di quei macabri portachiavi mentre la serie di omicidi legati ad "I love you" si moltiplica in modo preoccupante. Sembra di essere tornati ai tempi del tamagotchi. 
Un interessante numero sul fascino e la banalità del male. Un thriller teso, una caccia all'assassino labirintica, una sfida psicologica. Chiaverotti gioca con gli specchi e noi lettori ci perdiamo tra le pieghe del racconto, seguendo gli indizi più criptici. C'è anche un'interessante e crudele sfumatura di malinconia in un killer che, in fondo, vuole che le ultime parole della vittima a lui rivolte siano, pur grazie ad un artificio meccanico, "ti amo". Amore e morte, che tornano a formare un cortocircuito. La trama è interessante, parte come una cannonata e tesse con sapienza la sua tela complessa. Il castello di carta per me si affloscia un po' sul finale, che rimane in ogni modo interessante. I disegni di Perugini sono molto validi nel ritrarre i personaggi, forse un po' spogli sui fondali. In questo caso specifico però il colore dello Studio Arancia conferisce una nota espressiva in più. Il portachiavi "I love You" schizza sulle tavole con il suo rosso cremisi come il limone ittero del Bastardo Giallo di Frank Miller. 
Un numero dai buoni spunti che poteva forse mirare più in altro. Ma che risulta ad ogni modo gradevole.


10: volume 11: L'ombra dello sciacallo
C'è un killer nuovo in città, uccide donne dai capelli biondi e indossa la maschera di uno sciacallo. Per caso Morgan incontra Azalhee, una donna che sembra in qualche modo legata a questo assassino tramite misteriosi ricordi che sembrano provenire tanto dal passato che dal futuro. Un passato e futuro di centinaia di anni, che coinvolge un sua antenata quanto una sua discendente. 

Un numero strano, stranissimo e dai contorni tanto fantascientifici quanto sovrannaturali. Si parla di cyborg del futuro, di uomini-sciacallo indiani ai tempi delle colonie inglesi. C'è forse un cerchio della vita che unisce insieme nel suo eterno ripetersi tutti gli eventi, ma c'è anche qualcosa di più. Una spirale sensuale e terrificante che lega vittima e carnefice, che ottunde i sensi e si svela al paranormale. Tante parole messe volutamente a casaccio per stimolarvi senza troppo svelare di questa storia. Stiamo forse dalle parti dell'Albero della vita di Jodorowski, ma è solo una suggestione, i binari della storia sono diversi e nuovamente per Chiaverotti vanno a toccare le pagine del suo amato Stephen King. In tutto questo magma narrativo Morgan si defila in un ruolo di secondo piano, alla disperata ricerca di una serie di cause ed effetti logici concatenati che per la natura del racconto potranno forse portarlo solo fino a un certo punto. Lo vediamo disperarsi sul senso della sua vita, in crisi di astinenza da una nuova caccia all'assassino, di fatto l'unico motivo per cui accetta di essere vivo. Un Morgan struggente e più crepuscolare del solito. Molto bello in personaggio di Azalhee, sfuggente e conturbante lo Sciacallo nel suo diventare quasi un doppio inscindibile. I disegni di Max Bertolini riescono al meglio a delineare i contorni più orrorifici della vicenda e quelli più sexy. Lo Sciacallo mette paura nel sul aggirarsi tra le ombre gotiche di New Heliopolis, come tra le casette in legno di New Canaan, per poi assurgere a mutante nel futuro. I paesaggi e il gioco delle ombre offrono un quadro visivo molto interessante, che salta e amalgama in modo perfetto passato e futuro. Gli scontro sono sempre cattivi e "fisici", tanto quelli che riguardano gli esseri di carne che i corpi dei cyborg. Gli amanti delle forme femminili strabuzzeranno gli occhi davanti alle silouette sinuose e agli eroticissimi "capezzoli a fiore" delle molte donne svestite della storia. E' uno dei numeri più erotici della serie, pieno di amplessi cercati e rubati. Un bel numero, sexy e complicato.



Speciale Brendon & Morgan Lost : La mappa delle stelle
La Nuova Inghilterra del futuro prossimo venturo di Brendon e la New Heliopolis degli anni '50 di Morgan Lost hanno trovato un bizzarro ponte spazio-dimensionale tra di loro. Come conseguenza alcuni dei più brutti soggetti e fantasmi dei due mondi si sono mischiati, andando a infestare nuovi territori. Un Cavaliere Onassiano, alcune fate azzurre e l'imponente testa di pietra volate degli Sterminatori stanno quindi invadendo la metropoli in bianco e nero con ombre rosse. Uno strano squalo volante, i coniugi Rabbit e nientemeno che il cinematografico dottor Hermann Splatter  (tutti rigorosamente in "bianco e nero in un mondo a colori", quello di Brendon, come ne La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen) stanno invece facendo strage sulla frontiera post - atomica. Qualcuno deve scoprire come sistemare le cose o per lo meno tentare di  fermarli. Ed è allora che si mobilita a New Heliopolis il cacciatore di serial killer Morgan Lost, gettandosi  a capofitto sulle tracce del Cavaliere Onassiano, inseguendolo tra le fogne della città fino a qualche accampamento di homeless. Ed è allora che un abbattuto e dimenticato cavaliere di ventura come Brendon, arrivato ad una media di 10 whisky rinforzati al giorno ma che " tiene ancora botta , "decide di tornare a cavalcare. Pronto per la caccia al coniglio psicopatico. Riusciranno a dare un freno alla pazzia che dilaga sui due mondi? 

Le premesse di questo ponte spazio - temporale sono interessanti (anche perché "ripetibili"), la storia è molto divertente, i "cattivi" sono dei veri mattatori. Chiaverotti prende l'amato dottor splatter ,il mattatore delle pellicole horror che vanno per la maggiore a New Heliopolis. Lo butta fuori dallo schermo, nel molto reale come lo Schwarzenegger di Last Action Hero e gli dice: "Fai un po' quello che ti pare". E il dottore inizia a sfasciare e amputare tutto e tutti, "urlando" come giustificazione di stare intervenendo per curare strane malattie. In pieno humor nero. Ugualmente fantastici, ritornano i due rabbit, da me amatissimi. Lui è sempre il solito matto con ascia e spolverino, la coniglietta è più sexy che mai in tenuta sadomaso - dark - fantasy (grandissimo lavoro ammazza-diottrie di Freghieri) e ci concede più di un siparietto sexy. Entrambi non riescono più a togliersi le loro maschere, non riescono più a "staccarsi" dal loro costume di assassino. Privi di memoria e quasi "prede mutanti" nella Nuova Londra, assurgono a figure deliziosamente tragiche. Il cavaliere Onassiano sperduto a New Heliopolis non può che correre a destra e manca cercando i pochi riferimenti che lo riportano con la mente a "casa". I mostri funzionano, catalizzano l'attenzione del lettore e il numero è questo in sostanza: una caccia al mostro multidimensionale tutta "sparata". In più è anche il numero in cui viene re-introdotto nelle edicole, con garbo, in punta di piedi, il vecchio e mai dimenticato Brendon. Più stanco, più sofferente, più solitario del solito. L'eroe di Chiaverotti riesce a farsi riconoscere dai vecchi lettori quanto a rimanere avvolto in una coltre di mistero per i nuovi. Prima di iniziare con le nuove avventure di Brendon, previste a cadenza semestrale, l'autore sembra così dimostrare la sua gratitudine per i molti fan che hanno seguito la storica serie fino al numero 100, inserendo piccoli dettagli che solo loro possono cogliere.  Chiaverotti ci era rimasto malissimo per questo suo "figlio" abbandonato, lo stesso male che aveva provato Milazzo quando il suo Ken Parker era stato prematuramente abbandonato, per questioni editoriali, in uno storico "penultimo" numero, solo e in carcere (il numero in cui sarebbe uscito "chiudendo la saga" è giunto solo un paio di anni fa grazie a Mondadori Comics). Nell'editoriale di questo numero speciale Chiaverotti racconta di aver sognato Brendon, che lo incolpava di averlo ucciso. E questa malinconia Chiaverotti l'ha declinata anche nelle atmosfere di alcuni numeri di Morgan Lost, nell'episodio de I conigli Rabbit e in uno dei "corti" di Megamultiplex. La peggiore condanna per i personaggi di carta è non poter riuscire a vivere al di fuori di un figlio da disegno. La peggior colpa del loro padre-autore è non avere più la possibilità di scrivere storie da dedicargli. L'autore voleva riparare ed è per questo che si è concretizzato, sembra in soli sei mesi, questo speciale che raccoglie tra i "chiaverottiani tutti": oltre ai vecchi amici di Brendon anche i nuovi amici di Morgan Lost. Certo "chiaverottiani si diventa". Per chi volesse, incuriosito, conoscere qualcosa di più di Brendon dopo questa lettura, consiglio il bellissimo cartonato da libreria Il sogno di Anja, volume che raccoglie alcune delle storie più belle della serie. 


Chiaverotti non ci affligge con il classico cross - over fatto di pacche sulle spalle (modello Bonelliano) o di scazzottate fasulle tra eroi (modelli Marvel). Si può dire che tra Morgan e Brendon basta uno sguardo per comprenderei e riconoscersi come fratelli, in un momento della storia che è davvero unico, crepuscolare, toccante. In un numero carico di action come questo sorprende sempre con piacere il rumore fragoroso di una sottile malinconica nel tratteggio dei personaggi, appena sussurrata. Non ci sono "momenti Martha" ed è una boccata di aria fresca. 
Davvero molto belli i disegni di Freghieri. Carichi di azione, disperazione e di magia. Ho amato le fatine blu che come Gremlins assediavano un povero guidatore, il testone di pietra volante, le "sedie vuote" nel cimitero cremisi di Morgan. Stupendi i conigli "umanizzati", fantastico Splatter nelle sue movenze sempre esagerate e buffissime. Gli eroi non mancano, ma sono volutamente dimessi. Morgan è un po' imballato, sembra davvero che non dorma da un paio di giorni come si dice nel racconto. Insegue a fatica i mostri provenienti dall'altro mondo. Brendon è quasi un fantasma. Etereo e sfuggente come solo un vero "risorto" riesce ad apparire. Anche lui più intento a incassare che a dare pugni, con la faccia pesta e le occhiaie. Vedere New Heliopolis fusa insieme con le praterie della Nuova Inghilterra è semplicemente da infarto, il lavoro sulle scenografie è eccelso. Il fatto che il volume sia a colori per le parti e i personaggi di Brendon e in bianco rosso e nero per il "comparto" di Morgan è una soluzione visiva unica e accattivante.
Questo numero speciale è davvero niente male anche se appare in parte solo accennato, forse solo il primo tassello di un racconto più ampio. Ne vorremmo ancora di più. Vorremmo più interazione tra gli eroi, pur sapendo che nella logica dell'autore "non potrebbe essere". Ci prendiamo così un pugno di malinconia in pieno petto quando, scompigliare le carte del thriller, l'autore ci porta quasi dalle parti di un suo personale Sogno di una notte di mezza estate. Non è quindi per me un caso che sia uscito in questo periodo. 
Non aspettatevi quindi l'incontro del secolo o la trama di un blockbuster da questo crossover. Guardate questo speciale piuttosto come un fugace gioco di specchi in cui i due eroi si sognano a vicenda. L'atto di amore di un autore per i suoi personaggi .

Considerazioni finali su questo speciale di Morgan Lost

Ho dedicato a sorpresa questa serie di post a questo strano eroe di Chiaverotti, sconvolgendo in parte la scaletta (che comunque recupereremo a breve). L'ho scoperto tardi e come ho spiegato più sopra ho fatto inizialmente fatica ad apprezzarlo, anche per via di una scelta di scaletta che mi è parsa quantomeno criptica. Morgan Lost non è esente da difetti, soprattutto nei termini di una certa linearità "procedurale" e di un apparato grafico che almeno all'inizio rischia di appiattire i disegni, facendoli sembrare molto simili tra di loro. Tuttavia l'eroe di Chiaverotti ha molte frecce al suo arco per farsi amare. Le storie presentano sempre approcci diversi, spaziando con disinvoltura tra una moltitudine di generi diversi. Molti dei personaggi descritti sono davvero azzeccati e memorabili, come Wallendream o i Conigli Rabbit, e al di là dei singoli albi ritornano come elementi ricorrenti anche di una trama più ampia che avvolge tutto il "lore" del fumetto. L'azione è sempre presente, fisica quanto surreale, e anche se Morgan non "sfugge" dall'essere considerati l'ennesimo detective di casa Bonelli, peraltro molto vicino nei toni all'inquilino di Craven Road, le scene action riescono a spingerlo quasi in territori supereroistici inediti e interessanti. E poi c'è la malinconia e il senso di fallimento, sentimenti che condivide anche con Brendon e che donano cuore alla sua presunta invulnerabilità. Si possono fare speculazioni su quanto possa continuare il suo "viaggio editoriale", ma è più bello considerare come fin qui, salvo un paio di incertezze, io mi sia piuttosto divertito e non veda l'ora di leggere un nuovo numero. Si vede che il bianco, il rosso e il nero alla fine, incredibilmente, creano dipendenza. 
Talk0

venerdì 2 settembre 2016

Morgan Lost - parte quinta


6: volume 7: Vulcano 7 
20 ottobre 1953. Il modulo Vulcano 7 porta i primi astronauti sulla luna. Ma l'entusiasmo si trasforma presto in disperazione quando il capitano Duncan Dredd compie in diretta mondiale il primo omicidio-suicido non su suolo terrestre della storia dell'umanità. Ma come è capitato? Lui che salutava sempre, era timido e riservato, che conoscevo la zia ed era tanto una brava persona? Sta di fatto che l'astronauta o per lo meno il suo "fantasma" in qualche modo è tornato e sta distribuendo cadaveri a destra e manca tra i suoi conoscenti e gli addetti del programma spaziale. E quando c'è un serial killer in giro l'inquilino di "orologio rotto" al 7 è pronto a entrare in azione. 
Chiaverotti gioca con la fantascienza dark (questo è il genere omaggiato in questo numero) sullo stile di Astronaut Housewife per costruire un thriller dai risvolti soprannaturali tesissimo, avvincente e geniale nello sviluppo. Uno dei numeri migliori della collana. C'è alla base un giallo da risolvere, c'è forse un complotto politico, ci sono da esplorare le complesse relazioni familiari e lavorative della apparente rosea e dorata vita di una persona di successo. E Anche i ricchi piangono, come recitava il titolo di uno sceneggiato di fine anni '70, anche e soprattutto per oggetti di poco conto, ma autografati, che vengono rotti durante una zuffa. Morgan indossa di nuovo la giacca nera con camicia rossa di Dylan Dog, che gli sta benissimo, e va a caccia di fantasmi. Il finale è molto interessante. I disegni di Andrea Fattori sono bellissimi, il fantasma di Dredd mette davvero i brividi nei suoi contorni "spiritici", le tavole che ricercano gli effetti più orrorifici sono di grande impatto. Davvero un gioiello.
Vorrei dirvi qualcosa di più, ma questo numero è davvero una sorpresa continua e non voglio in alcun modo rovinarvelo. 


7: volume 8: Per morte e per amore
Todd Almaric è uno spietato assassino carismatico stile Manson. Si professa giustiziere dei lascivi costumi della società odierna e ha per obiettivo primario la distruzione della classica "famiglia felice delle pubblicità", nucleo familiare dopo nucleo familiare. Morgan lo scova e lo affronta nel modo più pazzesco immaginabile. Lo porta in tribunale ed è lì che la storia si trasforma quasi in un dramma giudiziario con tanto di circo mediatico. Il mostro nella sua lucida pazzia ha fascino e qualcuno sta continuando la catena di omicidi che lui ha dovuto interrompere prematuramente. Fin dalla prima pagina, fin dalla copertina, sappiamo che "Old Sparky" per la prima volta nella storia sarà accompagnata da un'altra sedia elettrica per una doppia esecuzione. Chi occuperà la sedia accanto a Todd Almaric? 
"Una storia di morte, eppure anche una storia d'amore. Maledetto, folle e distruttivo, ma pur sempre amore". Parole di Chiaverotti, non mie. Si può amare un assassino come Todd Almaric, una bestia spietata che uccide a sangue freddo con la sua mannaia chiunque gli capiti a tiro? Si possono trovare dietro ai suoi occhi rabbiosi sentimenti come la compassione, l'empatia e la tenerezza? Si può arrivare al punto di giocarsi la vita pur di difenderlo? Si può accettare che la sedia elettrica frigga anche solo un essere umano orribile come Almaric? Chiaverotti vorrebbe "sperare" che anche dietro al più mostruoso dei mostri ci sia un cuore e tiene questa linea emotiva forte per tutto il racconto. Il suo Almaric è decisamente un mostro crudele che vediamo squartare chiunque con puro godimento. Il sul Almaric non piange, non si scusa durante il processo, non ha davvero niente da dire alla società al punto da scriverci sopra un libro: è un monolite. Ma un monolite che viene in qualche modo "interpretato" da osservatrici a lui vicine, che riescono a cogliere in lui aspetti che sono negati anche al lettore. Ne nasce un racconto scomodo, disturbante ma anche sublime, che scava nell'ossessione di giustizialismo che avvelena la società odierna. In Italia non c'è la pena di morte, ma quanti la vorrebbero applicata anche solo ai casi di cronaca più pubblicizzati in tv, dove i giornalisti e spettatori diventano giudici e boia senza conoscere gli imputati e senza aver letto un decimo delle carte processuali? Chiaverotti, ripeto, vuole metterci dei dubbi e "dubitare" spesso è quella capacità in più che ci separa dalle bestie. Anche questa sceneggiatura è favolosa. Vincenzo Bufi regala ai disegni la giusta drammaticità del caso, i suoi personaggi disegnati sono attori straordinari che riescono davvero a trasmettere la loro carica emotiva all'intreccio. All'interno del clima statico, teso e disperato da legal-dramma del numero, Bufi ci regala anche la bellissima sequenza action da pag 29 a 45. Quasi un mini-film che conferma il disegnatore straordinario anche per trame più rocambolesche. Davvero un bel numero.



8:  volume 9: Megamultiplex

Morgan si trova nel buio della sala, seduto su una sedia di metà platea, ma non è il cinema di Fitz. Non sa come sia arrivato lì ma lo spettacolo sembra interessante, una rassegna di corti cinematografici con gli attori presenti tra il pubblico. Storie divertenti, storie cariche di tensione, tutte accomunate dalla morte, che prima o poi arriva, inevitabile a chiudere il racconto. A un certo punto però Morgan si accorge di qualcosa di veramente strano, stanno proiettando un corto con lui come protagonista. Un piccolo film che termina inevitabilmente con la sua morte. Uno strano messaggio compare sullo schermo. La proiezione si interrompe. Le luci si accendono. Morgan scopre in breve che quelli che lo circondano non sono attori ma persone che, come lui, hanno appena assistito alla macabra rappresentazione della propria morte sul grande schermo. L'unica cosa a cui il gruppo riesce a pensare in quel momento è uscire da quel misterioso cinema. 
Un altro numero surreale per Morgan Lost. Chiaverotti non sceglie questa volta un "genere cinematografico" unico, ci regala direttamente un grindhouse. Ogni "pellicola" è un tassello diverso concepito con uno stile diverso e un numero contenuto di pagine. Quasi un ABC of the death o un V/H/S a fumetti. Oltre al tema ricorrente della morte, ritorna tra i corti di Megamultiplex il tema delle maschere, artifici psicologici che rendono le persone "doppie" nella società, essere e apparire (in fondo il vero leit motiv di tutto Morgan Lost). Chiaverotti nei racconti trova il tempo anche per farci conoscere nuovi aspetti del passato di Morgan. E' la parte più bella dell'albo, quella più smaccatamente e affettuosamente Kinghiana. La storia o, meglio, le storie si leggono che è un piacere. È un numero frizzante, splatter e divertente.
Lola Airaghi compie un lavoro egregio con i disegni, si dimostra straordinariamente versatile nel risaltare i diversi registri narrativi dei vari "corti". Molto brava nel delineare i personaggi, grottesca il giusto nelle scene più orrorifiche. Spaventosa pag.66, davvero di impatto. E farà piacere ai fan di King pag. 87. Davvero un buon lavoro.
Potrebbe essere benissimo, con poche modifiche grafiche, un numero di Dylan Dog. Uno di quelli belli.

mercoledì 31 agosto 2016

Morgan Lost - parte quarta



4) Volume 5: L'orologio del tempo 
Per le strade di New Heliopolis si aggira "Il caimano", un serial killer spietato che si muove nella zona del quartiere a luci rosse. Uccide chiunque senza fare distinzione di sesso o età. Per i familiari delle vittime non è certo possibile far tornare indietro l'orologio del tempo, si può solo sperare che la giustizia faccia il suo dovere e che un giorno, in un altro mondo, sia possibile ricongiungersi con i propri cari. Tuttavia anche Old Sparky non è esente dalle leve del potere. 
Abbiamo parlato di vittime e di assassini, questa volta invece Chiaverotti ci parla di "chi resta". I familiari con gli affetti distrutti per mano dei serial killer e i familiari dei serial killer stessi. Il rimpianto per le parole non dette, l'impossibilità di accettare la realtà, la vita insieme che non potrà più esserci, la separazione avvenuta in un momento difficile e troppo repentino. E non essendo cacciatori di taglie indistruttibili che possono incrociare i revolver con i cattivi, i familiari devono cercare l'aiuto degli altri, sperare nella giustizia, riuscire a convivere con il dolore. 

Ogni numero di Morgan Lost è stato di "genere diverso". Abbiamo visto un horror, abbiamo visto un action, poi un poliziesco. Il film che Chiaverotti ci proietta con questo numero è quasi un legal-dramma. Impacchettato non senza qualche inseguimento e zuffa il cattivo, si passa quindi ai tribunali. E si riflette anche sul fatto che sia veramente possibile accettare come unica forma di giustizia la sfrigolante Old Sparky. La giustizia deve davvero essere sempre ridotta a vendetta dello stato, anche quando si parla di "mostri" che sono davvero l'espressione massima della banalità e stupidità del male? E' un tema provocatorio ma che fa riflettere, scomodo, accettare che anche un caimano possegga lacrime di coccodrillo. Chiaverotti gioca con il tempo, cercando di ricostruire insieme alla protagonista della vicenda, una madre disperata, il disordinato svolgersi degli ultimi giorni. Morgan fa da supporto alla vicenda, ma dimostra che nemmeno lui può niente contro la macchina della giustizia dei tribunali, perché sono questioni morali che non si possono affrontare con i pugni. Non tutto si può risolvere come nel far west. 
Le tavole di Giuseppe Liotti svolgono egregiamente il compito di mettere al primo posto l'espressività dei personaggi, la capacità "recitativa dei disegni" è davvero buona e ci dà l'opportunità di immedesimarci in ogni personaggio. Non manca l'azione e gli stupefacenti scorci di New Heliopolis cui ci hanno abituato finora i disegnatori della testata, ma il top Liotti lo raggiunge proprio con quei volti. La dimostrazione di una grande sensibilità artistica. Un altro bel numero.




5) Volume 6 : I conigli rabbit 

Sono sexy, sono folli, sono la coppia di serial killer dell'anno!! Lui brandisce l'accetta, lei preferisce una specie di balestra. E si amano. Dopo un omicidio fanno sesso sfrenato nella stanza da letto, rimanendo coperti solo delle loro maschere da conigli. E sono in fondo dei cosplayer, adoratori di un fumetto underground ormai quotatissimo. Una miniserie, seguita da molti fan, che parla di un mondo popolato da persone zoomorfe dove i più deboli vengono schiacciati dai più forti e dove i due protagonisti conigli alla fine si suicidano. Ma i killer hanno deciso di dare un finale diverso alla storia, saranno loro a uccidere tutti.  L'autore del fumetto fiuta l'affare grazie ai due pazzi cosplayer  che seminano il caos a New Heliopolis e decide di cambiare il finale, creare una nuova mini serie. E commette sacrilegio. Fa imbestialire i fan e forse incazzare pure i due killer. Riuscirà Morgan Lost a fermare la coppia assassina prima che ammazzino tutti per poi fare sesso in tutte le case del mondo?
Entriamo in un ambito molto "meta", un fumetto che parla di un fumetto per parlare di quegli strani esseri che poi li leggono i fumetti. Gente strana i "fan" che non può che contenere qualche assassino tra le sue file (a leggere certi forum alcuni fanno davvero paura!!). Come storia stiamo un po' dalle parti di Misery non deve morire, un po' la summa di tutto l'affetto che i fan hanno verso le loro passioni, ma declinato ovviamente al mondo dei comics, con le giuste influenze rabbittesche dello sclaviano omaggio a Chi ha incastrato Roger Rabbit?, il fondamentale I conigli rosa uccidono.  I fan che sono pronti a venerare la loro opera preferita, mettendola alla base del loro sistema di valori (tipo i Trekkers). I fan che sono pronti alla lotta se qualcuno dileggia il loro mito (tipo molti fan dei film DC comics... Soprattutto quel gioviale senso dell'umorismo). Fan "kinghiani" assassini (ma pure R.R. Martin se la passa male, nel mondo reale...), dicevamo, ma soprattutto, e qui il bello, una coppia. I conigli Rabbit è una storia, contortissima ma geniale, sulla "famiglia", sui valori dello stare insieme. Ed è per questo che un po' ho visto sotto le orecchie dei Rabbit gli inquietanti assassini del film The Strangers di Bryan Bertino. Chiaverotti confeziona un bel thriller e tira fuori un finale davvero interessante, se vogliamo "poetico" SPOILER 
e che George Lucas approverebbe FINE SPOILER. I conigli sono cattivi, sexy, dannatamente iconici (e infatti "torneranno"... e sono già oggi in edicola nello special a colori di Brendon) e ci piacciono tanto anche grazie ai disegni di Cristiano Spadavecchia. Davvero favolosi e perfetti nell'integrare l'animo cartoon e un po' fiabesco all'horror. C'è una sequenza che è una gustosa citazione a Scream 2 e mi piace un sacco. C'è un ottimo senso dell'azione, i fondali sono sempre dettagliati, alcune tavole sono davvero sognanti. Ma soprattutto è ritratto un intero mondo di garruli e gentili fan di fumetti, che Spadavecchia descrive alla perfezione in tutte le smorfie e tic nervosi: Spadavecchia osserva, ha studiato e ha riprodotto i fan dei fumetti meglio di duecento puntate di Big Bang Theory. Davvero un bel numero!