giovedì 8 dicembre 2016

Rock Dog



Bodi è un segugio grande uno scricciolo che vive insieme al babbo, Khampa, in un villaggio di montagna abitato da pecorelle. Un piccolo mondo dai colori caldi, tranquillo e solidale, ritmato da una cantilena che sembra una ninna nanna che le pecorelle intonano all'infinito, accompagnate da una specie di ukulele. Qui sono tutti felici, è un vero paradiso in terra, c'è pace e i tramonti sono caldi. Fino a che arrivano i lupi, capitanati dal terribile Linnux. Le pecore sono sempre troppo succulente per un branco famelico di lupi, prima o poi diceva accadere. Ma Khampa è pronto, tira fuori i pugni, contiene i danni e manda i lupi in fuga, facendo sfoggio pure di una super forza mistica che manco Kung Fu Panda. Vittoria. Ma  il buon segugio si tormenta, perché il lupo perderà pure il pelo eccetera eccetera. Serve un drastico cambio di scenario per il paesino tra i monti: basta musichette e bisbocce, militarizzare tutti è la parola d'ordine. Così Khampa chiude dietro solide sbarre e a doppia mandata gli strumenti musicali del paese. Si inventa degli assurdi e buffissimi pupazzi - costumi da segugi muscolosi e incazzosi, con testa di cartapesta a molla, e si ostina a farli indossare alle pecorelle maschio, impegnandole in una ronda continua . Ed è assurdo, perché le pecorelle stanno più tempo sotto la doccia di quanto siano schierate, perché le pecorelle amano essere profumate e morbidose e per conservare il loro pelo il villaggio dispone addirittura di una specie di centro benessere ultra-frequentato, ma Khampa non si arrende, vuole i suoi soldati. Picchetta il villaggio dappertutto con questi pupazzoni goffi e sta ad aspettare, come Drogo nel Deserto dei Tartari, che i lupi tornino. E li attende per così tanto tempo che il suo cucciolo, Bodi, intanto è cresciuto. Solo che è un cane diverso dal padre. Se la ricorda la musica che coinvolgeva il piccolo villaggio di quando era piccolo e letteralmente un giorno cade dal cielo una radio, carica di nuove e strane musiche e di un ritmo coinvolgente che prende corpo nota dopo nota nell'immaginazione di Bodi, in un momento molto bello e psichedelico (e con il Doctor Strange in sala la psiche Delia oggi sta a mille). Bodi vuole suonare, ha deciso. Diventare un cantante e per questo non c'è nulla di meglio che andare nella grande città, frequentare il suo gigantesco parco dove si assiepano le rock banda più cool e conoscere la arcigna, solitaria e carismatica rockstar Angus Scattergood. Gli manca solo il permesso di Khampa per poter realizzare i suoi sogni, ma riuscirà ad ottenerlo? E soprattutto, saprà la grande città assecondare i suoi sogni?



Dalla Cina con passione: c'è tanto amore e tanta passione dietro a questo cartone animato dedicato ai più piccoli e diretto dal regista di Surf'up. La comicità è molto slapstick e il buon Angus, che quando arriva riesce a dominare la scena, sembra per movenze quasi un epigono della pantera rosa. La musica è coinvolgente e prende magicamente e psichedelicamente forma in una delle più riuscite sequenze della pellicola, le piccole rock band che assiepano il parco della città sono divertenti, colorate ed è un peccato non abbiano uno spazio maggiore. La storia della grande città che porta o meno grandi sogni la abbiamo già vista di recente in Zootropolis, anche lì con animali antropomorfi che vivono in una società multi-taglia, ma è sempre graziosa. Lo skyline qui non è ugualmente faraonico, ma "in piccolo" tutto è più che gradevole, a partire dal villaggio di montagna con le sue pecorelle setose. Peccato che la storia dei lupi, così come la loro caratterizzazione, faccia un po' acqua. Peccato che l'animazione sia a tratti altalenante e paghi il fatto di non essere una mega produzione. Ma ad ogni modo il film è carino, molto godibile, semplice e di sicura presa sui bambini. Magari gli adulti tra una scena e l'altra, complice un ritmo non travolgente, si faranno qualche sbadiglio ma Rock Dog è un film al quale si fa davvero fatica a volere male. 
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lunedì 5 dicembre 2016

Un natale al sud





- Suggestive suggestioni: Solo un anno fa Perfetti sconosciuti indagava su quelle "scatole nere del nostro privato" che sono diventati i telefoni cellulari. Strumenti votati alla socialità e alla condivisione trasformatisi in breve in mondi virtuali coperti da password e anonimato, in occasioni troppo ghiotte per crearsi alla luce del laptop autentiche vite alternative, ampliando sogni fedifraghi. Tutti c'hanno i loro scheletrini virtuali nel cloud al giorno d'oggi, ma le corna e le situazioni più scomode, pur virtuali, sono destinate a essere fragorosamente svelate alla prima prova di lealtà che un partner troppo geloso o troppo sadico vuole infliggere al doppiogiochista più incauto. Perché i grandi tradimenti poco possono resistere alla protezione di pur costosi pezzi di plastica. Ne usciva un grande film, godurioso e cattivo, che faceva più paura di cento horror con protagonisti pupazzi satanici inquietanti, perché ci mostrava quanto eravamo diventati piccoli (pur tecnologicissimi) come uomini medi. Uno degli sceneggiatori di Perfetti Sconosciuti torna sul luogo del delitto, la "commedia tecnologica", a raccontare la vita 2.0 ai tempi dei social. In un resort pugliese il sito di incontri Cupido 2.0 ha organizzato un maxi incontro-vacanza per i suoi utenti. Sono liberi di incontrarsi dal vivo ma i più timorosi possono anche scegliere di usare un paravento virtuale, perché il resort è pieno di telecamere e si può benissimo continuare a parlarsi da dietro uno schermo. L'evento è gestito da due fashion blogger di eccezione. Uno, sempre sorridente, vive nel culto del proprio corpo, mascherando con le telecamere lo squallore di trascorrere una vita ordinaria ancorato ancora nella casa dei suoi genitori all'alba dei cinquant'anni. L'altra, sempre sorridente, non crede più di riuscire a provare dei sentimenti e decide di sperimentare la pillola chimica "Happy", che permette di innamorarsi perdutamente della prima persona che si incontra ma il cui effetto è vincolato solo a un uso continuato del farmaco. Poteva essere May we chat di Philip Yung, poteva avere aspetti dell'horror Unfriended di Levan Gabriazde, poteva suggerire scenari alla Simone di Andrew Niccol. Si poteva introdurre la giusta fobia (perché reale) del "grande fratello" oggi stesso al cinema con lo Snowden di Oliver Stone. Si poteva aggiornare i teneri film di fine anni novanta sull'amore virtuale, un novello amore platonico quanto "mutualmente spaventato" in un contesto di utenti techno-reclusi che patiscono il dilemma del porcospino. E quanto sarebbe stato ganzo creare sulla base della pillola Happy una versione malinconica e cinica, da pura fame chimica, dell'indimenticato Amore a prima svista dei fratelli Farrelly? Io ci avrei messo dentro anche la dipendenza e l'impossibilità di tornare ad amare che sfugge davanti agli occhi, come in un film di Michael Gondry shakerato con il più caustico Charlie Kaufman. Questo per dirvi che Gianluca Bomprezzi è uno sceneggiatore con cui si potrebbe volare alto, molto alto. Ma qui siamo in un cinepanettone e molti di questi ottimi spunti sono un po' sacrificati solo a uso ridere. Solo degli zuccherini sfiziosi di zucchero, che cambiano di poco il gusto finale della ricetta. Quindi togliamo la cornice sbriluccicante da fantascienza relazionale del presente o da "commedia tecnologica" e immergiamoci in quello che più propriamente il film vuole essere.


- La visione della (poca) fibra da vicino (Elio e le Storie tese cit.): ok ci troviamo dopo il tramonto in una gesina (piccola chiesa) del nord, coperta dalla neve e con le luci accese come nella réclame dei panettoni. Il carabiniere settentrionale Peppino (Massimo Boldi) e il fioraio meridionale Ambrogio (Biagio Izzo) battibeccano durate la messa, mentre le rispettive mogli Bianca (Debora Villa) e Celeste (Barbara Tabita) sembrano andare amabilmente d'accordo. I rispettivi figli, seduti alle loro spalle, Riccardo (Riccardo Dose) e Simone (Simone Paciello) sono invece con la testa dentro al telefonino, a video-chattare con le loro ragazze virtuali Giulia (Giulia Penna) e Ludovica (Ludovica Bizzaglia), conosciute attraverso il sito di Incontri Cupido 2.0, il seguitissimo servizio che ha per testimonial la avvenente fashion blogger Eva (Anna Tatangelo) e l'influencer Leo (Paolo Conticini). Solo che i ragazzi sono così platonici e timidi che forse non avranno mai il coraggio di incontrare i loro amori, ed è un peccato. I loro genitori, diventati solidali, vogliono che i propri figli vivano relazioni "più felici", più reali e meno virtuali  ("La puoi così toccare, sbaciucchiare e magari dal vivo ti fa anche un seghino!!" Massimo Boldi cit.) e allora decidono di andare tutti al meeting resort di Cupido 2.0 in Puglia. Verso la stessa meta si dirige anche Checco (Enzo Salvi), autista romano che per un gioco del destino ha in macchina le miracolose Happy, capaci di far cadere ai propri piedi tutte le donne del mondo. E il suo obiettivo è prosaicamente "trombare". E ci sarà nel resort pure la Bonas di Avanti un altro, che pare specializzata in burlesque!! Siete pronti per una commedia degli equivoci classica, con tante "scurregge", donne panzone, vecchi arrapati e passere atomiche? E naturalmente con i giovani che sono i veri puri in un mondo di vecchi "mostri" (come li chiamerebbe Dino Risi) che si riciclano  in gag da techno - social fanatici? 


- Si potrebbero almeno vedere delle poppe in un tipo di film che in genere ci fa vedere le poppe? 
Sarò triviale ma il problema di questa pellicola e del cosiddetto "nuovo corso" dei cine-panettoni, così come si sono evoluti dopo lo scisma Boldi-De Sica è questo: hanno fatto sparire le poppe. Ed è un dato identitario mica da ridere, anzi per niente! La risata più crassa, quella "scurreggiona" e ruspante nasce da quel contesto, oramai canonizzato trash-cult, della commediaccia da caserma anni settanta. Ve la ricordate? Era un genere, ormai lontano nella memoria, affastellato da infinite docce spiate dal buco della serratura e da palpeggiamenti maldestri, accompagnati con schiaffoni, sonori) con protagoniste le divine Fenech, Cassini, Russo, Cansino, Bouchet. E che dire delle forme generose di Serena Grandi, Debora Caprioglio, Eleonora Giorgi, Lory del Santo? Certo c'erano i portatori sani di libidine e relativi schiaffoni, tra i tanti Bombolo, Renzo Montagnani, Alvaro Vitali, Lino Banfi, Villaggio, Buzzanca e pure Tognazzi se capitava. Ma le protagoniste erano loro, e loro si aspettavano sullo schermo più di un goal dell'Inter: le poppe. Cinque minuti di battutacce, cinque minuti di docce. Il tempo era diviso gordianamente come al Bagaglino, dove alla satira si alternava il balletto. Il cinepanettone originato del premiato forno dei fratelli Vanzina ha infiocchettato il pacchetto con musiche da hit parade e località ultra vip, giocattoli costosi e modaioli e battutacce a raffica, ma il cuore è sempre stato quello, il "sogno erotico prolungato e anticipato da un lungo strip" che muove il cuor degli uomini, le pulzelle procaci e svestite che, ritualmente (come era rurale alla domenica la pasta al forno) "le uscivano". Poi dai cosiddetti "benpensanti", che in genere è gente che i cinepanettoni non li va a vedere per principio, sono piovute negli anni recenti le accuse (fondatissime, ma anche piuttosto "ovvie") di volgarità e sessismo e il baraccone cinepanettoniano ha iniziato a vacillare. Certo è rimasto il product placement rappresentato da oggetti di scena che potrebbero diventare idee regalo, ma la combinazione "belle donne ignude" più "comici sboccacciati" è stata spinta dolosamente a decadere. Sono rimaste le belle donne, ma ridotte di minutaggio e scene sexy velocissime, quasi fossero quel parente scomodo che "non piace a nonna". Le scenette grevi sono rimaste, ma spogliate di qualsiasi significato perché prima (e pure oggi, cavolo!!) risultavano scritte funzionalmente a fare da intervallo tra una doccia della Fenech e l'altra. Docce saponose e prolungate che erano solo l'apice di un interminabile procedimento seduttivo che qui vengono fatte sparire in modo criminale in cambio di dosi extra di scenette grevi. Detto fuori dai denti: non si può promettere allo spettatore la Bonas che dovrebbe fare uno spogliarello burlesque per poi fermare lo spettacolo prima che si tolga il cappotto pesante invernale e i guanti da neve per passare al pur bravo Biagio Izzo che fa da affettuosa spalla a Boldi (che ormai è bene nazionale e pertanto inattaccabile) in una ricerca senza fine dell'ambito "trombare?". E lo stesso si può dire per la Tatangelo, che sembra sempre scafandrata, non si sa se per ordini di Gigi d'Alessio o meno. E' sessismo aspettarsi per lo meno se non "le poppe" per lo meno un erotismo sottile ma potente, presente e prolungato come quello della Loren che disvelava una delle sue magnifiche gambe da una calza scura in Ieri, oggi e domani? Siamo diventati una società sessuofobica? Tutto può essere, ma da un film che basa il 110% delle sue battute sul sesso, con un Boldi che ci figuriamo eternamente con un paio di slip femminili in testa ad urlare gioioso il mantra "me la ciulo!!! Adesso me là ciulo!!" riferito ad avvenenti forme di donne da calendario camionaro, la mancanza di un po' di sensualità visiva in più si patisce male. Tutto si accenna e taglia via subito. Si ripromette e poi si sega senza pietà. Ma perche? A chi giova tutto ciò ? Spero non per ambire alla commedia sofisticata, perché questo non è Woody Allen, ma, per ritmi e regia, La soldatessa alle grandi manovre senza la soldatessa. 

Dove sei Edwige? Dove sei????
Ci sono nella pellicola i giovani, timidi e carini ma dal minutaggio su schermo risicatissimo e dalla evoluzione emotiva che taglia a tappe forzate in modo così brusco che ce li figuriamo passare da ragazzini a sposati con figli in un amen. Sono loro i tecnodipendenti principali ma di tutte le trovate virtuali che la sceneggiatura potrebbe scatenare si vede ben poco. Barbara Tabita e Monica Villa mi sono piaciute, sono travolgenti e tirano su anche i loro rispettivi partner, la coppia un po' ingolfata di amici per caso formata da Boldi e Izzo. Questa intesa, già nata nella precedente pellicola Matrimonio al Sud, funziona, ma deve uscire dall'ottica degli sketch brevi da commediaccia da caserma per tirare fuori il meglio che ha da offrire, deve avere più tempo sullo schermo. In tutto questo clima di incertezza, dove domina più il rimpianto che la gioia, c'è una sola certezza, un uomo solo al comando: Enzo Salvi. Salvi è fenomenale e fa davvero morire dal ridere, sempre. Ha i giusti tempi e la giusta faccia per entrare nel pantheon dei comici più boccacceschi (per dirla con un'espressione che amerebbe Brass), se qualcuno prendesse il coraggio a piene mani e allestisse una bella commedia sporcacciona ruspante stile 1970 è lui che vorremmo come Pierino 2.0. E quindi, cercasi Fenech 2.0 disperatamente. 
- Chi non ride in compagnia.. 

Un natale al sud parte da spunti davvero interessanti,che purtroppo non vengono molto sfruttati ai fini della trama. Disegna la canonica commedia degli equivoci, virtualmente (troppo poco) porcellona, che riesce comunque grazie alle amate "scurregge" a strappare qualche risata, soprattutto per meriti di Salvi. Infine, per un istante, raggiunge toni incredibilmente alti e crepuscolari SPOILER con un Boldi che sul finale, per una strana, curiosa e surreale scena, si siede tra le poltroncine di un cinema a guardare il suo film, questo film, con tutta la voglia del mondo di augurarci un buon Natale, sperando di averci regalato qualche risata. Un momento molto umano e intimo che ci ha colpito, FINE SPOILER che per un attimo ci fanno quasi commuovere. Tirando le somme queste pellicola non si discosta troppo dai cinepanettoni degli ultimi anni, limando parolacce e volgarità in un modo che per me appare autodistruttivo ma che forse per i produttori paga. Non è un capolavoro, ma probabilmente non ambiva a esserlo. Tuttavia io in alcune scene ho riso, e riso di gusto. Dai a Cesare. 
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sabato 3 dicembre 2016

Dylan Dog n.362 : Dopo un lungo silenzio




Mini-sinossi: 
Dylan Dog ha un nuovo cliente, Owen, un uomo che crede di vedere la propria moglie, deceduta da tempo, nella sua casa, seduta sulla sedia del soggiorno. Una presenza amica ma con la quale non riesce a parlare. Un'immagine di un passato felice che crede di riuscire meglio a vedere se aiutato con l'alcol. Anche Dylan torna a pensare al bere. E' passato tanto tempo, ormai non può che essere guarito da quella dipendenza che lo ha afflitto per anni e un bicchiere ogni tanto, in fondo, che male può fare? Così l'indagatore dell'incubo si sottopone allo stesso trattamento del suo cliente, sceglie una lente liquida per definire le cose, fino a che sembra anche a lui di scorgere sulla sedia di quel salotto una figura femminile. Un'apparizione che  diventa l'unico fantasma al mondo. Perché di colpo anche la medium più potente di Londra, madame Trelkovski (accompagnata da due meravigliosi ghost hunters moderni che ricordano in tutto e per tutto i mitici Tucker e Specs di Insidious) ammette candidamente a Dylan che se i fantasmi sono mai esistiti, lei non ne ha mai visti. Perché le storie sono un conto, ma la realtà è chirurgia applicata ai sentimenti e dove non vi è evidenza manca ogni tipo di magia, e l'uomo è solo una montagnola di cenere dispersa nell'universo. Ma sarà davvero così? Come ha fatto a diventare così strano il mondo di Dylan Dog?
- l'ho letto appena è uscito, l'ho divorato, ho pianto. 
E' un numero epocale. Ho scritto e riscritto questa recensione più volte senza riuscire mai a cogliere bene il succo, perdendomi via in ragionamenti astrusi e non richiesti. Cose che non servivano perché questo numero è perfetto, rotondo, sviluppa un messaggio chiaro quanto sofferto ed è la prova dell'immensa generosità del suo autore, Sclavi, che qui si mette davvero a nudo come uomo e come artista. C'è un demone, un unico demone in un mondo in cui tutto il soprannaturale è scomparso di colpo. Ed è il demone della dipendenza dell'alcol, che torna nella vita di Dylan per sconvolgerla e impossessarmene. E' una storia cruda e senza lieto fine, una storia vera per le milioni di persone che ogni giorno cadono nelle dipendenze. Non c'è una sola parola da aggiungere che non sia ridondante, Sclavi scrive secco come una mannaia del bisogno del bere che diventa condanna, di come si presenti dolcemente come un vecchio amico e di come torni a incatenare le sue vittime, di come spesso sembri uno sforzo sovrumano e inutile liberarsi di lui. A dare forza alle sue parole interviene un Casertano straordinario, con disegni che bucano letteralmente la tavola ficcandosi dritti nei nostri incubi. Come una torma di pipistrelli che ci schizzano in faccia dopo essere usciti dalla bocca deforme di un fantasma. Bravi tutti. Un numero che rimarrà di sicuro agli annali anche se la storia è in fondo semplice, anche se non ci sono particolari colpi di scena. Queste storie ha cuore e disperazione tatuati sulle sue pagine, che per parafrasare Shakespeare diventano stoffa per incubi. Non voglio dilungarmi troppo.  Per chi lo ha perso è già uscita una bellissima edizione in grande formato da fumetteria, imperdibile. Ne vale la pena. E' un'occasione, rara, di avere tra le mani un fumetto in grado di guardarci negli occhi e farci sentire a disagio come lettori di fumetti, come sognatori del paranormale, come uomini. Grazie Tiziano. 
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lunedì 28 novembre 2016

Drifters

E' iniziato da poco il simulcast Dynit su VVVVID dell'anime tratto dall'ultimo manga dell'autore di Hellsing
Vi piazzo qui direttamente la intro, che è atomica...



Kota Hirano è un autore che amo alla follia e il suo conte Alucard del manga Hellsing, flagello dei nazi-vampiri, in assoluto uno dei personaggi più Fighi mai creati. Hirano fa un uso gargantuesco dello splatter, disegna personaggi ruvidi con gli occhi da pazzi, riempie le tavole con seimila dettagli e riesce a tirare fuori l'epica anche dal più abusato materiale da b-movie. Quanto J-Pop (e sto aspettando il volume 3 da tre anni... Speriamo qualcosa si smuova in J-pop) ha iniziato la pubblicazione in Italia di Drifters mi sono tuffato a pesce, perché già dalle prime pagine si intravedeva un potenziale pazzesco.
Ne abbiamo già parlato qui tre annetti fa


Ma se non avete voglia di schiacciare il link vi ripeto un po' il succo. La storia funziona, in termini espansi, come nella mitica miniserie Thor: Vikings di Garth Ennis e Glenn Fabry (il copertinista e l'autore di Preacher che gettano Thor e Doctor Strange in una bella apocalisse zombie vichinga... andatevelo a recuperare nel catalogo Panini da libreria, mammaquantoèfigo). Si narra di come molti guerrieri, uomini di scienza e di potere della storia in qualche modo anzitempo "trapassati" non riescano ad accedere al mondo ultraterreno/"Valhalla dei giusti" ma invece vengano reindirizzati in un mondo fantasy senza tempo (roba da elfi, gnomi e draghi) dove sono destinati a combattersi in due macro-fazioni. Nel più orgiastico sogno bagnato di un amante della storia con la S maiuscola (gente che ama si parli di storia anche solo per giocarci un po' sopra nei fumetti... metti che così nascono altri amanti della Storia...),  possiamo trovare nello stesso luogo e stesso tempo e al comando di veri e propri eserciti in quanto "persone straordinarie" Annibale, Scipione l'Africano, Oda Nobunaga, Adolf Hitler, Il barone rosso, Butch Cassidy e Sundance Kid, Giovanna d'Arco, Rasputin, il conte di Saint Germaine e pure quello che sembra a tutti gli effetti, nei panni del super mega boss finale definitivo SPOILER Gesù di Nazaret FINE SPOILER.  



Alcuni di questi mega personaggi entrano nei ranghi dei Drifters in quanto (per decisione di Hirano insindacabile) "eroi morti in battaglia perseguendo sogni di gloria e conquista, ma che non tolleravano giammai di fare del male agli innocenti". Altri rientrano invece nelle file degli Ends, uomini potenti uccisi in momenti di profondo rancore e diventati quindi spiriti inquieti. I Drifters sono eroici e buoni, "duri a morire" e possono fare affidamento sulla loro forza e sulla tecnologia della loro epoca. Gli Ends, decisamente bastardi, hanno acquisito poteri magici e controllano creature leggendarie, per lo più schiavizzando e deprimendo questo mondo fantasy. Ben presto vedrete il barone rosso combattere con il suo caccia contro dei draghi mentre arcieri romani fungono da contraerea e so che il mio socio, che ama la storia, a leggere questa frase è appena svenuto. La vicenda ci far seguire l'arrivo del nobile Shimazu Toyohisa in questo nuovo strano mondo, direttamente dal 1600, anno in cui è stato ucciso nella battaglia di Sekigahara. E poi non vi dico altro che è troppo figo... Ora inizia l'anime, inizia con qualche annetto di ritardo (perché Hirano è piuttosto lento come autore) e soprattutto, come pregavamo in ginocchio tre anni fa non è finito né a Kaze (che da noi dopo aver devastato Agartha non pubblica più) né è finito (almeno da noi) alla "Pagnotta Croccante" (che fino a quando non si deciderà a doppiare in italiano e fare dvd ci starà sempre un po' antipatica). Grazie Dynit. Già incrocio le dita per un adattamento italiano e blu ray con allegati  pupazzi Figma / magliette magari xl / cartoline. E magari sarebbe fico se ci portassi pure Ultimate Hellsing, piangerei di gioia per tre mesi di seguito e per supportarti ti piglierei una o due di quelle cose che distribuisci con Minerva tipo "Squalo-anguilla-minotauro a sei teste contro alligatore-pterodattilo e senza glutine". Che non so se esiste davvero ma sono quasi certo di trovarci dentro Michael Paré...



Tornando all'anime, le cui prime puntate si possono già vedere tramite VVVVID, la regia è di Kenichi Suzuki, che ho apprezzato in un adattamento di JoJo: Stardust Crusader, mentre il chara design è di Ryoji Nakamori (anche Chef animation director) che tra le mille cose ha lavorato sempre adattando Hirano in Hellsing Ultimate. Il primo paio di puntate è niente male e mi sento di incrociare già le dita per il doppiaggio. 
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venerdì 25 novembre 2016

La pelle dell'orso



- Sinossi ruspante: Se sei "boccia", non sai ancora niente del mondo, e il mondo è un posto cattivo, dove bisogna lottare duro e ingoiare rospi enormi per sopravvivere, tirare avanti. Ma nel mondo si trovano anche le donne e le avventure, il coraggio viene ripagato, i padri parlano coi i figli in silenzio pur capendosi benissimo, la montagna fa spavento, ma incanta. Ai confini del piccolo mondo degli uomini c'è il "diaul". Enorme, vorace, implacabile. E' stato buono per un po', ma adesso è tornato a guardare il mondo con i suoi occhi cattivi. Ha già iniziato a squartare il bestiame e arriverà alle case se nessuno lo ferma. Ma chi lo può affrontare il diavolo? Forse i pazzi. Quelli con la pancia svuotata dalla paura, forse perché dal mondo non hanno più nulla da perdere ed è bello andarsene così, giocandosi la vita, per dimostrare chi è uomo da quanto sono fumanti le sue palle. Bello, epico, da applausi e un giro di rosso, di quello buono, per tutti. Ma quando quell'eroe o quel pazzo è tuo padre, la cosa non finisce lì, non può scivolarti via. Anche se è un padre da poco, uno violento e cattivo, è pur sempre un padre. Bisogna andargli dietro perché non finisca male. E andarlo ad aiutare su per i boschi, contro il diavolo, armati solo con uno schioppo rugginoso, non è affare da "boccia". E' impresa da uomo, anche se "uomo" si rischia di non diventarlo mai.
 

- Il far east italico che ci piace: Nel fantastico scenario delle Dolomiti degli anni cinquanta ci arriva dal regista Marco Segato uno scorcio di quello che è il nostro, sempre troppo poco celebrato, cinema di frontiera. Altro che far west degli americani, il "far east". Un mondo antico come le montagne, abitato da diavoli e spettri, difeso da uomini bizzarri di grande coraggio e poche parole. Un mondo narrato spesso da Mauro Corona e portato anche al cinema da Mazzacurati (sul finale del suo La poltrona della felicità) e Bianchini (soprattutto con il suo straordinario horror Oltre il guado - Across the river, di cui abbiamo già parlato qui) e Zampaglione (The Shadows). La pelle dell'orso si muove su questo solco, racconta una storia di montagne e paura, coraggio e umanità. Una storia che fila dritta senza sbavature grazie a interpreti straordinari come Marco Paolini e Leonardo Mason e a un mostro davvero terribile che ci si caccia davanti agli occhi come un vero diavolo. Uno spaventoso orso, enorme e sanguinario, costruito dalla magia dei cinema in un modo tanto naturale che implacabile. Più la caccia si fa serrata, più il mostro avanza cupo e inesorabile come un treno merci. Ci sentiamo dalle parti di Revenant per un attimo (ma senza quel fastidio di "digitale" e "supereroistico"), ma poi finiamo in pieno horror, come in Back Country (dove l'orso sarà più analogico ma molto più splatter e "disumano"), quando intuiamo per la prima volta quanto la palla di pelo sia assolutamente letale e affamata di carne. Affrontare la bestia è per il "boccia" la più primordiale prova iniziatica, il percorso difficile per giungere alla età adulta. E come sempre accade (ma non è scontato, e funziona bene, merito indubbio di Segato che tiene in equilibrio i registri narrativi), al di là del viaggio fisico c'è pure quello spirituale, che passa prima per lo scontro e poi per il riconoscimento della figura paterna. Piccoli uomini arroccati in casette su grandi montagne, che vivono di poco e con poco. Zero tecnologia. Pochi oggetti che li raccontano più delle poche parole che si scambiano tra loro. Le scarpe, da curare come tesoro. Il pane raffermo, che si può rianimare con la pentola fino a farlo tornare commestibile. Lo schioppo, tesoro e dannazione da nascondere e riscoprire solo nei momenti più duri. Oggetti che ossessivamente si adoperano e proteggono e su cui Segato punta la telecamera, rendendoli importanti. L'uso di questi oggetti rimanda la dignità della povertà, che ci arriva diretta come un pungo. Piccoli uomini con pochi poveri oggetti che lottano con il diavolo. Non è Hollywood. Non è un cinema accomodante o consolatorio. Non è L'orso di Annaud.


- Finale: dateci più storie di questo mondo ancora così inesplorato e affascinante. Dateci queste location fuori dal tempo, perché girando per le montagne anche oggi ci si rende conto che questi luoghi esistono ancora, immutati al punto che senza alcuni dettagli parrebbe di stare ancora in pieno medioevo. Il linguaggio utilizzato è ruvido, gutturale, la montagna è sempre uguale e diversa, immortale come i mostri che la abitano, e ha un suono tutto suo, sinistro, tra mille fruscii di rami spezzati. Questi sono i posti nuovi dove dovrebbe girare il cinema italiano moderno. Basta commedie sugli italiani di nord e sud con interpreti sempre uguali, basta con gli psicodrammi della coppia in crisi che vive alla Garbatella, investiamo su questo cinema di frontiera, che ce lo abbiamo solo noi e nemmeno ce ne rendiamo conto.
E' questo il cinema italiano che più ci piace, quello da investirci seriamente sopra, e La pelle dell'orso è uno dei film italiani migliori dell'anno. Sa essere un ottimo film drammatico quanto pellicola di genere. Sa far piangere e pensare, sa commuovere. E fila dritto, con una trama cristallina che lascia il segno. Ve lo consiglio senza remore, guardatelo e passate parola. Poi fateci sapere. 
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mercoledì 23 novembre 2016

Kong Skull Island - il nuovo trailer!


Sembra acido nella fotografia come Apocalypse Now (e John C. Reilly sembra pazzo quanto lo era Dennis Hopper in quella pellicola). Ha un gusto retrò affascinante ed è pieno di mostri giganti. E poi lui è dannatamente grosso e ha quello spettacolare faccia a faccia con Samuel L. Jackson (da pari, sempre da Apocalypse Now,sembra Robert Duvall) che fa intendere un confronto epico. Bello bello. Loki non ha ancora qui la "sua scena", ma c'è ancora tempo per altri trailer da qui a marzo.


E in più lo scimmione butta già gli elicotteri come mosche e quel lucertolone gigante pare proprio un Kaiju. Sembra divertente, King Kong pare avere la pettinatura un po' afro, per adattarsi meglio al contesto storico. Speriamo solo che ci permettano di vederlo un bel po' su schermo 'sto scimmione enorme, magari più di quanto ci hanno fatto vedere Godzilla nel precedente film del futuro regista di Rogue One. A ripensare al film del lucertolone a mesi di distanza (e all'epoca ne uscii più che contento) morde ancora l'insoddisfazione di non aver visto abbastanza mostri, in quel film di mostri. Ho ancora impressa nella retina quella scene stronze in cui si stanno per vedere le vere botte fotoniche ma la regia cambia inquadratura e ce le nasconde quasi del tutto. Speriamo non ricapiti, o che ricapiti meno. Ci si risente verso marzo. 
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domenica 20 novembre 2016

Quel bravo ragazzo



Il grande boss, nascosto nel suo intricato nascondiglio è a letto, c'ha il respiratore attaccato, sta morendo. L'unico pensiero positivo a rallegrarlo è la scoperta di avere trovato un figlio mai conosciuto dal nome tosto come piace a lui "Leone". L'avvocato - consigliere (Ninni Bruschetta) assicura il capo che il delfino smarrito fa parte di un'associazione, ha particolarmente in avversione la legge e che tiene "ippalle". Certo "omette dei dettagli", anche per non aggravare lo stato di salute del suo assistito, ma il boss è felice, vuole incontrarlo e invia due dei suoi picciotti migliori, gli splendidamente "tarantinati" Salvo e Vito. Vito (Tony Sperandeo), è sanguigno, incazzoso e spiccio, ama lo junk food e stare in pace. Vito (Enrico Loverso), è più calmo, zen, vegetariano convinto, divora compulsivamente ciliegie, quasi un tic nervoso. I due arrivano dove si trova il rampollo, ma lo sconforto è tanto. Leone (Herbert Ballerina) è "leone" solo di nome. Fa parte di una "associazione", ma questo si traduce nel fare il chierichetto in una parrocchia. Ha contrasti con legge, ma solo perché un vecchio compagno di classe, ora poliziotto, continua a bullizzarlo. Forse "tiene ippalle", ma dovranno ancora crescergli parecchio, perché è minuto, maldestro, instabile e così "puro" da sembrare un po' rincitrullito. I due sgherri oltre a dover portare questo triste "pacchetto" al boss per esaudire il suo ultimo desiderio dovranno subito dopo ricevere una ulteriore doccia fredda. Per disposizione del capo sarà Leone d'ora in poi a guidare la baracca. Riusciranno i due, accompagnati dal consigliere, a fare di Leone un vero boss in vista della imminente riunione della cupola? Oppure saranno fermati dalla squadra antimafia (guidata da Giampaolo Morelli) che sta seguendo con molto interesse questo passaggio di potere?
- Forse a Benigni "non somiglia per niente", per citare non a caso il modello di riferimento, Johnny Stecchino, ma il "sempliciotto" di Ballerina, con tutti i suoi limiti, è così solare e disarmante che nonostante sia davvero parecchio "rintronato" ci conquista al punto che tifiamo per lui. Il film forse non inventa niente di nuovo, ma funziona, è frizzante e con momenti davvero divertenti. Merito anche di una suggestiva location, di una regia sobria e di attori comprimari di peso, tra cui svettano i divertiti e divertenti picciotti interpretati da Lo Verso e Sperandeo. Quando sono in scena non ce n'è per nessuno, sono loro le vere star e sarebbe bello vederli in una serie tv basata su questi personaggi. Ci sono piaciuti. Bravo Bruschetta, sempre molto misurato, molto carina la Morbelli. L'idea di giocare con temi grossi come la mafia è sempre complicata, come dimostrano film come Noi e la Giulia, ma in un momento storico in cui viene oltremodo celebrata e resa "cool" con prodotti come Gomorra è sempre una boccata di aria pulita quando si cerca di affrontarla con l'arma dell'ironia, seppur leggerissima come in questo caso.
Tutto considerato il film è divertente e godibile, forse un po' derivativo, ma gustoso. Enrico Lando alla regia ci ha molto più convito qui che nelle precedenti prove. Ci rimanda giusto un interrogativo, cioè se Herbert Ballerina riuscirà in futuro un po' ad uscire da questo personaggio, comunque amatissimo, che si è costruito per anni lavorando con Maccio Cappatonda (che qui fa un cameo). Ma oggi in questo film lo abbiamo trovato piuttosto azzeccato. Dovrà iniziare a tremare Checco Zalone? Talk0