giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi: la nostra recensione spoiler free



Sinossi: siccome preferisco vivere, qui non scrivo una singola riga. Ne riparliamo tra un annetto o due

Tra il vecchio e il nuovo: siamo da poco uscito dalla sala, con ancora gli occhi lucidi per l'ultimissima scena prima dei titoli di coda e con un senso di "completezza" che oggi in sala è quanto di più raro e prezioso possibile. Potrei morire domani e questo ultimo Star Wars mi basterebbe, nonostante la saga si sa già che continuerà per un nuovo capitolo, spin-off vari e nuova trilogia con alla guida come per questa pellicola Ryan Johnson. La forza, l'impero, i personaggi, tutto trova una direzione chiara ed autonoma, scrollandosi un po' di dosso quell'aria di fan movie extra lusso che era Il risveglio della forza e cercando, riuscendoci, territori nuovi verso cui espandere l'universo sognato e creato a fine anni '70 da Lucas sulle pagine di un quadernone con pagine gialle in offerta. Dopo aver celebrato nel modo più potente, convincente ed epico la saga storica è tempo in questa pellicola di cedere del tutto il testimone ai giovani e in questo senso il terzo film in programmazione tra due natali sarà una sorpresa assoluta, per ora davvero inimmaginabile. Certo è davvero un salto nel vuoto quello affidato a episodio IX e non stupisce che siamo insorti già problemi con la regia e la sceneggiatura, ma per questo episodio VII siamo ancora nella "safe zone", una safe zone di lusso per una pellicola che in molti hanno già avvicinato a L'impero colpisce ancora per potenza e solidità narrativa. Io non ho ancora  un giudizio netto da esprimere perché sono ancora troppo "caldo", ma delle belle vibrazioni le ho avute. L'universo è in espansione e ci sono nuovi pianeti e creature da esplorare, i personaggi si definiscono spogliandosi dei cliché più triti e diventando finalmente autonomi, l'azione è travolgente e la durata over-size dello spettacolo, 152 minuti, non pesa affatto. 


C'è un po' di Totoro nei Prog, c'è un po' di Nausicaa nelle volpi argentate e pure qualcosa di Final Fantasy nei quasi-chocobo di un certo pianeta. C'è un po' di Shakespeare nell'aria, il Giulio Cesare su tutti. C'è tanta carne al fuoco e in genere ben cucinata, ci sono tante sorprese, alcune anche davvero inaspettate. Alcuni personaggi a dire il vero sono un po' buttati via in questa "corsa al rinnovamento a tutti i costi" (vorrei dirvi chi ma non posso... diciamo soprattutto uno verso il quale c'erano grandi aspettative...) ma la cosa viene compensata dalle performance degli altri. Gli attori sono ottimi, la Fisher e  Hamill addirittura "giganteschi" nel loro arricchire personaggi già iconici. Driver e la Ridley trovano una ottima sinergia che riesce ad espandere al meglio i rispettivi personaggi, Boyega con la Tran fanno altrettanto e perfino la super corazza del personaggio di Isaac un po' si incrina, rivelando una grande umanità. Di contro un Del Toro con un tic nervoso al labiale, mamma mia, pare Jar Jar Binks e pure Laura Dern dai capelli rosa e la sua vice "nasuta" non si possono proprio vedere. 


Ma fortuna che sono eccezioni, fortuna che c'è sempre Chewbacca, che intrattiene siparietti esilaranti con le poiane spaziali. È bello poi vedere, confermando il "canone lucasiano", come la pellicola sia carica di donne forti, come la malvagità si annidi spesso nella paura, come l'ironia sia spesso un'arma letale contro il fanatismo. Forse lo stile di Johnson è un po' schematico, non fa respirare al meglio l'epicità degli scontri tra astronavi (Rogue One in questo aveva una potenza dirompente) e ci sono troppi passaggi veloci tra una scena e l'altra (in un paio di momenti non è chiarissimo da dove arrivino dei personaggi o che fine facciano). Ma sono peccati decisamente veniali per il sottoscritto, roba che non intacca l'alta qualità e la carica rivoluzionaria del film. Preparate i fazzoletti per l'ultima interpretazione di Carrie Fisher. Buon divertimento e che la forza sia con voi e con i vostri figli. Ci sarà sempre un impero da abbattere, ma la resistenza sarà sempre agguerrita e pronta a combattere per quello che davvero conta: le persone a cui vogliamo bene. 
Talk0

sabato 9 dicembre 2017

Amythiville il risveglio - la nostra recensione

"Riuscirà Jason Blum della Blum house a risvegliare il diabolico brand ormai appassito?"



-Sinossi: C'è una casa maledetta in città. È apparentemente accogliente, ma ti guarda male, con quei suoi finestroni / occhiacci che spuntano dell'attico. C'è stato un fatto di sangue terribile, c'è stato un processo mediatico sullo stesso che non ti dico, c'è di mezzo lo scantinato che nasconde dietro a delle assi di legno una stanza rossa degli orrori satanici. Ci sono pure venuti a investigare i Warren, i demonologi "autorizzati dal vaticano" (e alle cui imprese reali sono ispirati i fatti narrati nei film della serie The Conjuring, Annabelle, e i prossimi Nun, Tall Man ecc. ecc.). Tutti conoscono la storia, al punto che ci hanno girato pure un film, un seguito e un remake brutto con Ryan Reynolds ed è carino il gioco meta-storico-cinematografico che imbastisce la pellicola attraverso il personaggio dello studente ultra esperto di horror, che strizza un occhio alla nerdspoilation di Scream. La casa è maledetta, tutti lo sanno e sta pure nei tour turistici cittadini. Ma una madre di famiglia, Joan (Jennifer Jason Leigh, sempre bellissima dai tempi di Inserzione Pericolosa) in quella casaccia ci vuole andare con tanto di figlia adolescente ribelle, figlia piccola in odore di vedere i morti e figlio malatissimo e incatenato a un letto a vita dopo un traumatico evento distruggi - famiglia (Cameron Monaghan, il lanciatissimo e bravissimo "Joker" della serie TV Gotham) di cui lei si sente ovviamente colpevole. Ma la casa costa poco ed è così grande  da permetterle di stare tutto il giorno ad accudire il figlio. Potrebbe essere che tutte le storie di sangue dietro la casaccia siano fesserie. O forse no? 



- Un horror che si diventa ciechi: Certo che se vogliono spaventarmi con questo film di presenze/assenze e di soprannaturale/ (spoiler), molto introspettivo e gustosamente problematico sul concetto di "fede",  non possono mettermi una attrice dalle gambe interminabili e fisico da urlo come Bella Thorne, che interpreta la figlia più grande, Belle, perennemente in body, sguardo arrapante e sul punto da andare sotto una doccia. Ma come si fa? Se siete maschietti preparatevi a stare arrapati per novanta minuti, se siete femminucce preparatevi a mollare una pizza in faccia al moroso che avete accompagnato in sala. E non c'è rimedio!!! La Thorne mi manda in fissa tutto il film e lo fa dall'inizio pure!! Che la strategia di Jason Blum sia di rinverdire la stagione dello slasher anni '80? Però in quei film benedetti da Michael Meyers per lo meno c'era lo splatter liberatorio e ampiamente metaforico a scandire le docce di procaci e "peccaminose" fanciulle. Qui no. Il film ad ambientazione "satanica" e ogni sua possibile velleità drammatica mi si distrugge se contaminato dall'incipiente libidine dello spettatore medio nel vedere questa dea mezza nuda anche solo incedere sulle scale. Ma quali jump scare!!! Che si sposti e lasci vedere quel ben di Dio!!! Anche Maika Monroe in It follows era ugualmente arrapante e dominante sullo schermo, ma quella era un horror che aveva come cardine il sesso e la paura dello stesso, era funzionale alla trama il fatto che fosse una bomba sexy barely legal. 


Qui invece scombussola e distrae da un tipo di entità diabolica che è pure originale e potenzialmente interessante. Il mostro c'è e non c'è, è una specie di Babaduk, è qualcosa che nasce dalla famiglia e si radicalizza nella safe-zone dell'area familiare. La casa è il luogo dove spesso si rifugiano, deluse dalle amicizie e dalla rete sociale, le famiglie che sopportano gravi situazioni dolorose nella loro routine. Il film dimostra, più di mille trattati sulla natura umana, come male, il "diabolico" o quanto è socialmente / giuridicamente sbagliato" diviene quindi un placebo in alternativa al niente, all'urlo di rabbia contro il "niente sociale" che rimane estraneo al dolore che gli si presenta sbattuto in faccia. È un messaggio importate, è una considerazione potente che un film come questo riesce bene a descrivere analizzando rapporti tra i personaggi chiari e dichiarando come il vero orrore esiste nel mondo reale. Il film per questo va bene e si riesce a installare un po' nella testa degli spettatori. Ma bisogna davvero fare uno sforzo psicologico enorme per non distrarsi dalla trama seria e mettersi a scrutare con i bulbi oculari spalancati tutti i centimetri di pelle soda e formosa di Bella Thorne. Ci vediamo tutti dall'oculista. 
Talk0

martedì 5 dicembre 2017

Senza amore - Loveless




- Sinossi: Russia, giorni nostri. Non c'è vita senza amore. Per questo cercare amore è una ricerca costante e febbrile, anche nei posti più disparati e lontani. Genia sta divorziando da un marito che non ama e forse non ha mai amato dopo aver incontrato un uomo più maturo e sorridente. Il suo ex ha trovato una donna più dolce che ora sta portando in grembo suo figlio. Bisogna vendere la casa presto per dividere il ricavato, bisogna ragionare se vivere o meno con una suocera acquisita, bisogna fare in modo che nessuno sappia del divorzio tra i colleghi di lavoro perché la politica aziendale ultra-ortodossa prevede il licenziamento in caso le famiglie dei dipendenti si spezzino dal sacro vincolo matrimoniale. E infine, dopo ogni cosa, c'è un figlio. Un "totem" vivente che la coppia vede come la rappresentazione del partner ora tanto odiato. Un "moccioso" che piange sempre e che è la causa del matrimonio riparatore che ha rovinato a entrambi la vita. Cosa succederebbe se quel bambino un giorno prendesse la porta di casa e sparisse? In Russia per dichiarare un bambino scomparso ufficialmente servono dai sette ai dieci giorni e non c'è organico per le ricerche. Esistono però delle associazioni di volontari. 


- I limiti di una coppia moderna. Lei non ti guarda in faccia, è sempre attaccata al cellulare e posta in continuo foto sui social. Lui pensa ai casini lavorativi che può comportare il divorzio, vive e lavora a tre ore di macchina e cerca una gabola per affrancarsi. Entrambi hanno nuovi partner e sono sessualmente attivissimi. Ma essere genitori per loro è qualcosa di lontanissimo dalla felicità e sognano in qualche modo di liberarsi di quel bambino che hanno in mezzo alla loro vita felice. Poteva essere una commedia nera e avremmo tutti riso della brutale cattiveria di questi algidi e repressi genitori dell'est. Invece è un film durissimo, dal taglio quasi documentaristico che ricorda film dei fratelli Dardenne ("L'Enfant - una storia d'amore" potrebbe essere interessante visto insieme a questo, e se avete tempo e mezzi per un piccolo ciclo da cineforum metteteci dentro pure "Il ragazzo con la bicicletta"). Gli imponenti, freddi e vuoti scenari russi, quasi tendenti al bianco e nero in una fotografia che per noi occidentali è facile accostare a lavori di Wally Pfister, offrono una cornice visiva che non concede scampo ai sentimenti. La natura è matrigna, ombre nere profonde rendono le scene di sesso e le nudità qualcosa senza cuore, la ricerca del bambino riguarda palazzi fatiscenti e obitori disadorni, anche la stessa casa dove abita il bambino viene sezionata e con il tempo spogliata e venduta ad altri. Gli attori mettono in scena personaggi narcisisti e autodistruttivi senza compromessi, senza un'empatia con lo spettatore sullo stile di Hollywood. C'è in loro un senso di famiglia che è scavato nel profondo, che è stato ammaccato dai casi della vita, che vuole rilanciarsi al futuro ma dimenticando il passato. Fanno comprendere a pieno il loro dramma interiore ma non aspirano ad esserci amici e questo distacco emotivo aiuta a guardarli dapprima con sguardo da entomologi e solo infine con sguardo umano. Lo spettatore si può sentire quindi giudice dei fatti in scena, ma alla fine arriva, potente, un coinvolgimento emotivo che si porterà a casa fin dopo la visione. 



- Conclusioni:  Senza amore è un film duro, crudele e oggi assolutamente indispensabile per aprire un dibattito serio su cosa significa essere una coppia e genitori. Mette in scena l'autopsia di rapporto di coppia moderno, con dinamiche non troppo diverse da quello che capita ogni giorno anche in Italia, e getta ombre oscure su dove possa finire la genitorialità quando i figli diventano invisibili ai loro stessi genitori. E anche queste sono cose che capitano e di cui spesso non si parla in quanto rimangono nel "dark number" delle violenze domestiche non segnalate. Questo film colpisce come un pugno allo stomaco e ti rimane in testa. È un buon punto di inizio per una riflessione. 
Talk0

domenica 3 dicembre 2017

Dickens: l'uomo che inventò il Natale. La nostra recensione!


Londra, metà 1800. Lo scrittore Charles Dickens (Dan Stevens, molto bravo) tornava da una trionfale tournée negli Stati Uniti dopo aver raggiunto il massimo del successo con il suo Oliver Twist. Era un rivoluzionario che riusciva nei suoi scritti a dare la voce alla parte della società più povera e maltrattata. Qualcuno lo definiva già il nuovo Shakespeare. Charles ci aveva messo tutto se stesso in quell'opera, il suo passato e la crudeltà della società, aveva "dato tutto". Passavano tre anni e il nostro eroe, un po' di fiaschi editoriali pesantissimi dopo, era a terra. Di colpo non era più sulla cresta, nessuno parlava di lui e gli americani erano pure mezzi incazzati per come il nostro, improvvisandosi un Beppe Severgnini ante litteram, li ritraeva  nella guida di viaggio "American Notes for general Circulation". L'entusiasmo ormai era lontano. Lo scrittore arrivava allora al punto di fare economia sulle candele... quegli oggetti ricavati dal lavoro di piccoli insetti a righe che nell'antichità servivano (le candele, non gli insetti) per l'illuminazione dell'abitazione... accadeva prima dell'avvento degli smart phone. Intanto la famiglia dickensiana, insensibile, richiedeva sempre più dispendi economici per quella serie di inezie quotidiane che racchiudevano il "vivere". La moglie (Morfydd Clark) voleva più attenzioni coniugali ma soprattutto un piastrellista di grido per rinnovare la casa, il padre (Jonathan Pryce) era tornato in zona, in cerca probabilmente più di soldi che di abbracci, visto che cercava di continuo di rivendere gli autografi del figlio al banco dei pugni locale. E poi appena si girava trovava un critico rompiscatole (Ian McNeice), che orgasmava nell'inseguirlo ogni volta che usciva di casa cercando di sputtanarlo in pubblico nel modo più spettacolare possibile. Fortuna che c'èra Foster (Justin Edwards), l'amico e consigliere di sempre, grosso come un orso ma tenero di cuore, la spalla su cui piangere, l'uomo delle decisioni pratiche. Fortuna che in casa era arrivata la giovane e orfana bambinaia Tara (Anna Murphy), che raccontava ai figli magnifiche storie della tradizione scozzese che intrecciavano  fantasmi e feste. E proprio dall'ascolto di quei racconti scattò qualcosa nella testa dell'autore, la voglia di creare una storia... sui fantasmi e sul Natale. Qualcosa all'inizio senza una vera forma definita, forse un horror come quelli che erano tanto di moda o forse una favola. Doveva intitolarsi "Sciocchezze!" o "Ballata di Natale" o "una roba di Natale", doveva contenere della satira come cercare di risalire ai motivi più profondi per cui quella ricorrenza, "nell'oggi vittoriano", appariva solo frivola e per bambini. Si era perso il senso vero del Natale a Londra, ma  stringi stringi Dickens ambiva all'equivalente del "disco di Natale" di Mario Biondi. Tra i problemi della vita quotidiana e la ricerca dell'ispirazione, tra editori che subito gli bocciavano il progetto e illustratori con poca immaginazione, finalmente compariva davanti all'autore, evocato attraverso un nome accattivante, il protagonista della sua nuova opera, Ebenezer Scrooge (Christopher Plummer). Un uomo avido e iracondo, burbero e insensibile, vecchio e ricurvo, con un brutto cilindro in testa e occhietti cattivi piccoli piccoli. L'uomo che  idealmente era la somma di tutto quanto si trovava di sbagliato nella variegata umanità che Dickens riusciva a scovare tra le vie di Londra di metà '800. Un essere sentimentalmente sterile e socialmente  orribile, lo specchio della più brutta borghesia arricchita. Un mostro, ma che più passava il tempo assomigliava al suo autore. Dickens non vedeva più allo specchio il piccolo Oliver Twist, ma il vecchio e corrotto Scrooge. I 3 celebri fantasmi sarebbero riusciti a salvare l'animo di Ebenezer e di Charles?


- Una delle storie più famose al mondo. Il canto di Natale non ha bisogno di nessuna presentazione credo. Ne hanno fatto milioni di adattamenti e declinazioni. A me piace in particolar modo S.O.S fantasmi con Bill Murray e quando ero bambino pensavo che la storia originale fosse Il canto di Natale di Topolino. Trovo invece magnifico, ma terrorizzante più di tutte le pellicole Blum House, l'adattamento di Robert Zemekis. È roba da incubi anche a distanza di anni e non lo vedo proprio adatto ai più piccoli e sensibili. Questa pellicola diretta da Bharat Nalluri di produzione ultra-british-deluxe si basa invece sull'omonimo libro del 2008, che parla in modo meta-testuale della realizzazione di quel racconto. È leggero, è ultra-natalizio, riesce in più punti a commuovere, ma come tutti i racconti di fantasmi fa anche paura. 
Perché ci sono le ghirlande, i canti per le strade, la neve e un registro narrativo pieno di ironia e buoni sentimenti, ma sotto la cornice sgargiante c'è molto di più e spesso il magnifico presepe vivente vittoriano nasconde contorni oscuri. Sotto il vischio, la Londra rappresentata in cartongesso è un cancrenoso agglomerato urbano alla Sweeney Todd, dove tra i fumi delle fabbriche e le carrozze veloci si assiepa un'umanità avvizzita, aguzzina contro i deboli e perennemente armata e crudele contro la peste della povertà. Una malattia che, espandendosi quasi invisibile, dalle zone in ombra delle strade percorre ogni vicolo, dalla periferia fino al centro. I poveri sono troppi. È storicamente l'epoca degli ingloriosi editti contro i poveri, l'epoca delle ingloriose case-lavoro, degli "orfani" per debiti dei genitori. È l'epoca della fuliggine nera, delle catene di montaggio, dei furti per qualcosa da mangiare, dei bambini tenuti in catene. Ma diviene anche, a contrasto, il periodo delle più grandi rivoluzioni sociali, dei social worker e di una importante rinascita morale. Movimenti che trovano il cuore e la forza di agire anche in Charles Dickens. Con il suo libro Oliver Twist aveva puntato il faro sugli ultimi, sui bambini dello "stato", delle strade e delle fabbriche e su chi non troppo amorevolmente si curava di loro. Ha fatto vedere i poveri come persone e non come "zombie" o come malattie. C'è tutto questo nel film, ombre e luci, speranze e paure, ipocrisie e forze di un secolo, di un secolo oscuro ma anche di rinnovamento, infiocchettato da una gradevole patina natalizia "marcia", merito di un ottimo mix di fotografia, scenografia e costumi. In una felice intuizione registico/letterario/narrativa Dickens vede tra i volti delle persone di questa Londra i "suoi" personaggi, gli attori dei suoi racconti più noti e per il lettore attento riconoscibili. Questi personaggi vicino e agiscono assumendo quasi l'aspetto di personali fantasmi/personalità multiple dell'autore, con cui egli ha un dialogo esclusivo e pazzerello. Fantasmi emotivi, coro greco della sua morale e vere e proprie ossessioni visive e auditive, questi personaggi che gli parlano "dalla testa". Lo specchio delle forze emotive da imbrigliare e ordinare per riuscire a dare corpo al racconto. Gli appaiono di notte, al buio vicino al letto, mentre è al bagno, in strada, nei sogni. Gli appaiono di giorno, intrufolandosi dei discorsi che gli fanno le persone reali. Lo terrorizzano, lo confondono, lo ispirano. E questi personaggi sono pure autonomi, hanno le loro "libere uscite". Al punto che si ritrovano tra loro anche in assenza dell'autore stesso attorno al tavolo dove Dickens compone la sua opera. A volte lavorano di "brain storming", a volte sembrano persone scocciate a una riunione di condominio, a volte pazienti di uno psicologo assente che si lamentano in sala d'attesa di come questi non li ascolti abbastanza. In questo aspetto "metaforico - fantasmatico"  il film, rileggendo Il canto di Natale in modo genuino quanto innovativo, diventa una delle più lucide e geniali rappresentazioni di come la mente di uno scrittore agisca e crei dal nulla un romanzo. E in tutta la follia della messa in scena questa riflessione sull'ispirazione appare così chiara e precisa che la pellicola andrebbe fatta vedere nelle scuole. Naturalmente e funzionalmente alla messa in scena l'ossessione più forte è Scrooge, interpretato da un faustiano, perfetto Christopher Plummer. Slanciato ma ricurvo, sdrucido e infermo nei passi, dalla voce catramosa. Un'autentica corazza umana, solcata in viso da rughe profonde e nette come intagliate da una quercia. Scrooge è terribile, è austero, è senza speranza, è sarcastico, è irrisolto. È autentico, vivo. Combatte costantemente con la solarità "dimessa" del Dickens di Stevens, un uomo complesso che sopravvive quasi solo grazie al suo sense of humour. Scrooge affronta la forza morale dell'autore e spesso la vince, confonde le carte, crea emotivamente riflessione autentica.
Se pensate dal trailer che questo film sia solo una strenna natalizia dai temi per noi troppo "British" e troppo distanti qui in verità c'è molto di più. Ci sono tre spiriti. Una commedia leggera e agrodolce che è specchio del presente, un dramma tragico e spaventoso che racconta il passato attraverso dei flashback plumbei, una storia di fantasmi e speranze che nascono nell'intimo e aspirano a creare dalla riflessione un futuro. Tre livelli di lettura e tre anime per un film "strenna natalizia"


- Il senso del Natale: Natale è Coca Cola (Miracolo nella 34sima strada), Natale sono le vacanze ai tropici (Fuga dal Natale) o sulla neve (Vacanze di Natale) o a casa da soli (Mamma ho perso l'aereo). Natale sono i bilanci di fine anno (Una poltrona per due), Natale sono i parenti che ti invadono (Ogni maledetto Natale), Natale è per qualcuno un giorno brutto (Gremlins), se non davvero un incubo (Krampus). Natale è una fiaba (Nightmare before Christmas). Natale è la corsa ai regali per mantenere una promessa  (Una promessa è una promessa), è "provare a fare i buoni" (Santa Clause) Natale è fare l'albero e gli addobbi più belli (Elf), Natale è stare con qualcuno di cui ci si è colpevolmente dimenticati e con chi è meno fortunato, come in S.O.S. Fantasmi e, ovviamente, per proprietà transitiva qui. Natale incarna un forte "dover ricevere" nel momento dell'anno più freddo e difficile, ma sua vera potenza (dicono i saggi e le frasi nei cioccolatini) sta nel "dare" agli altri e a se stessi, un po' di amore, una seconda possibilità. Pace ai cuori  anche di chi per vivere deve avere, per citare Dickens, "sangue di ferro e cuore di ghiaccio" e riesce a vedere la bellezza di un "prato ancora florido all'interno di un cimitero". Dickens è questo. Dickens rende evidenti bisogni umani inestinguibili che la Storia ha spesso dato per scontati e che lui rivela scavando a fondo dentro se stesso. Basta analizzare le due "parole chiave" che mette nella pellicola in bocca a Scrooge , cercando significato più profondo. Il denaro è "sicurezza", ma perché ti allontana dal tornare a vivere per strada. "Il giorno di Natale è uno spreco di tempo", perché il padrone il giorno dopo terrà conto del ritardo dei lavori accumulata in quella mezza giornata di ferie imposta per legge. In un mondo di poveri chi è "solo" avido può essere per questo cattivo? Non è solo un ragazzino un tempo povero che ha paura di tornare povero e ha paura di aprirsi agli altri temendo di deluderli? Ma poi il Natale irrompe in quel periodo dell'anno, preceduto dal Black Friday. Con i canti per le strade, l'invasione di parenti, le raccolte di beneficenza, l'esigenza normativa di "stare insieme". Costringe a mettere tutto in pausa, cose "serie"comprese, mette davanti alla fatica di relazionarsi con chi eravamo prima per gli alti, con chi siamo oggi per gli altri, con chi saremo in futuro per gli altri. Anche nella paura e nella miseria nessun uomo è un'isola e il Natale è una terapia d'urto potente (come nel classico La vita è meravigliosa). Ci fa scoprire che non siamo mai davvero soli, anche se apparentemente non abbiamo legami. Certo serve uno sforzo a volte indicibile per scavare dentro se stessi, ma opere come A Christmas Carol possono aiutare a comprendere la bellezza di questo evento e apprezzarlo... anche se la Nintendo Switch costa ancora troppo per le tasche e il mutuo da pagare di babbo natale. 



-Conclusione: Dickens l'uomo che inventò il Natale non è davvero niente male, ha più chiavi di lettura e può piacere anche ai più piccoli, a patto che conoscano un po' il racconto (ma abbiate cuore per loro, non infliggergli il catone animato horror di Zemekis). Ci si diverte, ci si commuove, si riflette e non si ha mai l'idea di assistere ad uno spettacolo a troppo tasso glicemico. Natale è sempre Coca Cola, ma questa volta in versione light. 
Talk0

martedì 28 novembre 2017

Justice League : la nostra recensione



Sinossi fatta male: Superman (Henry Cavill), spoiler per chi non ha visto Batman v Superman o qualsiasi trailer di un prodotto DC comics degli ultimi 2 anni, è morto immolandosi/salvandoci da un mostro alieno in brutta computer grafica e ora la terra, ricolma ormai di marchandising vario commemorativo sull'uomo di Kripton, appare indifesa agli occhi di terribili minacce cosmiche (di cui si faceva già menzione in una versione home video ultra-cara-ultra-speciale di Batman v Superman). È così che carico di aspettative di conquista giunge sul pianeta azzurro quel molesto rompiscatole di Steppenwolf, un gigantesco alieno in altrettanto brutta computer grafica (ma cambiare gli addetti ai lavori mai, vero?) dall'elmo cornuto che aveva già provato a fare macelli sulla terra nella cosiddetta era degli eroi. A quei tempi le aveva prese da un esercito composto da atlantidei, amazzoni e umani, supportato eccezionalmente pure dalle lanterne verdi e da divinità varie. Certo che a pensare che la punta dell'esercito terrestre erano le stesse amazzoni che in Wonder Woman vengono falciate via da un paio di nazisti con il mitra, 'sto Steppenwolf non pare tutta 'sta cosa... ma comunque all'epoca lo avevano affrontato con più comparse digitali del prologo del Signore degli Anelli. Alla fine se ne era andato via piangendo tutto incazzato con i sottoposti che lo trattenevano (in una scena assurda stile Dragonball) e mente i terrestri gli avevano pure ciulato le sue indispensabili scatole del potere. Per preservare la pace i tre popoli terrestri si erano divisi e avevano nascosto in modo introvabile queste scatole, la fonte del potere del tizio cornuto. E ora il tizio è tornato a riprendersele in assenza di qualcuno che potrebbe dargliele come nella sua prima uscita, ricercando le box stile sfere del drago, accompagnato da uno stormo di omini-zanzare abbastanza debolucci con occhialoni da saldatori. Incredibilmente e inaspettatamente la scatola custodita dalle amazzoni viene recuperata subito, nell'incredulità della sala cinematografica (in una scena che, "dai a Cesare", è pure piuttosto figa). Non facciamo in tempo a conoscere gli atlantidei, in quanto il film su Aquaman uscirà solo nell'estate 2018, ma questi si dimostrano già ampiamente delle pippe che in una scena fuori campo (si vede costava troppo) si fanno rubare la seconda sfera. Chi lo affronterà 'sto mostro di disumana potenza? Dove sono finiti i nazisti di inizio '900 con le mitragliatrici, che nel mondo DC sono più forti delle amazzoni? Fortuna che Batman e Wonder Woman hanno da poco aperto la stagione degli abbonamenti alla Justice League, la lega dei buoni tizi in costume con poteri/denaro. Così, per dirla come un fan della DC vorrebbe, i metaumani, i campioni semi-divini dell'umanità, potranno scontrarsi con i para-demoni / i cattivi davvero cattivi. Ma qualcuno vorrà davvero unirsi ai superamici? Sono riluttanti all'idea, ma abbastanza interessati, un uomo di latta un po' triste e tanto noioso/patetico/inutile/inespressivo (il cui scopo nel gruppo è per lo più risolvere dei mumbojumbo tecnologici a caso prendendo il posto del classico "tizio che sta sulla sedia davanti al computer", ultimamente celebrato anche in Spiderman Homecoming), un ragazzo velocissimo, che sa inciampare e potrebbe andare ovunque se solo avesse il senso dell'orientamento (timido, un po' ipocondriaco e un po' logorroico  ma anche simpatico) e un tizio barbuto ubriaco che picchia duro e dice di saper parlare con i pesci (e non fa molto altro a dire il vero, ma picchia in modo esaltante e ha bei tatuaggi che per il pubblico femminile in sala, abbinati a una montagna di muscoli esposta sovente a torso nudo in combo a jeans stretti che evidenziano un "pacco" significativo, fanno la loro porca figura).  



-Ok tagliamo corto: miglior film della DC Comics dell'ultimo periodo? Dove Suicide Squad falliva (nel creare azione che fosse un minimo sensata per lo meno nel rappresentare le scale di forza... per tacere di tutti gli altri casini che la pellicola portava in dote), dove Batman v Superman falliva (nel creare uno scontro ideologico/politico/sociale che fosse sensato e che durasse per lo meno più di sei minuti in quattro ore di pellicola), dove Wonder Woman "parzialmente" falliva (nel creare una backstory credibile e non infantile e soprattutto sensata), dove Man of Steel falliva (nel creare ambiguità sulla figura dell'eroe, che risulta un po' insensato in effetti oltre che dai tratti sinceramente schizzoidi), l'ultima pellicola DC ce la fa. Justice League risolve quindi tutti i dubbi nati dalle pellicole precedenti? No, ma scegliendo di non affrontare certi (se non tutti) argomenti "elaborati" (o non avendo strumenti materiali per farlo) si semplifica enormemente la vita. Non ambisce a creare una ricercata drammaticità che finora a questi film è riuscita sempre male (vi rimando per pigrizia a quanto già detto nei post su Batman v Superman e compagnia) e si dedica all'azione, a un po' di umorismo, ai botti e alle botte. Tanti botti e tante botte. E meno male. Niente John Kent che chiede a Superman di salvare il cane e lasciarlo morire in un vortice. Niente pedestri scene "Martha". Niente "cattivi che non puoi mostrare davvero cattivi" e che dopo averli switchati in buoni sarà un caos ri -girare a cattivi. Niente modelle di Victoria Secret poliglotte che vivono come monache su di un'isola. Niente casini. È sicuramente una sconfitta il fatto che questo cinema così sfacciatamente commerciale e costoso (per ora) finisca per essere essenzialmente cinema "colorato", di botte e di botti. È una sconfitta che qui non si corrano "rischi" narrativi, che non ci si ponga l'obiettivo di fare una riflessione seria  su quell'epica moderna a stelle e strisce cui tanto ambisce la DC Comics. Certo non è chissà quale grande scoperta il fatto che le cose stiano in questi termini per le cosiddette "Royal Rumble", i film corali che puntano a portare nelle sale soprattutto per la voglia di divertirsi senza patemi bambini con genitori accompagnanti e adulti spensierati (80% di botte e botti, 15% trama e 5% anticipazioni di prossimi film). In questo, Justice League è divertente, un po' sgraziato (non si comprende come la computer grafica nei film di supereroi DC sia così arretrata e quanto il montaggio sia così tirato via) ma non quanto Suicide Squad, non dura troppo. Però stiamo sempre lì, nell'area "guilty pleasure", nella serie b lussuosa che vorrebbe urlare Signore degli anelli, ma porta in scena roba stile The librarian. Il che è un po' surreale se si pensa (anzi si ripensa) ad un budget di produzione attestato su oltre 300 mostruosi milioni di dollari.
Si avverte che manchi qualcosa.



DC punta a qualcosa di più semplice e meno difficile da sbagliare anche e purtroppo perché non può fare diversamente, perché il progetto filmico sulla Justice League è stato un casino maledetto fin dall'origine. Doveva essere diviso in due film e poi si è ridotto a uno, dopo l'infelice esordio di Batman V Superman. Doveva essere completato da Snyder (e certe voci dicono che lo abbia pure completato ma la sua versione è stata cassata agli screen test), ma il regista per un lutto familiare si è dovuto allontanare ed è subentrato un regista con uno stile molto diverso (Whedon, e in molti momenti del film si nota una mano diversa di fatto) che ha rigirato e squilibrato un po' il tono. Doveva durare tre ore e due settimane prima dell'uscita è stato sforbiciato a due per avere più spettacoli in sala (ovviamente queste cose non si decidono mai mesi prima). Si è speso una follia per rimuovere i baffi a Cavill, baffi che doveva tenerli "belli baffuti" per un impegno con la Paramount e Tom Cruise, il prossimo Mission: Impossible. Non bastava che in quel film li avesse posticci perché probabilmente Tom Cruise ci si doveva aggrappare in una scena per non cadere in un burrone, il regista non ha voluto sentire ragioni e Cavill sul set di Justice League era con baffi poi rimossi digitalmente con il triplo del costo della cg per Steppenwolf. Al netto dei casini cui si sommano esigenze di sponsor solite, viene così fuori un'opera, anche questa volta, ben differente dalla trasposizione fedele di Kingdom come di Ross, Il cavaliere oscuro di Miller o Arkham Asylum di Morrison. Meno male che si riesce in questo frankenstein filmico a inserire almeno un intreccio semplice/logico a uso dei più piccoli, con morale spicciola in stile "combattiamo i nostri avversari insieme valorizzando le nostre abilità, copriamoci le spalle a vicenda perché siamo una squadra, litighiamo ma poi facciamo pace perché siamo veri amici". Messaggi che vanno benissimo e bastano se appunto hai dieci anni e il problema motivazionale più grosso è che devi giocare a calcetto contro la terza b nell'intervallo, ma materiale che non attira forse troppo chi è più grandicello e ha una visione della vita più complessa e critica, che dai supereroi "pretende", magari perché viziato troppo bene dai vari Ross, Miller, Morrison, Ellis, Gaiman ecc. che producono fumetti più autoriali se non Pulitzer alla letteratura. Mentre il Premio Pulitzer può però scrivere quello che gli pare, chi produce per le grandi masse deve non urtare nessun tipo di "massa", accontentare tutti gli sponsor e mettere in cabina di regia pure gli elementi più psicopatici e ipocondriaci tra i produttori mondiali con buona pace di addetti ai lavori specializzati in cinema. Metti poi che succedendo problemi grossi come un regista con poco polso o con problemi personali da sostituire in parte o in tutto il lavoro (politica Disney in casa Star Wars docet) e diventa davvero arduo capire nel marasma chi è l'omino con il cappello che dirige i lavori. Per far contenti tutti gli omini con il cappello poi esce una "pappetta" ma che in casi come questo, vuoi per una combinazione di salse strane, non è così male. Ma il fan duro e puro mai è contento, mai una gioia, lui vuole l'epica e quelle cose che Warner (anzi la sua sotto-etichetta New Line) gli aveva già fatto provare con Il Signore degli Anelli e rimane giocoforza deluso. Quindi questo Justice League è il migliore film DC "nuovo corso" fino ad ora? A livello di "botte senza impegno" ci può stare, al netto che per me pure Wonder Woman nonostante le esaltazioni sul web è comunque un film carino ma lungi dall'epocale e alla fine pure gli altri film, vuoi spezzettati (Batman v Superman e in minor misura Man of Steel) o vuoi sotto acido (Suicide Squad), alla fine si guardano. E in fondo c'è da divertirsi.



- E il cast com'è? Ben Affleck è una conferma. Dopo aver stupito con Argo e incuriosito in Batman v Superman si conferma l'attore di merda che è sempre stato nel resto della sua vita. Bolso, noioso, dalle espressioni vacue e assenti, quasi fastidioso alla vista. Però sotto la cappa di Batman, che rivela giusto la bocca dell'attore in stile Robocop funziona. Anche se Peter Weller come Robocop aveva una bocca più espressiva credo di aver maturato ormai l'idea che chiunque può essere in grado di interpretare sullo schermo un Batman-Base che si limita a fare "la bocca da duro" e a svolazzare in computer grafica. Affleck poi ha pure il fisique du role del Batman brizzolato di Kingdom Come e non sforzandosi a fare qualcosa di difficile (tranne la voce "cavernosa" che a me fa sempre molto ridere) in questo film va benissimo. Cavill è nel bene e nel male lo stesso ragazzone confuso di Man of Steel, anche se Whedon prova a farlo sorridere un po' di più e ne arricchisce un po' la performance. Il suo Superman si incazza, è umorale, si butta come un kamikaze sui nemici, tira fuori due immensi occhi buoni quando serve, è interessante come per me lo è sempre stato. Gal Gadot con la sua Wonder Woman diventa il perno della squadra a ragione. È il personaggio più positivo e "risolto", fa costante e convincente lavoro di empowerment nei confronti dei compagni di lotta, combatte a testa bassa come un toro ed è bellissima, sexy quando protettiva, quasi materna. Nonostante le mia solite battutine ai tempi della vecchia recensione di Wonder Woman al netto di difetti più o meno visibili di quella pellicola, l'amazzone funziona, funziona molto bene. Un aspetto carino legato a questi tre personaggi è che il compositore Danny Elfman è riuscito a inserire nello score i motivetti classici del Superman di Donner, del Batman di Burton e della Wonder Woman della Jenkins. Uno dei miei momenti preferiti di Batman v Superman è proprio quando arrivano le chitarre elettriche del tema di Wonder Woman. È una cosa davvero carina anche se in Justice League è solo un accenno, sarebbe bello che questo aspetto fosse più sviluppato in futuro. Mamoa. Jason Mamoa su Aquaman, per quel poco che ci hanno fatto vedere nel montaggio finale, è esattamente quello che molte persone avrebbero voluto per il Thor della Marvel (a me piace molto anche Hemsworth e la trasformazione che fa compiere al suo Thor in Ragnarok, da eroe celtico a pop star consapevole delle sue pagine sui tabloid... ne riparleremo presto). Poche parole, animo scorbutico, forza dirompente e muscoli: in pratica Wolverine declinato agli eroi epici. Mamoa è pronto per affrontare mostri biblici con in sottofondo una colonna sonora metal, ma qui fa davvero pochino. C'è però più di una scena che attesta come non difetti di umorismo. Ci sta simpatico. Non ci sta invece particolarmente simpatico il Cyborg di Ray Fisher, però il suo lavoro non è affatto disprezzabile. Cyborg è come un "Visione al contrario", un uomo che teme di stare per disciogliersi in una macchina. Non può più piangere, non può uscire per strada o spaventerebbe le persone con il suo corpo d'acciaio, teme che suo padre non lo veda più come un figlio ma come uno zombie. Cyborg a un certo punto riesce a fare i conti con tutto questo ed è una bella scena, liberatoria. Ray Fisher in quel punto "si sblocca" e ci mostra le potenzialità del personaggio, ma questo arriva troppo tardi e per la maggior parte della pellicola, vuoi pure per le difficoltà interpretative di cui sopra, è un po' monocorde. Visivamente comunque il suo personaggio è per me sinceramente orribile: che sia un effetto voluto o meno pare una brutta carta stagnola di un sandwich buttata nella spazzatura (ma questo l'ho già detto in altra sede mi pare).
E giungiamo infine a Flash. La serie TV moderna è moooolto carina, la serie TV ai tempi del primo Batman di Burton era carina, il personaggio è tra i miei preferiti da quando a inizio anni '80 mangiavo la cioccolata con sopra in rilievo i "superamici". Ezra Miller coglie bene la sensazione del personaggio di vivere una vita anche emotivamente velocizzata. Fa "battutine compulsive" spesso tristi, inciampa in continuazione mente corre veloce, non ha senso dell'orientamento e si perde in un attimo, ha un passato e presente tragico con cui confrontarsi e un futuro bellissimo ma che teme troppo separato dalla realtà. Ezra Miller è un ottimo attore e riesce a comunicarci tutto questo. Riesce a essere immaturo, a tratti fastidioso, inaspettatamente eroico e infine amabile e questo avviene anche grazie alle belle interazioni che ha con gli altri. È amabilmente complicato. 
Il cattivo che colleziona scatole è un personaggio in computer grafica brutta che colleziona scatole. È funzionale a una storia che racconta dell'Unione del super gruppo e poco altro. È "basico", non sviluppa un'idea interessante, non ha questioni o relazioni comuni ai personaggi, non richiama nessuna figura storica nemmeno per parodizzarla, è generico pure nella rappresentazione grafica, corna a parte. Non colpisce, non diverte, si dimentica presto, si poteva e doveva fare di più ma l'impressione è pure che al momento in DC non siano in grado di farlo. Confidiamo nel futuro ma qui abbiamo un personaggio decorativo al punto da sembrare un oggetto di scena più che un essere vivente. Certo un armadio molto "aggressivo" ma poco altro.
Il montaggio è rapido e funzionale anche se non troppo lussuoso. La musica è buona ma sarebbe stato meglio fosse stata più iconica, sarebbe stato bello avere un "tema di Aquaman, di Flash (c'era quello di Elfman della serie TV fine anni '80 da poter usare) e Cyborg", magari anche  un "tema della Justice League". La regia è un po' frammentata ma si riesce agevolmente a seguire tutto senza buchi di sceneggiatura e di logica (e questo oggi non è scontato quanto si vorrebbe). La computer grafica è di vent'anni fa e se ci sono stati miglioramenti io non li vedo, ma mi va pure benissimo così e la trovo gradevole (mostro a parte... "AAA urgente!!! Cercasi grafico per la DC / Warner che modelli personaggi che non sembrino asset riciclati da troll o urukai del Signore degli anelli di Jackson") . Non dura molto, solo due ore scarse, ed è un bene che film di questo tipo durino così. 



- Conclusioni: nonostante i mille problemi produttivi e una messa in scena finale un po' sgraziata e non troppo profonda il film diverte, non è affatto terribile come in molti vi hanno detto ed è pure interessante a una seconda visione. Qualcuno ha detto che con Whedon il film si è più avvicinato ai lavori Marvel, riprendendo il concetto di non prendersi troppo sul serio, ma un umorismo di questo tipo per me era già visibile negli altri film DC (pur in quantità minore) e comunque non stona. Poteva essere qualcosa "di più" ma anche questa volta la coca cola con i pop corn non sono andati di traverso. L'auspicio è che in futuro si possano fare film con maggiori libertà produttive. In Fox stanno declinando il genere supereroistico in salsa western (Logan Wolverine), in salsa più dissacrante e adulta (Deadpool) e sono pronti per le tinte più horror (New Mutants). In Disney/Marvel si sperimentano toni più da commedia (Thor Ragnarok), si prova la blackspoitation (Black Panther) e i film di rapina (Ant-Man). La DC concettualmente è ancora ad Avengers. Ma si può sempre recuperare e questo film è un occasione per lasciarsi un po' alle spalle troppo dramma e troppa epica, svecchiando un tantino la formula con un po' di distensione in più. 
Talk0

giovedì 23 novembre 2017

Andarevia di Claudio Di Biagio: La nostra recensione





Trama: cinque pazienti di lungo corso di uno psicologo vengono da questo invitati a una particolare terapia di gruppo, a bordo della barca "Andarevia". Marco (Matteo Quinzi) ha trent'anni e soffre di attacchi d'ira improvvisi,  Eva (Sara Lazzaro) una ragazzina che soffre di amnesie, Stefania (Patrizia Volpe) una donna affetta da rupofobia, Valerio (Alessandro Calabrese) è un ragazzo con delle turbe psichiche e infine c'è Pablo (Andrea Vergoni), un anziano che non parla più da diverso tempo. Ad aiutare lo psicologo c'è uno skipper. Non si fa in tempo a partire per il largo che subito arrivano i problemi. Le due "guide" vengono in qualche modo "eliminate" da una combinazione di caso/mistero/rimosso che viene subito accettato senza troppi patemi dal resto dell'equipaggio. Insomma, non se ne parla e punto. Quindi i cinque sono in grado di "liberarsi dai vincoli del mondo per dedicarsi a se stessi", come appunto gli aveva suggerito il loro psicologo... probabilmente ucciso da uno o più di loro, ma appunto non se ne parla. Così complice il bellissimo mare della Sardegna (regione che ha pure investito soldi in questo progetto) i nostri cinque personaggi in cerca di guarigione iniziano a guardarsi intorno e vedere che in fondo qualcosa sanno fare, possono magari pure pensare di affrontare qualcuno dei loro demoni personali. La barca andrà alla deriva come in un horror di serie b o qualcuno di loro prenderà in mano il timone?



Un regista da prendere a sberle: Claudio di Biagio, regista della web serie "Freaks!", con fondi Rai (leggi: "nostri") e fondi regionali (ri-leggi: "nostri") mette insieme questo suo progetto sul "disagio mentale". Siccome è giovane e anche figo, lui non ama i lieto fine, non apprezza la scrittura canonica di una sceneggiatura, non è incline a offrire spiegazioni anche solo visive agli spettatori circa quello che sta succedendo. Ammaliato dalla possibilità di esprimere al meglio con una pellicola l'incomunicabilità e solitudine del "disagio mentale", ci getta tutti in una nebulosa linea narrativa dominata dal caos, credendo nella possibilità che le patologie mentali si svelino come dei bubboni sulla pelle e inizino a relazionarsi tra loro creando delle sequenze e magari delle soluzioni meta/ narrative. Una bella "terapia d'urto" per i nostri cinque eroi di cui sopra che dimostri magari pure, per critica sociale, come i percorsi di guarigione spesso siano inefficaci e gli operatori preposti dei simpatici e pericolosi incapaci. Wow. Questa è ambizione e non è sbagliato essere ambiziosi con il cinema, perché è un mezzo prende. Di Biagio peraltro si avvale di buone capacità tecniche e riesce a gestire bene la "nebbia emotiva" che anarchicamente muove la pellicola. Il film è potente, tra l'horror e il drammatico, è claustrofobico nonostante si svolga tutto in luoghi aperti, ti dà una voglia matta di sapere quello che succede dopo. Sono che non c'è un vero "dopo". Perché il nostro regista - eroe si è dimenticato di sviluppare i personaggi al pari delle loro patologie, al punto che questi si muovono quasi fossero degli zombie. Interessante ma al contempo troppo assurdo e "inumano". Inoltre, siccome Di Biagio è un seguace di Refn e dei "criptici" in genere, a un certo punto la pellicola finisce e... e basta. Di Biagio non fa una "restituzione" (in senso diagnostico... certo lui è chiaro che aborrisce una cosa del genere ) né tanto meno una chiusa narrativa di qualsiasi tipo, perché per lui è roba da sfigati. I personaggi non evolvono, il mondo se ne frega, questo è cinema - verità. E invece no, questo non lo è proprio. Questo prodotto è solo un arrogante agglomerato di pensierini di terza elementare che non vanno da nessuna parte. È una bozza pretenziosa e presuntuosa che non fa minimamente giustizia delle persone e dei disagi che vorrebbe raccontare. Non si può parlare di malati riducendoli unicamente alla loro malattia perché è il più capitale dei peccati, è una oggettificazione. Certo c'è del coraggio alla base di questo "Andarevia", la voglia potente di rompere gli schemi e la capacità di far arrabbiare il pubblico, di farlo reagire emotivamente. Nel suo rozzo incedere di continue omissioni narrative e di personaggi che si perdono nel percorso e nella logica c'è autentica e titanica potenza espressiva. Questo film sa provocare reazioni e le relazioni non sono merce di poco conto. E quindi alla fine non posso che fare un plauso a questo prodotto così imperfetto e così curioso nella forma. Pur nella completa, totale antipatia che questa pellicola mi suscita, riconosco che è una più che interessante opera prima. 
Talk0

lunedì 20 novembre 2017

It - la nostra recensione del nuovo film dei Muschietti




Sinossi fatta male: Fine anni '80. Batman e Nightmare furoreggiano nelle sale cinematografiche, i giovani tirano ancora i dadi a Dungeons & Dragons e nelle sale giochi, tra i fumi dei biliardi e le palline dei flipper si intravede già il primo Street Fighters. Per incontrarsi tra amici non c'è WhatsApp e bisogna fisicamente andare in bici a trovarsi da qualche parte, le biblioteche sono ancora un posto dove si leggono libri e basta, i tagli di capelli sono assurdi e voluminosi come mai nella storia dell'umanità. Darry è una cittadina colorata e piena di viuzze carine, sembra un bel posto per vivere ma non è la provincia americana più tranquilla del mondo. A Darry scompaiono i bambini così in fretta che i volantini per le ricerche vecchi di una settimana vengono subito sostituiti dai nuovi, e non vi dico che casino avviene con le foto apposte sui cartocci del latte. E per i bambini che non scompaiono ci sono i bulli, che sono praticamente una istituzione locale riconosciuta, attiva ed entusiasta. I bulli si occupano con cura dello sterminio di minoranze etniche, persone sovrappeso, orfani in carico ai servizi, lamentose vittime di abusi e ipocondriaci. La municipalità risparmia e ringrazia. Fortuna che a Derry ci sono anche i "perdenti". In un mondo che guarda dall'altra parte, i perdenti sono gli unici che si occupino effettivamente di entrambi i problemi di cui sopra, sparizioni e bulli. Saranno mocciosi, rachitici, sfigati, derisi, ghettizzati e inascoltati da adulti più evanescenti che nei fumetti dei Peanuts, ma i perdenti hanno le palle. Il fratellino di Billy, il leader carismatico dei perdenti, è sparito anche lui. In un giorno di pioggia torrenziale il piccolo George era stato per l'ultima volta visto di sfuggita mentre seguiva la sua barchetta di carta che schizzava veloce lungo una strada in discesa. Billy pensa che il fratello sia ancora da qualche parte, che si può trovare magari dove finiscono i tombini, magari in uno snodo idrico fuori città. I giorni sono passati e i suoi genitori sono sicuri che sia morto, ma Billy no. Per questo coinvolge gli altri perdenti nella ricerca e con le loro bici, compatto, il gruppo arriverà al "pozzo", uno dei posti più antichi e pericolosi della città. Lì sotto forse potrebbe abitare un mostro. Ma un mostro, seppure ancestrale, alieno o muta-forma che sia,  è comunque poca cosa se hai a che fare 24h con i motivatissimi e socialmente impegnati bulletti locali. E se i bulli più terribili possono comunque cadere sotto una pioggia di sassate, non è detto che un mostro possa resistergli. Tuttavia dovranno guardarsi bene dall'affrontare la misteriosa entità chiamata Pennywise, il pagliaccio ballerino. Ha denti da squalo e una voglia matta di spaventare i più deboli usando le loro stesse paure.


C'era una volta: C'era una volta un libro, uno tra i più voluminosi che potevi trovare in libreria, con in copertina una barchetta di carta che si dirigeva verso un tombino e una creatura minacciosa. Dentro ci si trovava più cose sulla vita che in decine di libri sul tema, da Stand by me a Jack Frusciante è uscito dal gruppo. C'era la scuola, l'amicizia, il primo amore, i bulli, le medicine, i primi capelli che cadono, la paura, la notte, i tradimenti, il sesso, i rimpianti. IT parlava del "crescere" sapendo affrontare le proprie paure, parlava dell'importanza nel credere negli altri, parlava della consapevolezza che arriva da adulti di dover fare i conti con il proprio passato. In IT c'è "tutto" e chi lo ha letto (soprattutto da ragazzo) lo ha fatto proprio, ha trovato in quel tutto anche qualcosa della sua vita personale. Chi lo aveva letto lo consigliava ad altri, ed è successo per anni. Anche chi non amava le storie dell'orrore, categoria alla quale nominalmente IT appartiene (il che è vero, ma c'è dentro come dicevo molto di più), lo aveva in casa. Poi ne fecero uno sceneggiato per lo più bruttino ma con un bell'attore in parte, Tim Curry. E la gente tornò a leggerlo in massa. Poi capitò che con l'arrivo della rete si iniziò a leggere di meno e molti si riducevano a scaricare lo sceneggiato bruttino di IT di cui sopra. La cosa era in effetti un male, al punto che se ne accorsero anche ad Hollywood. C'era una volta su YouTube il corto  La Madre e c'era una volta Guillermo Del Toro che dopo averlo visto decise di produrlo per il grande schermo con alla regia i suoi autori, i fratelli Muschietti. Il film aveva la giusta magia visiva, spaventava e commuoveva, il finale era struggente, cattivo, indimenticabile. Rappresentava al massimo una storia d'amore che riusciva a superare un contesto dell'orrore. Passa un po' di tempo e IT, dopo la serie TV degli anni '90 con Tim Curry, gira di nuovo tra i tavoli di Hollywood alla voce "nuove idee per un brand". Ci lavora il regista di True Detective, prende il romanzo e ne riscrive ampie parti basandosi sulle sue esperienze personali, sui suoi bulli e sul suo sangue, sulle sue prime pulsioni amorose. Ne da un visione molto originale e molto splatter che non attira troppo i botteghini secondo gli esperti di screen test assunti dai produttori paganti. Il progetto si sgonfia, il budget cade a precipizio, se per "precipizio" intendiamo almeno 35 milioni di dollari, ed ecco che compaiono i Muschietti che sostanzialmente ripartono da zero o quasi. Ereditano la stessa impostazione di massima del regista di True Detective, ossia dividere il film in due parti al netto di zero flashback, corrispondenti ad adolescenza ed età adulta dei protagonisti, si mettono al lavoro con il massimo impegno sulla "parte uno" (sperando di realizzare un giorno la parte 2...). Rispetto al lavoro di Fukunaga arriva uno sguardo diverso all'opera, più leggero, più teen, più anni ottanta, più Stranger Things che va fortissimo in TV. Niente influsso da Shining (che i fan duri e puri di King odiano lo Shining di Kubrik), niente "troppo" Stand by me o echi di altri adattamenti di King, niente strizzare d'occhio allo sceneggiato TV con Tim Curry. Prendono gli spielbergiani Goonies e li mixano con le migliori idee visive dei film di paura anni '80, i Nightmare on Elm Street di papà Wes Craven (che qualcosa dal libro di King han pur preso). Poi trovano, che non era scontato, un interprete per il mostro che potesse essere davvero bravo e desse all'icona classica un sapore interessante (Bill Skarsgard) e fanno un casting eccezionale per i giovani protagonisti, i "Perdenti". I soldi sono pochini e vanno impiegati un bel po' in post produzione, ma sono sfruttati bene quanto in un'opera Blumhouse. Le scenografie sono magnifiche e colorate, le creature (perché senza fare spoiler ci sono "più creature") sono da brivido e hanno un che di artigianale e sopra le righe che le rende carismatiche. E poi i Muschietti trovano al contrario di Fukunaga il mood giusto per lavorare senza modificare troppo il testo, che in fondo è: "il libro IT non lo puoi fare tutto al cinema, semplifica e fai la tua top ten delle cose che hai preferito". Certo, togliendo/alleggerendo però quella cosa sessuale nota che mi spaventa il pg-13. Spesso fare le top non è semplice, bisogna accettare dei compromessi con l'accetta. Metti questo più questo, non scordati di quello, non pensare minimamente a togliere quell'altro, infondi uno spruzzo di logica. È difficile, ma i Muschietti hanno un buon mood e allora ti capita di trovarti in una sala buia, con i pop corn, rapito da questi piccoli attori teneramente sfigati e dal loro mondo da brivido ma non troppo. E questo è l'altro doveroso aspetto. Forse qualcuno voleva più paura, forse qualcuno voleva una top ten diversa delle scene migliori tratte da IT, forse qualcuno si perde un po' sul fatto del pagliaccio. Tim Curry con il suo Pennywise ha spaventato un paio di generazioni. Il suo era un mostro spaventoso che si celava sotto un edgard- abito da pagliaccio. Il Pennywise di questo film è invece un super potente X-men (stile Mystica con qualche bonus extra) "ragazzotto- bulletto". L'avversario perfetto per dei ragazzini motivati, che per il prossimo film dovrà essere qualcosa di ben più minaccioso, ma che cinematograficamente parlando al giorno d'oggi è davvero tanta, tanta "roba". Con questo Pennywise, un po' "gollum" e un po' mutante, i cosiddetti millennials (o "gggiovini d'oggi) hanno finalmente il "loro" Freddy Krueger inserito nel film perfetto per descrivere al meglio l'adolescenza. Ho la sensazione che questo film, dagli adolescenti di oggi, verrà letteralmente "consumato" e citato per i prossimi trent'anni. E poco importa (anzi "chissenefrega" proprio) se non corrisponde alla "top ten" delle scene del libro IT che ognuno di noi ha in testa, perché questo sarà il loro starting-point e per una volta tutti citeranno a memoria gli stessi passaggi. Poi magari leggeranno il libro e si accorgeranno che il mondo è più vasto e più bello e che 1000 e passa pagine si possono consumare più in fretta di quanto pensassero. 



Giudizio finale: IT è forse il film dell'anno. Ha cuore, ha ritmo, ha dei magnifici personaggi e degli effetti scenici unici che lo rendono iconico. Certo a volta può sembrare troppo condensato, con scene che non respirano abbastanza per tanto vengono affastellate dai jump scares. Certo a volte urla troppo la sua natura di film destinato più agli adolescenti che agli adulti. Certo Derry sembra troppo Pennywise-centrica. Certo potrebbe non contenere la top-ten delle scene tratte da IT che amate di più. Ma per me sono alla fine peccati veniali di una pellicola che mi sento di consigliarvi senza alcuna remora. 
Talk0