giovedì 22 giugno 2017

2night - la nostra recensione : ovvero, come la mancanza di parcheggi nella Città Eterna


- Sinossi: notte romana, locale qualsiasi, temperatura sull'estivo. Lui (Matteo Martari) vuole farsi solo un paio di bicchieri al bar, mentre vede gli altri divertirsi sulla pista da ballo. Lei (Matilde Gioli) è quella che ti si fionda addosso senza staccarsi, che se non fosse una strafiga sarebbe da tenere a distanza con un provvedimento restrittivo del giudice. Lui ci prova a non badarle, ma non ce la fa. Lei parla un casino, corre in giro e se lo porta dietro, è delirante, lo tocca, è angosciosa... però, ripeto, è bona come er pane... e allora dai, che forse si tromba! Ma casa mia o casa tua? No perché da me non mi garba, che c'ho i vicini spioni. No perché stavo in albergo e devo andare fra tre ore all'aeroporto e non c'ho più la camera. Proviamo comunque da me, al massimo in un posto che conosco bellino... E qui arriva il dramma vero, roba da trattato di sociologia applicata. I due potrebbero andare in un prato sui colli romani, ci stanno i motel che hanno l'area parcheggio, gli autogrill che ti fanno anche birra e camogli... ma si vede che Coso e Cosa (giuro non mi ricordo i nomi e a vedere in rete altre recensioni non se li ricorda nessuno) si ingrifano solo a trombare se: 1)  in una regolare area parcheggio 2) non a pagamento. E quindi via in un girone dantesco assurdo alla ricerca del posto auto alle 3 di mattina in zona Tiburtina. Che lui, porello, ce la mette tutta, ma si è tirato in auto, e lo sa, una pazza maledetta. Una che ti si smutanda e parte all'assalto, con gambe e lingua, ma che se le dici "Aspetta, che vado a pigliare la protezione gommata", inizia a urlare: "Te sei un bastardo!! Mi hai preso per una mignotta!!! Sei un maiale insensibile!!!". Una che c'hai l'auto a noleggio e ti spegne le cicche sul cruscotto. Una che come posto speciale e isolato ti porta sul prato di casa del suo ex. Ma lui niente, pare Buddha, alle tre di mattina a cercare parcheggio con a fianco l'anticristo che parla in continuazione nella maniera irritante che solo le donne irritanti sanno fare, alla ricerca del rettangolo bianco dove sostare. Come andrà a finire? 

- Un gratta e sosta da un'ora, grazie: spero che l'italiano medio non abbia questo particolare feticismo per i parcheggi comunali, o il gene italico, qui lo dico, rischia l'estinzione. Tuttavia la "trovata", per quanto surreale, riesce a dare alla pellicola un sapore da road movie sentimentale davvero non disprezzabile. Ivan Silvestrini confeziona un film semplice, diretto, spontaneo e benedetto dalle buone interpretazioni di Martani e Gioli. Due ragazzi che in un paio d'ore imparano a conoscersi, sopportarsi e forse innamorarsi nella cornice di una Roma calda, viva, pulsante. Lui è rigido e insicuro, lei è estroversa ma lunatica. La pellicola ha tutto il fascino di un atto singolo teatrale, i dialoghi sono veloci e divertenti e l'atmosfera piccante sale piano piano, riesce a coinvolgere nella lenta danza del corteggiamento. Dopo un'ora e poco più il film finisce, e si ha l'impressione di essersi seduti in sala da non più di venti minuti tanto il ritmo è stato convincente. Buona la regia, buone le musiche, non mancano alcuni piccoli colpi di scena. Non fosse per questa stranissima ossessione del rettangolo del parcheggio, che pare aver soppiantato la fantasia del triangolo di Renato Zero. Ma si vede che a Roma trovare un parcheggio oggi è più desiderabile che avere un rapporto sessuale. 
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martedì 20 giugno 2017

I pirati dei Caraibi: la maledizione di Salazar - la nostra recensione!





- Sinossi: Quella volta il cacciatore di pirati Salazar stava facendo un fondo così ai pirati, divertendosi come un pazzo nello sterminio, quando sul ponte dell'ennesima nave di pendagli da forca ecco che appare Johnny Depp bambino fatto in digitale. È il piccolo Jack il "passero" (sparrow significa "passero" per quei sei che non se lo sono ancora domandato) con la sua aria già tipica da spinellato, andatura claudicante e sguardo non troppo vigile. E a Salazar (Javier Barden) monta la scimmia, la voglia di menarlo diventa immensa al punto che si getta all'inseguimento, avvicinandosi rischiosamente a una zona maledetta del mare. Il passero è suo, il passero è spacciato, ma Jack ha in tasca una delle sue magie. Fa lanciare le ancore verso uno scoglio e a tutta velocità, con il galeone che rischia di cappottarsi, riesce a fare la curva più estrema delle curve estreme. Salazar non può farlo, il suo carrarmato del male finisce dritto in zona maledetta e l'ammazza-corsari viene condannato con la sua truppa alla non morte eterna. Jack invece si prende i galloni e diventa re dei pirati, quello che forse non riusciremo mai a vedere in One Piece. Salazar brama vendetta, ma per rompere la maledizione che lo relega ad essere uno dei tanti "babau" del mare deve succedere qualcosa a Jack, l'ormai vecchio, poco prestante e sempre più ubriachissimo Jack Sparrow... Ma che fine ha fatto il figlio di Will Turner (un sempre più inconsistente e monofacciale Orlando Bloom), Henry Turner? Ha provato per anni a suicidarsi in mare, atterrando così sull'Olandese Volante. Il padre ogni volta lo ha riportato a galla chiedendogli di non cercare più di entrare nella sua ciurma di pirati maledetti, ma lui continua, continua ed è diventato grandicello (l'attore Brenton Thwaites con le sue stupidissime sopracciglia cespugliose già fieramente mostrare il Gods of Egypt e Maleficent). Ha studiato tutto di tutto sulle maledizioni del mare e ora sa forse come salvare il babbo. Certo che gli serve Jack Sparrow e la sua bussola magica che indica i suoi sogni più segreti. Ma potrà il Jack di oggi essere ancora così utile? In fondo con Will non è che fosse andata benissimo, di fatto sta maledetto su una nave di non morti un tempo guidata da un uomo crostaceo... 



- Arr Arr: piovuti come un fulmine a ciel sereno, i pirati dei Caraibi nel 2000 e qualcosa, grazie al talento di Gore Verbinski e a una produzione faraonica targata Jerry Bruckheimer, da popolare giostra di Disney World approdavano al cinema. Ed era tipo un mezzo miracolo, perché produrre all'epoca film sui pirati era un economico bagno di sangue. Ma la formula era giusta, Johnny Depp in forma, Geoffrey Rush immenso, la Knightley inaspettatamente divertente e Orlando Bloom un attore cagnaccio maledetto, ma con quel faccino che attirava in sala ragazzine come mosche. Dopo un trittico di film abbastanza riuscito, che esplorava in modo fantasy tutti i principali topoi marinareschi, arrivava un quarto film divertente ma un po' loffio. L'idea di fare di Sparrow un protagonista assoluto falliva perché Jack, il nostro amatissimo Jack il passero, da protagonista non funzionava. E non era nemmeno colpa di Depp, ma di come era stato studiato quello strano pirata rock star figlio di un bucaniere Keith Richards e nipote di Paul McCartney (non perdetevi il suo cameo in questo film). Un personaggio troppo caratterizzato non potrà mai essere un protagonista convincente, soprattutto quando i suoi tic nervosi inibiscono un dialogo di più di sei parole. Vita da pirata. Inevitabilmente il Barbossa di Rush rubava scena dopo scena ma questo non bastava, il film andava un po' a picco e la colpa era anche la mancanza dei personaggi di Bloom e della Knightley, perché la mitologia non poteva che risultare monca senza di loro. Così per questo quinto film Jack torna un po' in disparte, si cerca sangue giovane per i protagonisti e si vanno a richiamare le vecchie glorie. 


E incredibilmente la formula riesce a tornare fresca e il mondo dei pirati Disney torna ad essere vivo, ruspante, crudele e fantastico. Al punto che questo capitolo finale potrebbe quasi essere una ripartenza inaspettata per il brand. Javier Barden funziona e ci crede. Rush compie il salto più difficile, dona un cuore al suo personaggio e lo rende davvero immortale. Bloom e la Knightley sono forse qui più decorativi che altro, ma è giusto che ci siano, fanno funzionare le cose. Quello che manca più di tutto è per assurdo Jack, quell'ubriacone di Capitan Jack il passero. Relegato a un ruolo più piccolo, il buon Depp si è come depresso, imbolsito. Sembra che il suo pirata abbia bevuto più del solito, che sia più "fuori" del solito. E questo nonostante la sua bella "origin story", che fa da cappello a questa pellicola. Sarebbe a questo punto interessante vedere per il futuro un Jack sobrio, magari un Jack che finalmente tira fuori un po' di quella professionalità tipica di Barbossa, ma ad ogni modo qui abbiamo un Jack un po' pallido e insapore. Per tutto il resto il giocattolo è bello grande e divertente. Carico di scene spettacolari, effetti speciali favolosi, di un umorismo sempre macabro e pungente. Il mondo dei Caraibi è sempre più spaventato dalla magia, sempre più bigotto, sempre più ottuso nella caccia alla streghe e ai corsari, sempre più escluso alle donne. Chi è più intelligente è sicuramente una strega, chi è trasandato è sicuramente un tagliagole, chi detiene il potere diventa subito un fanatico e un prepotente. E poi c'è Jack, che galleggia a pelo d'acqua mentre la sua ennesima nave sta colando a picco, leggero e leggendario come solo chi se ne frega dell'universo infame sa essere... forse qui Jack vola troppo alto per i nostri schemi e non riusciamo ad afferrarlo e amarlo come vorremmo. Ma va bene anche così, la pellicola di Ronnig e Sandberg ci fornisce un buon numero di bucanieri folli, mutanti e pazzissimi... In fondo chi tifa veramente per gli eroi in un film di pirati? Tirando le somme. Trama interessante, anche se non ispiratissima carica di buoni spunti. Personaggi molto bravi, Barden e Rush in testa a tutti. Uno splendido modo fantasy in continua espansione. Non un classico, meglio del quarto. Insomma, se amate i pirati non c'è niente di meglio in questa calura estiva che andare in sala e divertirsi con le battaglie navali. Anche se per la quinta volta. 
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domenica 18 giugno 2017

Cornice Kennedy - la nostra recensione dello scintillante film di Dominique Cabrera, finalmente anche nelle nostre sale.



Marsiglia, principio di estate, a un paio di giorni dagli esami di maturità. Suzanne (Lola Creton) è una bella biondina francese che frequenta l'istituto d'arte ed è un po' sotto stress. Non ne vuole sapere di preparasi sull'Edipo Re o Madame Bouvary, si sente persa, si sente spaventata, non sa perché dovrebbe farlo. Suzanne in qualche modo vede che la sua adolescenza sta finendo senza che lei se la sia goduta più di tanto, troppo studio e troppo stress. Vuole un po' di tempi supplementari per divertirsi. Il tempo di volare con la fantasia però è finito e lei si sente imbrigliata dalla concretezza, dall'inevitabilità della vita adulta. Ma ecco che fa un incontro inaspettato. Dei ragazzi di origine straniera fanno parte di una crew che ogni giorno, per almeno quaranta volte, di testa, si tuffa dalle scogliere della cornice Kennedy. Una specie di roulette russa. Un atto di coraggio, stupidità e incoscienza perché il salto è alto e l'acqua è bassa, forse un metro. C'è gente che si sfracella, ci sono volontari di Marsiglia che ti vengono a uccidere di prediche se tenti di farlo e comunque basta vederli tuffare per capire che prima o poi si spiaccicheranno. Ma la crew lo fa, la crew è "libera" dalla forza di gravità e dai terreni problemi del mondo. Sono come scintillanti stupidi lemmings, vivi di quell'attimo tra la vita e la morte, quando la terra è ancora lontana, quando il battito del cuore si ferma, tutto è rallentato e tutto è sfolgorante. Loro sorridono e si tuffano. Loro sembrano felici. Suzanne si avvicina a loro, li fotografa, li filma, cerca di carpirne il mistero, se esiste. Alla fine va sulla loro spiaggia, nel loro esclusivo territorio, inizia a scontrarsi e poi a parlarci, fino a che i due "capobranco", Marco (Kamel Kadri) e Mehdi (Alain Demaria), non si accorgono di lei e della sua voglia di tuffarsi come loro, di unirsi alla crew. Marco è segaligno, moro, riflessivo e dallo sguardo profondo. È poco più che un bambino ma si atteggia da bullo, forse perché ne ha viste tante. Mehdi è cicciottelo, biondo, spavaldo e compagnone. Ha subito una cotta malcelata per Suzanne, non può fare a meno di avvicinarla con lo sguardo o con le mani appena può. Marco nasconde un brutto lavoro per un brutto boss locale ed è scritto che finirà male. Mehdi ha il fratello in carcere e vive per la madre, probabilmente malata. È minorenne ma davvero incontenibile e autodistruttivo. Pure lui forse finirà male. Li accomunano una vita sempre vissuta spalla a spalla, in una grande famiglia allargata nei sobborghi, oltre che l'amore per i tuffi. Suzanne forse sarà un elemento importate, in modi diversi, per entrambi, ma prima di tutto ci sono i tuffi. Se la vita fa schifo sopravvivere per quaranta volte al giorno a quella specie di suicidio li fa sentire più forti, li fa sentire vivi. Anche per il resto della crew è così. Il mondo è brutto ma su quella spiaggia si sentono come i bambini perduti di Peter Pan. 
Ma torniamo alla scogliera, a quel primo incontro con Suzanne. In un attimo tutti si scambiano uno sguardo complice, tutti la guardano e parte quello che sembra un rito iniziatico. Si scalano rocce e si arriva allo scoglio più alto, quello che affianca la strada cittadina. Tutti si tuffano ridendo di quanto sia semplice, di quanto sia bello, carichi di quel brivido che solo le cose pericolose sanno dare. La coscienza dell'incoscienza. Tutti sono in acqua e tutti incolumi, dopo aver sfiorato un sottile lembo tra vuoto, acqua e rocce. Marco le lancia solo uno sguardo e si tuffa. Sullo scoglio rimangono Suzanne e Mehdi. Tocca a lei, il gruppo la reclama dai flutti. La ragazza dice "Ho le vertigini". Mehdi le risponde: "Le ho anch'io, qualche volta, proviamo qui che è più basso". Si spostano di poco, il salto appare più dolce, si tengono per mano. E poi si tuffano. Mehdi si infrange con l'azzurro, si perde rincorrendo sott'acqua un polpo, poi cerca Suzanne. Non la trova, si preoccupa. La cerca sul fondale e poi la rivede che si avvicina a nuoto alla spiaggia, vicino alla crew. Ha temuto per lei più di quanto abbia modo tenuto per se stesso e lei alla fine ha scelto già Marco. Dopo il salto nel vuoto, dopo l'incontro con l'acqua, con Mehdi e con Marco, in Suzanne qualcosa cambia. Forse per sempre. A lato della strada qualcuno il osserva. È la polizia. Non sono lì perché temono che i ragazzi si facciano male, sono lì per Marco e per trovare un modo per incastrare il suo boss.


Volare nel blu di Marsiglia: Bodhi  lo scopriva in Point Break, diventandone un guru, Xander Cage se ne nutriva in ogni istante di in XXX: l'adrenalina fa male, ma fa anche un sacco di bene. È una droga. Non temere la morte, come capita invece alla maggior parte degli altri miseri mortali, dona la consapevolezza incosciente di essere superiori, di non temere più nulla. Non ci sono sfide che non si possono superare, battaglie che non si possano vincere. Tutto il resto della vita deve fare i conti con questo. Che sia la scuola, che sia il cosiddetto "buon senso". Questi tuffi un po' gioiosi e un po' terrificanti sono in fondo la perfetta metafora che Cabrera trova per raccontarci dei giovani d'oggi. Sempre più stranieri in terra straniera, sempre più confusi e privi delle certezze che i genitori pur volenterosamente cercano di programmare, i giovani di Cornice Kennedy trovano forza in questa sorta di rito iniziatico reiterato. Ed è una forza sconvolgente e dirompente che gli permette di vivere in una prospettiva nuova, pericolosamente seducente ma contagiosa. Il messaggio è "vivete senza paura, sempre" e meno si ha paura più le cose funzioneranno nella vita. Certo confondere forza con incoscienza è un niente ed è questo l'affascinante e pericoloso crinale su cui gioca la pellicola, che va vista con occhi consapevoli e non pronti all'emulazione. Ma il film rimane per questo imperdibile e pericoloso, con ogni salto nel blu (e ce ne sono tantissimi) che può finire male, che può catarticamente farci salire l'adrenalina. La trama è semplice ma profonda, i giovani attori sono davvero bravi e in grado di creare personaggi sfaccettati e non banali. Le scenografie marsigliesi sono bellissime e riportano in pieno il caldo e il sudore della pelle tipico dell'estate. C'è tempo pure per parlare di sociale, dei problemi di un'integrazione sempre difficile anche se fortemente cercata con le minoranze etniche. Lo si fa con il garbo e il rispetto giusto che questi temi meritano. Davvero una buona prova e forse l'adattamento più strano e più giusto di Peter Pan che potreste recentemente incontrare in sala. 
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venerdì 16 giugno 2017

Wonder Woman - la nostra recensione


Da qualche parte nel mare c'è un'isola da sogno popolata da super passere. Le Milf Connie Nielsen e Robin Wright, qui con i nomi greci altisonanti e i sandali di  Ippolita e Antiope,  sono al comando di questa torma di stratosferico gnoccume al secolo noto come Amazzoni. Combattenti all'arma bianca letali, poliglotte professioniste e amanti delle cultura e delle arti in genere, le mega patate passano il loro tempi felici ad allenarsi con arco e frecce, spade e giavellotti aspettando l'occasione giusta per spaccare culi in nome della pace e del bene. Gli uomini ovviamente non ci stanno sull'isola e nessuna delle iper-papere se ne preoccupa, perché questo è il plot di un fumetto DC Comics sessualmente pulito e non allusivo che secondo documenti ufficiali forniti dalla stessa regista Patty Jenkins va fortissimo tra i bambini dell'asilo. 


Tra tante sventole c'è la piccola Diana, la principessina, figlia della regina Connie Nielsen e di qualcuno di misterioso ma "per la stampa locale ufficiale" nata in un modo filosofico/artistico meno verosimile che la storia del campo di cavoli. La piccola  Diana è un cessetto... ma da grande diventa Gal Gadot!! Quindi bambine, siate fiduciose e fate tanta palestra, si sboccia anche da più grandicelle... questo è un po' il senso di questo Wonder Woman! Forse... Ad ogni modo l'isola è fuori dal mondo, coperta da questa barriera magica che la rende invisibile, perché si teme che la trovi Ares, il dio della guerra, e vada a rubare il più grande tesoro del luogo, una spada in grado di ammazzare un dio. Poi un giorno, sbam!! Cade nei pressi dell'isola, insieme ad un aereo, Chris Pine, che più passa il tempo più sta assumendo i tratti (e speriamo la bravura) del compianto Philip Seymour Hoffman. Lo segue di li a poco un piccolo drappello di proto-nazisti incazzati. Amazoni superskillate con lance e frecce si scontano con crucchi armati di mitragliatori e vanno a scatafascio come gli indiani contro i cowboy, anche se alla fine la vincono. E allora Diana si fa le domande pesanti. "Ma se siamo amazzoni che combattono per il bene del mondo, che ci stiamo a fare sull'isolotto invisibile, ora che a tre metri da qui ci sta la prima guerra mondiale?". Oppure: "Vuoi vedere poi che Ares è sicuramente dietro la prima guerra mondiale?"  Ma soprattutto: "Ok che questo film è piaciuto di brutto alle scuole materne... ma la prospettiva di vedere un mondo pieno di uomini ci fa proprio così schifo?". Così Diana parte con il bel pilota e una mezz'ora dopo è già a camminare allo scoperto delle trincee crucche al rallenty, come una modella di Victoria Secrets. E sarà girl power alla massima potenza, con crucchi che cadranno come pupazzi mentre la dea mora schiverà proiettili, lancerà il suo lazzo magico scova - balle e si proteggerà dalle mitragliatrici con il suo scudo quanto Leonida parava frecce in 300. Troverà Ares? Copulerà con Chris Pine in un film la cui audience privilegiata sono i bambini di un asilo? Ma, soprattutto, questo film riuscirà a rimettere in carreggiata l'universo cinematografico DC dopo i "bah" e "meh" dei film precedenti? 



- Vabbeh, è andata: ok, trattasi di filmetto, ma per lo meno di filmetto onesto, chiaro nello svolgimento, con le battute al posto giusto e con una non disprezzabile buona amalgama tra i protagonisti. L'azione nemmeno ci prova ad essere realistica, al punto che tra rallenty e azioni fuori da ogni legge gravitazionale pare a volte di trovarsi tra i manichini digitali di Matrix Reloaded, ma se si chiude un occhio ci si diverte e questo infine è quello che conta. Finalmente poi, in oltre dieci anni di "rinascimento cine-fumnettistico", abbiamo un motivetto che rende riconoscibilissima la nostra eroina, un "ta na na naaaaaa, na! Ta na na naaaa, na!" che ti entra nel cervello e ti gasa a dovere. Pare infine cadere il tabù della realizzazione di un blockbuster su una eroina donna protagonista, forte e sfaccettata. Peccato per l'erotismo di Gal Gadot, sacrificato davvero all'osso, e per un cattivo che: a) si sgama subito; b) non è per nulla incisivo. Ma tutto il resto funziona, e così bene che vederlo una seconda volta non pare affatto una brutta idea. Brava la Godot, bravo Pine, c'è pure il sempre simpaticissimo Ewen "Spud" Bremner che anche qui diviene subito il cuore del film. Molto bello e molto interessante il personaggio di Elena Anaya, perfetto Danny Huston in un ruolo quantomai gigione, peccato che la Wright e la Nielsen abbiamo un tempo su schermo troppo risicato. David Thewlis invece appare un po' sperduto. La DC comics continua a portare al cinema la sua idea di cinecomics come personale cosmogonia dell'America di oggi. La solennità dell'operazione viene qui stemperata un po' da una serie di battute davvero gradevoli è da una scelta di registro più leggera dei plumbei Man of Steel e Batman v Superman. Lo spettacolo ne guadagna sicuramente, il divertimento c'è, ma si ha la sensazione costante che manchi qualcosa, la zampata che rende grande un film più che dignitoso. 

Wonder Woman non morde, forse più per limiti auto-imposti dal progetto stesso che per altro. Per contrasto, e non è una brutta cosa, quando l'invincibilità assoluta della amazzone, così come la sua totale sicurezza, si scontrano con la realtà delle vittime innocenti di una guerra tanto inutile e crudele quanto fu la 15-18, sentiamo davvero il calore e la disperazione di questa divinità buona, incapace di salvare i deboli che vorrebbe difendere. E qui il film riesce davvero a dire qualcosa di nuovo e interessante nei cinecomics. Un bel tocco di classe, frutto della sensibilità di una regista accorta e sensibile come la Jenkins. Insomma: troppo standard e laccato per essere un masterpeace, poco incisivo per essere memorabile, ma tutto sommato un bel filmetto, come lo era il primo Captain America (che però aveva un cattivo più bello). Avanti così, che va bene. 
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giovedì 15 giugno 2017

Kabuki fight

Il piacere di un vecchio coin - op di fine anni '80, racchiuso in un fumetto one-shot della italiana Noise Press




Siamo in un presente alternativo, un mondo psichedelico e dai colori fluo in cui i combattenti del teatro Kabuki, novelli Street Fighters, infiammano le principali arene e  teatri. Sono eccentrici, sono letali, si vestono come negli anni ottanta. Hanno tutti una storia misteriosa alle spalle, mosse speciali da sbloccare conoscendo una combinazione di tasti, stage di combattimento personalizzati. Molti per una vita di eccessi e sopra le righe hanno problemi con le "blatte", il dispotico, ultra-corazzato e armato organismo di polizia. Altri sono in cerca di amici e parenti perduti, forse robotizzati o auto-robotizzati nella Città Marcia. C'è sempre un colpevole da trovare e un combattimento finale da intraprendere con lui prima del game over.  Lottatori con ventagli, esperti di Kung Fu, cyber-samurai, gladiatori partenopei e letali (il protagonista), tizi con artigli, tizi con maschere nere. C'è tutto in pacchetto completo di un picchia-duro. Fare dell'arte marziale la propria vita è la loro missione è unico scopo. Indossare armature strane fatte di razzi e acciaio, armarsi di spade sacre o di lame miracle blades e gettarsi sull'arena. Girare con il circo dei lottatori e ingaggiare continui combattimenti per infiammare l'arena: può essere il modo migliore, per questi nuovi gladiatori, di raccogliere le informazioni e trovare, tra una serie di lame, calci e un uppercut,  il senso della propria vita. Si uniscono  i puntini... tra uno scontro e l'altro. O, come accadeva con i videogiochi picchiaduro da combattimento da sala giochi, in una decina scarsa di minuti. 

I cieli digitali Sega rivivono in Kabuki Fight
Essenziale, puro. Questo è Kabuki Fight. Un videogame da leggere. Lo stile di disegno ricrea la plasticità dei colpi, studia costituzione ed esito di un colpo, e spesso va fuori dalle righe, cercando l'impatto visivo di quella strana combinazione di arte e pixel che stava in sala giochi. Ogni movimento è un piccolo omaggio / cult per nostalgici dei coin op, da Final Fight passando (obbligatoriamente) da Street Fighters per arrivare al Neo Geo. I colori, una tavolozza coloratissima e calda quanto i tramonti di Out - Run di Sega. La storia, vintage, la classica  iperbole raeganiana macho: i muscoli possono quasi tutto, l'intelligenza però spesso è utile (e lo dice il quantitativo di monetine che avete impiegato per arrivare a fine partita). È buffa questa ambivalenza della storia di essere da un lato mero pretesto ma dall'altro in qualche modo "canone" di quella non - letteratura da sala giochi che ogni avventore, anche se inconsciamente, non poteva fare a meno di amare (anche perché la storia ognuno se la creava in testa, univa i puntini e rendeva quanto più epica grazie all'immaginazione... erano altri tempi). Kabuki Fight ha tavole belle dense di azione (a volte pure troppa, nel senso di "sovraccarico"), una buona ironia e colori sfavillanti. 


È un prodotto destinato principalmente a chi è stato ragazzino negli ottanta e novanta e appare invero stranissimo, anche come linguaggio, per i più giovani. La narrazione poteva giovare di un numero maggiore di pagine, al punto che arriva ai titoli di coda con il fiato corto, ma potrebbe essere per me voluto, una specie di omaggio a quei giochi con tante botte e poche parole. C'è tutto un mondo vintage, carico di tocchi di classe. Ben potrebbe essere espanso in futuri capitoli. L'opera ha completamente sangue italiano e ci sono buone suggestioni da fumetto francese. L'azione, anche se sovraccarica è ricca,  è un po' schematica ma funziona, si distacca tantissimo dal modo di concepire action "alla orientale" (sopratutto in una certa legnosità di scandire le vignette... ma non è un problema grave). Alla fine un prodotto molto godibile, che soprattutto ai più vecchietti farà calare una lacrimuccia. 
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lunedì 12 giugno 2017

The dinner - la nostra recensione


 - Breve sinossi: "La storia è finita. Tutto accade in questo momento: la storia non può competere con i social." Questa è l'amara riflessione di Paul (Steve Coogan), un tempo forse amabile professore di storia di quelli divertenti, dotato di un umorismo pungente alla Woody Allen, oggi un uomo sulla rotta della insanità mentale, nell'eterna paura di essere internato "per amore" dalla sua famiglia. Paul questa sera è a cena con Stan (Richard Gere), fratello perfetto, sorridente e brizzolato, in odore di grandi traguardi politici, a poche ore dalla massima consacrazione elettorale. Perché Stan vuole perdere tempo con lui proprio in quel momento? Paul ci pensa, si lambicca, non trova risposte per nell'ennesima riproposizione di una cena forzata di famiglia, mai stata tanto poco amalgamata, gestita e allestita nel solito ristorante extra lusso ed extra stronzo che ama il fratello, quello con tavolo prenotato, cameriere lecchino e vini che per quanto costano a bottiglia farebbero vivere un mese il Congo. Una cena per palesare di nuovo fama e successo di Stan? Una cena per empatizzare con la decorativa seconda moglie di Stan (Rebecca Hall)? O forse, dolorosamente, una cena per ragionare amabilmente del più e del meno per poi, a visi mesti, far rinchiudere Paul, il sempre più pazzo Paul, in un istituto di cura permanente? Fortuna che la famiglia, nel senso dei "veri problemi di famiglia" ha cose  più importanti a cui pensare di questi dettagli. I figli. Siano benedetti i figli e i loro piccoli problemi. Ieri era un due a scuola o un problema di integrazione per il ragazzo adottato da Paul. Niente di insuperabile. Solo che questa volta i pargoli, per divertirsi, perché sono stronzi o hanno pessimi maestri, ci sono andati pesanti. Con una senzatetto accampata in un bancomat, proprio davanti allo sportello per prelevare i loro soldini. Hanno iniziato a riprenderla col cellulare, urlarle contro, tirarle cose e hanno continuato fino a che hanno visto che gli piaceva, senza mai smettere. Poi le hanno dato fuoco e hanno continuato a ridere e riprendere il video. Non il figlio adottato da Stan però, lui è andato via prima e ora denuncerà tutti alla polizia. A meno che non lo paghino per tacere, per sempre, in caso di necessità... che bravi ragazzi, che bella famiglia unita. Dalla cena dovrà uscire una soluzione a questo problema, ai problemi elettorali di Paul, alle turbe di Stan e ai cocci di un gruppo di persone unite da vincoli di sangue non più che sconosciutiti infettati da una malattia venerea...



- Anche i ricchi piangono: il libro da cui è tratto il film , "La cena" di Herman Koch, è molto bello ed esplora anche aspetti differenti della vicenda. Nel 2015 è stato adattato anche un film tutto italiano, I nostri figli, pure lui molto buono, e oggi abbiamo in sala, agli inizi di giugno, questo nuovo The dinner di Oren Moverman, un regista che ha tirato un po' su di recente la carriera del sempre più compassato ma convincente Richard Gere. Ma qui la vera sorpresa è Coogan, che crea un personaggio sfaccettato e istrionico al punto da mangiarsi da solo tutto il film. Gli spettatori, soprattutto quelli che non hanno letto il libro di Koch, non sapranno se non dopo un'oretta abbondante se si trovano in una commedia, in un noir, in un thriller, e questo è tutto merito del geniale Paul di Coogan e della brillante idea di Moverman di mettere la telecamera fissa su di lui, il Crazy Diamond del piccolo gruppo di commensali. Poi quando i nodi  della trama vengono al pettine si avverte quasi a livello tattile come della famiglia oggetto della messa in scena non esista che un simulacro, si palesa la tragedia di legami che sono solo fittizi ma che devono "reggere" nella prospettiva di una parvenza perlomeno umana, buona per ingannare giusto il presente. Ma il futuro è un altro discorso, il futuro è social. E' veloce e in grado di spezzare gli equilibri in un lampo, non c'è tempo di nascondere sotto il tappeto i piccoli peccatucci familiari. Il futuro non si controlla perché non si controllano più i figli, perché non si è costruito qualcosa con loro prima, nel "ieri". E i figli diventano cattivi non sapendo nemmeno loro perché. E qui il film diventa cattivo, un vero pugno allo stomaco  se non fosse sempre per Paul, che fa virare il tutto verso la commedia nera. E' lui il problema? O può essere lui la soluzione? In una delle scene più interessanti della pellicola Paul, in un flashback, insegna storia ad una aula vuota, dopo aver insultato degli studenti maleducati e distratti nell'ora precedente. Di colpo da pseudo Woody Allen / professore buffo passa quasi al Jack Torrence di Shining e tutti rimaniamo increduli, ammirati e spiazzati da questa folle trasformazione, che si incastra male in una ricerca di se stesso che finisce male. È un bel twist. La tragedia diventa quasi black commedy. E anche Gere funziona e diverte, "cresce" e diventa più inquietante mano a mano che la pellicola di snoda, in una satirica è contorta rappresentazione del politico americano, uomo pubblico in dubbio esistenziale perenne, schiavo di come la forbice delle elezioni si muove: essere un vincente ma disonesto o un perdente onesto al punto da diventare martire (in funzione di avere il premio simpatia nell'elezione successiva)? Questo di Moverman è un film strano, scombinato, imperfetto. Lontano, per mancanza di ordine, dalla fonte originale ma per questo più vivo, caotico e pulsante. Un film da rete quattro delle tre del pomeriggio, con pure il treno attuale di mostrarci infiniti piatti da portata come in un programma culinario di Real Time, che si trasforma in un thrillerino niente male. La messa in scena rimane ancorata, di stampo statico/teatrale, ma le parole sono pura azione, pensanti come palle di cannone. Un film da scoprire o recuperare, forse troppo affossato in sale cinematografiche che soffrono quanto mai l'over Booking. 
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mercoledì 7 giugno 2017

King Arthur - il potere della spada - la nostra recensione




E se re Artù fosse stato un gangsta londinese come gli eroi di Lock'n'Stock o Snatch? Col cappottone, lo slang, i piccoli traffici di roba illegale e amici come Kung Fu John? E se il cattivo fosse al potere e i suoi soldati in armatura sembrassero dei "bobbies" con manganello? Parte così, dalla mente di Guy Ritchie, l'idea del suburbano Arthur di Londium. Salvato come Superman dalla strage dei Pendragon (spettacolare, per quanto breve, la parte del padre di Arthur, interpretati da Eric Bana), portato dalle acque in fasce come Mosé, nella zona portuale più povera di Londra. Allevato ruspante da meretrici e criminali (in un montaggio veloce che ne ripercorre la "crescita", stupendo, ormai tra mille acrobazie di camera, rallenty e pose plastiche il marchio di fabbrica di Ritchie), a suon di botte, fino a che si è fatto grosso e massiccio (Charlie Hunnam) e ha iniziato pure lui a chiedere mazzette. Fino  a che non viene messo davanti al destino, nella forma di una spada nella roccia da estrarre. E se Londium brulica e ha il sapore di fish'n'chips, se è abitata da tizi leggendari come "grasso d'oca", John "la carogna" e Jack "L'occhio" (da non confondere con Kung Fu Jack... un maestro d'arti marziali fighissimo, con il dojo in piena Londium) è solo alla lontana ricorda gli intrighi di palazzo di Games of Thrones, l'epica, la magia vera di Excalibur, Dame del Lago, demoni infernali e fortezze giganti semoventi c'è tutta, come ai gloriosi tempi di Boorman, come nelle opere più evocative di Frazetta. Fuori dalle stradine labirintiche di Londium veniamo catapultati in castelli medioevali, sotterranei e arene spazio-temporali pullulanti di creature spaventose e fighissime allo stesso tempo, sogni bagnati di chi ha ancora a casa alcuni album di Heavy Metal. E poi c'è lei, la Spada. Si impugna con due mani e subito gli occhi emanano fulmini azzurri, il mondo va al rallentatore e ogni fendente butta indietro nell'aria a svariati metri gli incauti avversari di Arthur. Vorrei già da ora un combattimento tra il Sauron con mazza ferrata del prologo del Signore degli Anelli contro questo Arthur. Sarebbe da panico. 


Guy Ritchie conosce i tempi giusti, conosce il montaggio più frenetico, conosce bene la grammatica delle scene d'azione e ci soffia dentro tutta l'adrenalina di cui dispone grazie anche a un impianto sonoro potente, moderno. Questo è un po' l'effetto che fa l'introduzione della pellicola e il secondo tempo di King Arthur: una bomba per nostalgici cultori dell'heroic metal e per chi ama il fantasy dai tempi di Dungeons & Dragons. Poi però c'è il primo tempo, quello su cui forse il regista puntava di più, quello della Londium dei traffichini e trafficanti che omaggiava le sue prime pellicole. Se il secondo tempo è lento ed epico, il primo è veloce, troppo veloce, troppi personaggi, troppi dialoghi, troppe cose da fare spiegate nei soliti slang criptici per i "non addetti ai lavori" (ma che gli addetti ai lavori amano). Il risultato è una pellicola che a prima botta non è stata capita, che ha grondato sangue ai box Office americani vuoi anche per la brutale concorrenza di questo periodo, tra amazzoni, pirati e alieni. E ovviamente anche se andrà bene nel resto del mondo non conta, i pianificati cinque o sei film di questa nuova ritenuta arthuriana di Ritchie sono già in stato avanzato di cancellazione. Avremmo avuto film stand alone su Merlino, su Lancilloto, film più corali stile Avengers contro Morgana, film sul Graal, ma il capitolo uno pare aver deluso troppo i producers. Ma in fondo chissene frega, questo è il film più bello di Guy Ritchie da un sacco di tempo e se amate il fantasy dovete vederlo, magari al cinema, su uno schermo gigante. Molto interessante e divertito Jude Law nel ruolo dell'antagonista principale, Vortigern, crudele fino al midollo, Hunnam, dopo Pacific Rim e Sons of Anarchy è un volto da tenere sempre più d'occhio. Non è un film perfetto e forse si perde un po' nella classica ma sempre più trita, in epoca di cinecomics, fase di accettazione che "da un grande potere derivano grandi responsabilità". Ma rimane un film pieno di classe e davvero figo da vedere. Talk0